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ALBERTO D’ONOFRIO: “PARTY PEOPLE IBIZA”

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ALBERTO D’ONOFRIO sa raccontare senza veli il mondo, sempre con la telecamera in spalla. Il documentarista nato a Pescara ha firmato per Raidue “Party People Ibiza”, un reportage sulla vita notturna e i suoi protagonisti, i grandi dj internazionali ma la sua città lo ha sempre ignorato

Pensare fuori dagli schemi: è questa la filosofia di vita del documentarista Alberto D’Onofrio. Dai reduci americani dell’Iraq che hanno dato alla luce dei figli con orribili malformazioni (per l’uso sconsiderato di armi chimiche) sino alla trasgressione della vita notturna nelle megalopoli, passando per l’eros narrato in modo moderno e disinibito.

Come hai cominciato a fare il documentarista?

Mi ero iscritto alla facoltà di Medicina perché volevo fare lo psicanalista. Dopo il primo anno di università è arrivata l’estate ed ho visto in televisione un ciclo di film di Marco Ferreri tra i quali ”Dillinger è morto”. Vedendo i suoi film è scattata qualcosa nel mio cervello. Ho pensato che Ferreri fosse un regista raccontava il mondo a modo suo con un personale ed originale punto di vista un po’ malinconico ma incredibilmente profondo. Mi è venuta voglia di prendere una cinepresa super 8 e cominciare a filmare. Avevo 19 anni. Poi ho visto “Il cacciatore” di Michael Cimino e mi sono convinto definitivamente che la mia vita poteva essere solo dietro ad una macchina da presa. Sono riuscito a fare qualche piccolo documentario e venderlo alla Rai. Il primo è stato sul terremoto dell’Irpinia nel 1980. E’ nato tutto così. Mi affascinavano molto anche alcuni documentari e reportage che vedevo in televisione. Fare documentari mi sembrava improvvisamente un modo per viaggiare e conoscere la vita. Così ho abbandonato la facoltà di Medicina e mi sono iscritto al Dams di Bologna con l’intenzione di diventare un regista di documentari.

Nella tua carriera vi sono due filoni che corrono paralleli, le inchieste senza censure su temi scomodi ed un’attenta esplorazione del mondo dell’eros.

Sì, mi interessano molto le storie controverse. Quando ho girato il documentario sull’Unabomber americano, negli Stati Uniti tutti pensavano che fosse un terrorista arabo e invece era un professore di matematica dell’università di Berkeley in California che voleva protestare a modo suo contro l’idea di industrializzazione e contro ogni forma di tecnologia moderna. Era un anarchico americano di cultura medio alta che aveva un problema con le donne. Ed era diventato il terrorista ricercato più a lungo nella storia americana, perché la polizia lo aveva cercato dal 1978 al 1995, cioè nel periodo in cui dal suo rifugio tra le montagne del Montana, in un paesino che si chiamava Lincoln, aveva spedito pacchi bomba in varie città degli Stati Uniti ferendo ed uccidendo numerose persone. Ad un certo punto aveva costretto il New York Times a pubblicare il suo “manifesto” spiegando perché avesse deciso di contestare l’industrializzazione spedendo pacchi bomba. Spiegava che secondo lui la libertà dell’individuo era limitata dallo sviluppo tecnologico. Quel tipo di terrorista nato all’interno dell’università americana era una contraddizione di fondo che faceva riflettere sullo sviluppo della società americana. E’ anche un tipo di terrorismo che si è poi riproposto negli ultimi anni. Il rapporto tra erotismo e società è un tema meno violento solo in apparenza. Nel momento in cui l’erotismo viene represso, si creano squilibrati, violentatori seriali, o delitti a sfondo sessuale o per motivi di gelosia legati a tradimenti vari. Quando giro i miei documentari sull’erotismo o sul sesso racconto i protagonisti che scelgo come se fossero i rappresentanti di un’avanguardia culturale, una sorta di surrealisti del sesso, cioè personaggi che rivendicano la libertà di ciascuno di noi di vivere liberamente la sfera sessuale senza preconcetti e senza il timore di essere giudicati in maniera negativa dalla società. Naturalmente io mantengo sempre una distanza dai miei personaggi e dalla storia che racconto, perché non sono né a favore né contro. Lo spettatore osserva la storia e trae le sue conclusioni senza essere condotto da tesi moralistiche che invece spesso sono presenti in gran parte della televisione italiana quando si affrontano temi di questo tipo. Secondo me il vero documentario deve essere sempre imparziale e il regista non deve essere “invadente”.

