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ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE E ASPETTO SESSUALE

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Ha suscitato eco a livello locale e nazionale la decisione presa dalla Suprema Corte di Cassazione con ordinanza n. 2539 del 5 febbraio 2014, in materia di separazione e di addebito della stessa alla colpa di uno dei coniugi. Val bene, tuttavia, puntualizzare la vicenda e le conseguenze giuridiche, spesso troppo enfatizzate dagli organi di stampa, tra l’altro da un profilo privilegiato atteso che un collega del mio studio ha curato la difesa del marito nella causa in questione. La vicenda, tutta abruzzese, trae origine da un procedimento di  separazione avviato dal marito dinanzi il Tribunale di Pescara, con il quale chiedeva fosse semplicemente dichiarata la separazione dalla moglie. Dal canto suo, la moglie rappresentava che il marito era andato via dall’abitazione coniugale perché aveva intrapreso una relazione extraconiugale con altra donna, con la quale era andato a convivere, e sulla base di tali circostanze chiedeva che il Tribunale gli addebitasse la colpa della separazione sia per l’abbandono del tetto coniugale e, soprattutto, per la relazione adulterina. Il marito ammetteva di aver lasciato l’abitazione coniugale e di aver effettivamente instaurato una relazione sentimentale con un’altra donna, aggiungendo, tuttavia, che tale rapporto non era stato la causa del fallimento del matrimonio la quale andava invece ricercata nella dissoluzione del rapporto affettivo intercorsa tra i coniugi già da molti anni, tanto che dalla nascita del figlio la moglie si anche era rifiutata di avere rapporti sessuali, laddove, pertanto, l’abbandono della casa familiare e la relazione extraconiugale dovevano essere ritenuti gli effetti e non già le cause di una separazione che di fatto si era oramai cronicizzata. All’esito della causa il Tribunale di Pescara accoglieva le ragioni del marito alla luce di un orientamento consolidatosi da parte della Corte di Cassazione secondo il quale, fermo restando che sia la relazione extraconiugale che l’abbandono ingiustificato dell’abitazione coniugale sono da ritenersi tipiche ipotesi di inadempimento agli obblighi familiari, che conseguentemente danno luogo all’addebito nei confronti del coniuge inadempiente, non possono essere ritenute di per sé sufficienti a giustificare una sentenza di addebito occorrendo che tali circostanze abbiano un nesso causale con la separazione, per dirla in breve devono essere le cause che hanno condotto alla separazione e non dei semplici effetti, per cui quando un matrimonio di fatto non ha più ragione d’essere, ma per altre cause come ad esempio le incompatibilità di carattere ed insiste una disaffezione duratura tra i coniugi, la sopraggiunta infedeltà rappresenta solo un effetto e non la causa della separazione la cui colpa, di conseguenza, non può essere addebitata al coniuge adulterino. Il Tribunale di Pescara, come si diceva, e la Corte d’Appello dell’Aquila poi, davano ragione al marito, il quale però veniva tratto a giudizio dinanzi la Cassazione . La Suprema Corte, ribadendo il principio in questione, aveva modo di chiarire che nelle cause di separazione dove si discute di addebito, l’onere di dimostrare la colpa spetta al coniuge che richiede l’addebito, il quale non solo deve dimostrare la condotta contraria al matrimonio dell’altro coniuge ma anche che tale condotta abbia reso intollerabile la convivenza coniugale; d’altro canto è onere del coniuge il quale affermi che la propria condotta non sia stata la causa del fallimento del matrimonio, quantunque violatrice degli obblighi familiari, allegare le prove in base alle quali sostenere la sua tesi, con la finalità di andare esente dall’addebito. Nel caso in questione il marito riusciva a dimostrare che tra i coniugi, molto tempo prima che lui instaurasse una relazione con altra donna, i rapporti affettivi si erano dissolti e come chiaro esempio rappresentava e provava che i rapporti sessuali erano da anni terminati. E’ intuibile, infatti, aggiungiamo noi, che tra gli aspetti fondamentali della vita coniugale vi sia quello dei rapporti sessuali, la cui mancanza (non giustificata da patologie) non può che essere considerata una degenerazione del rapporto tra marito e moglie che investe di conseguenza anche il lato affettivo e, soprattutto, dimostra in maniera inequivocabile la rottura del matrimonio. Tra l’altro la Cassazione non è nuova nella materia della rilevanza giuridica degli aspetti sessuali nel matrimonio, tanto che con la sentenza 19112 del 2012 ha stabilito che il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell’equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità ed alla personalità del partner e configura una violazione dell’inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall’art. 143 del codice civile.