Hai sempre preferito lavorare per società indipendenti: tutto questo ti ha creato problemi con i benpensanti del mondo Rai e Mediaset?

Ho sempre cercato di avere un rapporto costruttivo e molto pratico con Rai e Mediaset. Ho cominciato a proporre programmi televisivi o documentari più articolati quando avevo 22 anni. Sono riuscito a produrre il mio primo programma televisivo a 23 anni, mettendomi d’accordo con una casa di produzione di Milano che si chiamava Telepro per girare cinque puntate sulla tournée in Italia di due rock band americane: i Polyrock di New York (all’epoca prodotti da Brian Eno) e gli Urban Verbs di Washington. Cinque sedi regionali di Rai 3 mi hanno scritto dicendomi che erano interessate ad acquistare il programma, ma potevano decidere solo dopo averlo visto. La casa di produzione di Milano si è fidata di me e per fortuna è andato tutto bene. Quindi sono partito con la mentalità da produttore di me stesso. Poi ho lavorato con diverse case di produzione a Roma e soprattutto a Milano come regista ed autore ed a volte anche produttore, girando servizi per programmi di soft news di Rai Due e Mediaset. Ma la vera svolta per me è arrivata nel 1988 quando l’allora capo delle news di Mediaset, Giorgio Medail, mi ha offerto la regia dei primi programmi importanti come “Delitti irrisolti” con ricostruzioni in stile fiction di famosi delitti italiani, “I misteri della notte”, serie sulla vita notturna che ho girato a Hong Kong, San Francisco, Budapest, Barcellona, Città del Messico e Milano per Canale 5 e poi un programma sulla moda che ho girato a Los Angeles, grazie al quale ho lavorato per due mesi come regista della versione italiana con la casa di produzione americana Dick Clarck Production. Giravo videoclip di moda sponsorizzati e curavo l’edizione italiana del programma, con un budget molto alto, lavorando con troupe e montatori americani. Quindi, avevo una responsabilità importante. In breve tempo Giorgio Medail è diventato il mio vero maestro ed anche il mio migliore amico. Purtroppo è scomparso due anni fa, ma porto sempre con me il suo insegnamento. Medail è stato definito il pioniere della tv commerciale. Ha praticamente fondato Mediaset quando ancora si chiamava TeleMilano. Mi ha insegnato a girare i reportage in maniera visionaria, con grande cura per le immagini, creando fascino intorno alla storia che stavo raccontando. Grazie a lui ho girato in diverse parti del mondo ed ho acquisito una esperienza internazionale. Durante l’estate del 1991 ho capito che avevo bisogno di un’altra avventura che mi tenesse per un po’ lontano da Milano. Facevo video di moda e pubblicità e mi avevano proposto un contratto per fare la regia di spot pubblicitari e video musicali, ma io volevo fare i documentari, non volevo entrare troppo negli ingranaggi del lavoro un po’ stereotipato che si fa a Milano, tra agenzie di pubblicità, videomusicali e moda. Mi interessava un lavoro più autoriale ed ho deciso di trasferirmi a Los Angeles. Durante il mio periodo americano che è durato sette anni (tre anni a New York e quattro a Los Angeles…) ho cominciato a lavorare dagli Stati Uniti per il programma “Mixer” di Giovanni Minoli. Sono diventato produttore, autore e regista di miei documentari come “Il caso OJ Simpson”, “L’unabomber”, “La sindrome del Golfo” (selezionato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2002 nella sua versione internazionale con il titolo originale “Gulf War Syndrome”), quindi documentari investigativi su temi controversi. Questi documentari li ho realizzati con la collaborazione della mia attuale compagna, Alessandra Ugolini, che ha iniziato come mia assistente, poi come direttore di produzione, infine come produttore esecutivo e montatrice di tutti i miei documentari e le mie serie. Senza il suo prezioso lavoro e le sue intuizioni non avrei fatto neanche uno di questi documentari… Siamo diventati inseparabili. ll nostro è un lavoro a 4 a mani all’interno del quale Alessandra ha un ruolo fondamentale ed insostituibile. Nel 1996 abbiamo prodotto a New York il pilot della nostra prima serie “Oltre la notte” che era una sorta di “Misteri della notte” rivisitata con lo stile del documentario e rigorosamente senza conduttori. Il pilot è risultato il primo come ascolti e gradimento in una serie di dieci pilot commissionati dalla struttura Format di Minoli e trasmessi su Rai Due. In seguito a questo la Rai ci ha commissionato i dieci episodi della serie che abbiamo prodotto tra il 1997 ed il 1999. La serie “Oltre la notte” è stata trasmessa da Rai 3 nell’estate del 1999 ottenendo ascolti molto alti e da quel momento ho cominciato a realizzare gli altri miei programmi per diverse reti televisive italiane (Rai, Mediaset, Stream, Fox, Sky). Il mondo dell’audiovisivo, a lungo molto elitario e ideologizzato, è cambiato dalla metà degli anni 80 sino alla rivoluzione digitale dei social network.

Oggi condividere video in una cultura così reticolare è davvero sinonimo di democrazia?

La televisione degli anni 70’ e degli anni 80’ secondo me aveva molta più qualità in qualsiasi genere: news, documentari, fiction televisiva, varietà. Era una televisione creata da produttori, autori e registi italiani. Poi è iniziata l’era dei format stranieri riadattati per l’Italia e tutto si è appiattito ed omologato. Oggi c’è molta confusione di stile e di contenuti sia in televisione sia sul web. Direi che le cose più interessanti come linguaggio e contenuti si vedono ancora nel campo dei documentari ed anche su internet. La fiction, tranne rarissimi casi, è tutta uguale; il varietà non esiste più (ricordate la genialità di Antonello Falqui?), il talk show è noioso e prevedibile, i docureality ed i talent sono estremamente banali ed i personaggi si comportano come automi. Programmi di soft news che hanno fatto scuola nella televisione italiana come “Odeon, tutto quanto fa spettacolo” di Brando Giordani ed Emilio Ravel o “Mixer” di Giovanni Minoli e Aldo Bruno non esistono più. Per non parlare di giornalisti di spessore come Sandro Curzi, Enzo Biagi e molti altri. Io nel mio piccolo continuo invece a lavorare sui miei format originali. Credo che lo stile narrativo dei miei programmi ricordi proprio quello di “Odeon” e “Mixer” e forse per questo motivo i miei programmi e le mie serie di documentari ottengono ascolti alti e critiche positive. Inoltre, c’è ancora un pubblico numeroso che apprezza questo tipo di narrazione più profonda e più estetica. Poi, se arrivano anche critiche negative non ci sono problemi, le accetto e sono sempre pronto a riflettere. Tornando alla tua domanda, credo che in questo caso “democrazia” significhi ridare uno spazio centrale agli autori italiani e lasciar perdere i format stranieri. E’ un discorso anche economico: molte televisioni satellitari non producono lavoro per gli autori italiani perché trasmettono continuamente programmi stranieri doppiati in italiano. Forse gli autori italiani dovrebbero associarsi, diventare proprietari di alcune reti televisive italiane e tornare a produrre contenuti in maniera industriale. Solo così si creano nuovi posti di lavoro anche per i giovani. Altrimenti i canali satellitari diventano solo contenitori vuoti riempiti da programmi prodotti da stranieri. I social sono importanti perché ognuno ha la possibilità di produrre immagini e metterle in rete. Questo rinforza il concetto di comunicazione popolare e la rende divertente e tecnologica. Sta poi ad ognuno di noi usare i social nella migliore più intelligente o solo per divertimento. In alcuni casi questo eccesso di comunicazione può diventare alienante o violento, come nel caso del cyber bullismo, cioè uno strumento per insultare ed offendere. Quindi la democrazia è dentro di noi, sta a noi tirarla fuori o sopprimerla nell’era dei social.

Ci sono delle letture o dei film che consideri formativi e che hanno influenzato il tuo modo di costruire l’immagine e strutturare lo story-telling?

Credo che “Nashville” di Robert Altman sia il film che possa aver maggiormente influenzato ad esempio la mia prima serie “Oltre la notte” che ho firmato insieme ad Alessandra Ugolini, in quel caso co-autrice. “Oltre la notte” era un documentario seriale che raccontava la vita notturna nelle principali capitali mondiali del divertimento, Las Vegas, Amsterdam, New York, Miami, Berlino, Lisbona, Londra, New Orleans, Budapest. Aveva un meccanismo di storie parallele di vari personaggi che vivevano in quelle città ed oltre ai protagonisti dei party, le drag queen, le spogliarelliste, i musicisti, raccontavamo anche personaggi che avevano una vita drammatica, come homeless, tossicodipendenti o poliziotti. Era la storia di quelle città di notte, nelle varie declinazioni. Un altro film che mi ha colpito molto è stato “Bad Leutenant” (Il cattivo tenente) di Abel Ferrara), film girato molto con la macchina a mano, tipica del linguaggio del documentario. Anche “Elephant” di Gus Van Sant mi è piaciuto molto ed è stato fonte di ispirazione per me. La mia serie di documentari “Performer” che ho girato nel 2003 forse è stata una delle mie serie più interessanti dal punto di vista della sperimentazione. Il canale Cult network Italia mi ha dato carta bianca ed ho girato dieci documentari su altrettanti artisti dell’avanguardia italiana ed europea, tra i quali Marcel-lì Antunez Roca (tra i fondatori del gruppo teatrale d’avanguardia catalano “La fura dels baus”). Il documentario su di lui è stato selezionato alla Mostra del cinema di Venezia di quell’anno (Marcel-lì, il robot di carne). Per questa serie aveva preso spunto dal film inglese “Performance” di Donald Cammel e Nicholas Roeg, un film assolutamente geniale e controcorrente come linguaggio. Quando vivevo in America vedevo tutti i giorni su HBO la serie di documentari “America undercover”. Mi piacevano molto perché erano storie di persone girate con linguaggio cinematografico, con una macchina a mano che raccontava e non stava quasi mai ferma. Il linguaggio della macchina a mano è diventato la caratteristica direi principale del mio lavoro. Per quanto riguarda i libri, sono cresciuto con la beat generation (Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti etc.), ma venti anni fa ho scoperto John Fante e sono rimasto letteralmente folgorato dai suoi romanzi. I suoi libri sono documentari sotto forma di romanzi in prima persona. “La strada per Los Angeles” continua ad emozionarmi ogni volta che lo leggo.

Quali sono i documentari ai quali ti senti più affezionato, quelli che ti hanno emozionato più profondamente? Ti riferisci ai miei documentari?

Sicuramente il documentario “La sindrome del golfo” ha cambiato la mia vita professionale. Mi hanno invitato in tutta Italia per proiezioni in pubblico con quattro-cinquecento persone seguite da dibattiti che andavano avanti per due o tre ore. Venivano persone di tutti i tipi, di tutti i segni politici ed estrazioni sociali. Per la prima volta ho capito quale fosse la vera forza che poteva avere un documentario e perché alcuni giornali lo definivano “un film”. Quando gli ascolti in televisione vanno bene (poi è stato trasmesso su Rai 3) sei contento e sicuramente la tua carriera fa dei passi in avanti, ma quando una platea ti applaude in una sala o in un cinema per un tuo documentario e vedi tanta gente che ti stima e vuole parlarne con te, hai una soddisfazione enorme. Ho provato la stessa emozione alla mostra del cinema di Venezia nel 2007 per la proiezione del mio documentario “Il capitano”, la biografia dell’indimenticabile terzino della grande Inter Giacinto Facchetti, poi trasmesso da Rai 1 e da Rai educational. Per me questi sono i miei lavori più importanti che mi hanno dato le maggiori soddisfazioni. “Il sogno dell’alieno”, tra ironia e gusto della performance, è una cruda disamina del vuoto culturale e ideologico che domina il dibattito politico: una nazione “in mutande” e tanti giovani abbandonati al loro destino come merce invenduta. E poi l’arroganza di una classe politica poco trasparente e poco efficiente…

Dunque, i giovani con sogni e speranze rischiano di apparire come extraterrestri?

“Il sogno dell’alieno” è sicuramente il mio film più complesso e difficile ed anche quello più costoso, realizzato grazie a Sky cinema. Era una scommessa: girare un finto documentario, quindi un mockumentary, facendo credere a tutti, media e politici compresi, che quattro artisti di strada stavano facendo performance provocatorie in giro per l’Italia per criticare la classe politica con slogan e azioni che ricordavano il surrealismo. In realtà avevo scelto i quattro artisti durante un casting ed avevo scritto una sceneggiatura insieme ad Alessandra Ugolini e Carlo Fabrizio. Io facevo finta a mia volta di girare un documentario, intervistando politici e giornalisti importanti, quei giornalisti che di solito sono sempre in televisione. Volevo dimostrare che se usi le armi della propaganda tipiche della comunicazione politica, puoi creare una burla mediatica ai danni dei giornali, delle televisioni, delle agenzie di stampa e dei politici stessi. E così è stato. I giovani artisti venivano fuori come “Alieni” che ormai sognano qualcosa di irrealizzabile in questa società, a meno che non succeda un miracolo. E i giovani artisti non erano altro che i giovani italiani… Scorre come un frenetico videoclip la vita professionale di Alberto D’Onofrio, che ha cinquant’anni ha l’energia di un ventenne, reduce dal successo sugli schermi di Rai 2 per “Party People Ibiza”, attento reportage sulla vita notturna ed i suoi protagonisti.

Hai restituito al pubblico, senza scadere nelle semplificazioni, la vera anima di Ibiza e del lavoro musicale dei dj. Con quale artista, fra quelli intervistati, ti sei sentito più in sintonia, considerando che crei ed esegui le colonne sonore dei tuoi lavori?

La verità è che non ho mai sopportato l’equazione musica = droga, alcool e sballo. Volevo raccontare Ibiza come fenomeno musicale e di conseguenza culturale, ma anche come fenomeno di costume. I dj sono le nuove popstar ed un motivo ci deve essere. Mi è piaciuta l’umiltà di alcuni di loro, per esempio Carl Cox che è arrivato a Ibiza senza un soldo e con un sogno e ce l’ha fatta. Ibiza è l’America dei dj eloro all’inizio sono solo ragazzi squattrinati che fanno i camerieri per mantenersi ed amano la musica. Per farcela si devono imporre, devono riuscire a far ballare la gente in pista. Ma hanno anche bisogno di un party che funzioni intorno a loro e quindi dei promoter e della stessa gente. Il dj senza un party non esiste. Questa era la storia che mi interessava raccontare in un’isola che ha una grande tradizione di energia spirituale, cultura hippy etc. Ogni tanto compongo pezzi per le colonne sonore originali dei miei documentari e uso più o meno gli stessi sintetizzatori e sequencer che usano anche i dj. Questo per me è stato un altro motivo di interesse che mi ha portato a girare questa serie a Ibiza ed anche le mie due precedenti serie sui dj e i party “Dj’s Trip” nel 2003 per Cult Network Italia (canale culturale di Stream e poi della Fox) e “DJ Stories” per Dee Jay Tv. Tra quelli che ho raccontato in “Party People Ibiza”, il dj che è più vicino alla musica che mi piace in questo momento è Solomun. -Dopo “Oltre la notte” e “Dj’s trip” ti sei fatto una cultura internazionale sulle discoteche: sul tuo profilo facebook hai elogiato il Manumission, ma quale club ti ha emozionato di più nel corso delle riprese televisive? Sicuramente il Manumission : è il party più bello che abbia mai visto. Ho avuto la fortuna di girare un documentario sul Manumission nel 2003 a Ibiza ed ho seguito questo party per un mese ogni lunedì. Neanche nella migliore New York di fine anni 80 che frequentavo c’era un party cosi completo e spettacolare davanti a 12 mila persone: performance di ogni tipo estremamente professionali, dai migliori striptease, ai mangiatori di fuoco, fino a coreografie complesse con una ventina di ballerine in scena e musica dal vivo. Un vero spettacolo attraverso tante brevi performance di cinque minuti circa che interrompevano per sei o sette volte. Durante le riprese di Party People Ibiza ho avuto il piacere di girare il ritratto del ritorno di Mike e Claire Manumission con il loro nuovo party “Phantasmagoria 2034” al Boom di Ibiza. Non li rivedevo da diversi anni ed è stata una emozione forte sia per me che per loro. Io creo una empatia molto forte con i personaggi dei miei documentari e poi resta un legame, una fiducia ed anche la voglia di continuare a seguirli durante la loro vita. Se giri la storia di una persona nel corso degli anni il risultato può diventare straordinario. In parte questa cosa è successa durante la lavorazione di Party People Ibiza: ho girato ritratti di alcune persone che avevo già seguito nel 2003 per la mia prima serie “DJ’s Trip” e nel 2007 per l’altra mia serie “Pelle” per All Music.

Sciogliamo dei classici dubbi da regista e da filmaker: meglio Canon o Nikon, specie per i file video, Sony o Panasonic per i formati digitali? Oppure nell’epoca del 4k suggerisci altre tipologie di macchine…

Uso diverse macchine da presa a seconda del progetto che sto realizzando. Spesso sto io in macchina, perché mi piace girare ed avere il controllo totale di quello che faccio. Da un paio d’anni giro con la Canon C300 a volte con ottiche fotografiche Canon della serie L (la migliore) a volte con ottiche cinematografiche Zeiss. Con le ottiche fotografiche la messa a fuoco è molto difficile perché c’è pochissima profondità di campo e bisogna correggere continuamente la ghiera del fuoco con micromovimenti. Ma molti miei documentari li ho girati con telecamere Sony più maneggevoli e più semplici da usare perché avevo bisogno di creare un rapporto più confidenziale con i personaggi e non potevo avere troppi problemi con la messa a fuoco. Durante un documentario i personaggi devono dimenticarsi la presenza della macchina da presa. Devono guardarti negli occhi e parlare con te.

Secondo la classica definizione di Eco, apocalittici e integrati (agli apocalittici hai anche dedicato un documentario per il National Geographic) tu come ti definiresti?

Mah… Si può dire che nel momento in cui si definiscono i mezzi di comunicazione di massa, qualunque sia la storia che stai raccontando, sei comunque costretto ad abbassare il livello dei conteuti culturali del tuo progetto proprio perché ti rivolgi alla massa. Io preferisco pensare che un racconto corretto, con un linguaggio semplice che possa arrivare alla massa, avendo però alcuni sottotesti complessi che solo i più colti potranno cogliere. Quindi mi definisco un apocalittico positivo che crede, caso mai, nell’apocalisse dell’ignoranza, della maleducazione, dell’arroganza e della violenza. Questi sono fenomeni che possono scomparire solo grazie alle cultura. Firmerei subito per un’apocalisse di questo tipo.

Il documentario su Riccardo Schicchi fa emergere anche il lato umano di un personaggio anticonformista: il porno d’autore come liberazione dell’io?

Riccardo Schicchi era un personaggio straordinario: fondamentalmente un grande uomo di comunicazione ed anche un fotografo di grande talento. Mentre giravo, nel corso degli anni, il mio documentario su di lui lo sentivo dare sempre del lei alle attrici che rappresentava. Mi sembra ogni volta di entrare nell’atmosfera di un film di Elio Petri, un film forte, grottesco e visionario. Questa era la vita di Schicchi. Tuuta la mia produzione di documentari sull’erotismo nasce da un documentario che dovevo girare su Schicchi per la tv americana HBO. L’ho conosciuto a Milano per questo motivo, ma poi ho rinunciato perché avevo capito che non potevo avere la libertà creativa che volevo. Però da quell’incontro è nato il mio interesse per questo mondo che metteva in crisi l’Italia un po’ bigotta. Poi il mio documentario su Schicchi l’ho girato come volevo nel corso degli anni prima per Mediaset, poi per Cult ed alla fine per Cielo; quando Schcchi è scomparso ho rimontato una versione molto bella con alcune interviste a persone vicine a Riccardo che ho girato subito dopo il suo funerale.

Come vedi, da regista e documentarista, l’Abruzzo delle inchieste giudiziarie, dei disastri ambientali, della corruzione politica?

Mi sembra un altro set naturale per un film “stile Elio Petri”, proprio raccontando queste storie che citi. Io credo che Pescara potrebbe diventare un punto di riferimento internazionale per l’arte d’avanguardia e la musica elettronica, proponendo festival ed appuntamenti unici e lanciando una sorta di accademia dell’arte e della musica frequentata da studenti di tutto il mondo. Sarebbe un veicolo formidabile per rilanciare anche il turismo in Abruzzo, un turismo qualificato ricco di concerti, iniziative culturali, rassegne di cinema all’aperto. Immagina una intera regione che abbia la ricchezza di eventi culturali che ha per esempio una città come Vienna. Potrebbe diventare anche la regione all’avanguardia per il rispetto per l’ambiente, eliminare le automobili dalle città e far circolare solo biciclette, tram elettrici e macchine elettriche. Potrebbe essere la regione che vanta il mare più pulito del Mediterraneo e l’accoglienza alberghiera più moderna. In fondo basterebbe prendere l’agenda del sogno dell’alieno che ave       o proposto nell’omonimo film e renderla una realtà, ma forse sto sognando. Forse “il sogno dell’alieno” resterà sempre e solo un sogno.

Ci dai qualche anticipazione sulle tue prossime produzioni?

Sto preparando una nuova serie di “Party People” che girerò in Italia, in Europa e in America. Poi diverse altre serie di documentari ed un film per il cinema che però farò solo se mi lasciano la totale

libertà creativa. Meglio fare un documentario bello piuttosto che un film brutto. Di film brutti e inutili ce ne sono già troppi. Poi continuo a fare la mia musica!

a cura di Americo Carissimo

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