PAOLO PAVONE
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CASO ILVA

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Credo, senza alcun dubbio, che la “questione ILVA” sia la più pervicace cartina al tornasole di quando siano disastrati i processi politico decisionali nel nostro Paese secondo un dettato costituzionale post bellico che attualmente in fase di globalizzazione imperante si presenta fortemente anacronistico e debilitante l’intero sistema economico, politico, giudiziario, sociale e che nel tempo non ha mai smesso di funzionare allo stesso modo gattopardesco in un perfetto miscuglio di poteri che partoriscono da sempre risultati discutibili ed opinabili purché “non certi”. E da sempre il “chi sono io per giudicare” di rinverdita menzione bergogliana se da un verso non consente a chiunque di eccellere nei diktat dall’altro non consente una logica decisionale utile al progresso e alla crescita. Siamo un popolo democraticamente talmente avanzato dal divenire primitivi in quanto a senso civico e a cooperazione. Un’industria siderurgica produttrice del 3% del Pil nazionale, la seconda in Europa per la produzione dell’acciaio di qualità (non cinese) che fra addetti e indotto assicura circa 50.000 posti di lavoro reiettata improvvisamente fra le macerie a partire dalla confisca alla famiglia possidente Riva per inquinamento ambientale, affidata ad uno Stato che non ha saputo di meglio che farne se non svenderla ad un multinazionale franco-indiana “Arcelor-Mittal” che la “sanasse” pur non privandola della capacità produttiva. Come se l’inquinamento ambientale fosse colpa solo dei Riva che hanno messo su ciminiere per produrre morti (ed è ancora in via di accertamento se vi sia stato una maggiore concentrazione di malattia nel sito industriale) e non posti di lavoro, come se non siano stati un buon bacino elettorale i lavoratori addetti, come se vi sia stata una impeccabile valutazione del rischio da parte degli addetti alla sicurezza ambientale. Allora se una perizia idrogeologica permette la costruzione di un edificio su un tipo di suolo e poi questo frana per motivi naturali il perito deve andare sotto processo e condannato per incapacità. Come per la colpa medica la condanna avviene per negligenza, imperizia, imprudenza ed inosservanza di regole, regolamenti e discipline. E credo che il maggiore responsabile del disastro ambientale del sito siderurgico tarantino sia chi doveva controllare le emissioni nocive e proporre la bonifica al produttore. Ma in questi frangenti si preferisce dare addosso all’untore industriale più in vista che al burocrate assassino per omesso controllo. Ed il costume italico è questo: l’irresponsabilità prima di tutto! A tutela di tutte quelle scelte scellerate opzionate da politici e tecnici incompetenti che permettono strade che terminano incompiute davanti ad edifici presenti e non calcolati nel percorso ad esempio, o ad industriali che evitano le tutele sacrosante dei lavoratori a rischio e che non vanno in galera se ci sono morti acclarati fra le loro fila. Nessuno che paghi di tasca propria il danno economico o con una condanna che ne privi della libertà per i misfatti. Così che la missione “chiudi Ilva” è andata in porto! I responsabili di questa perversa nemesi industriale? I “populisti” come descrive bene Mario Ajello in un suo articolo sul “Messaggero”: quello giudiziario, quello pentastellato, quello del Partito Democratico, quello sindacale tanto per far comprendere come siano contorti i percorsi decisionali sull’italiche sponde. Nel resto del mondo acciaio, ambiente e salute non litigano se solo pensiamo all’inceneritore termovalorizzatore di Copenaghen ove sul suo tetto è possibile sciare! Ma qui solo qualche denuncia ambientalista permette alla magistratura di apporre sigilli di chiusura non ad una fabbrica di fuochi d’artificio o ad un ristorante che non rispetta le norme igienico sanitarie o usa prodotti avariati e scaduti, bensì ad un’industria siderurgica che non può nemmeno spegnere facilmente un altoforno e che non può più vendere le masse di acciaio prodotte per un valore di più di un miliardo di euro perché sotto sequestro. Semplicemente allucinante il populismo giudiziario forte di un potere che non ammette intromissioni o discernimenti specie per quanto riguarda la sua costituzione molto politica e poco autonoma. Basta vedere le carriere politiche televisive di molti magistrati per essere disgustati da questo mercato delle vacche, vedi il caso Palamara, che vige in seno a quella che dovrebbe essere la culla della giustizia. Ma non fa specie perché della magistratura ci si serve come scudo a difesa e d’attacco e non come fonte di garantismo ed equilibrio giudiziale. Altra becera forma di populismo è quello pentastellato che a differenza del precedente non ha neanche l’appiglio di una pur minima logica progettualità logorandosi e malcelandosi in scelte ridicole a fantascientifiche. Con l’epigone Grillo che parla dell’area ILVA da riqualificare con un “parco ambientale a gas” ma visto che si sono opposti al metanodotto pugliese, meglio “elettrico” o meglio ancora come “polo turistico” al limite con i 20.000 operai metalmeccanici da riconvertire in comparse pastorali del luogo o in “mitilicultori” in un mega allevamento di cozze, come prospettato dall’ex ministra del Sud Barbara Lezzi. Se proprio non si riesce c’è sempre il reddito di cittadinanza a salvare questo pezzo disastrato del Sud. Ed è sulla pelle di Taranto che si sta giocando una battaglia elettorale al grido “Prima la salute dei tarantini” che al solo evocarlo sa tanto di quella “reductio ad acta” di una insipienza che ormai pervade tutti i livelli. Con Michele Emiliano, magistrato del Pd oramai ingrillito, e già multato dalla UE per non aver compreso e limitato il disastro olivicolo della Xylella, concentrato sulla propria ricandidatura alle regionali della prossima primavera e con i pentastellati che non vogliono perdere la supremazia in quella regione oramai senza più colore se non quello del grigiore della debacle economica ed insieme mai capiranno cosa significhi Arcelor-Mittal che se ne va dopo aver investito 4 miliardi di euro, uno dei più grossi mai versato investimento in Europa per il nostro polo siderurgico italiano, al solo scopo di recuperare voti in quell’area la cui aria è diventata irrespirabile non per le emissioni delle ciminiere ma per l’inaffidabilità di questi politici da maschera napoletana che un giorno promettono uno “scudo legale” ai rilevatori dell’azienda, strettamente necessario nell’evitare ostacoli legali durante la fase di risanamento, in corso d’opera lo tolgono. E’ questa la ragione per cui hanno deciso di abbandonare l’impresa, colpevole anche il collateralismo populistico del sindacato ipercoinvolto, specie Cgil e Fiom che non hanno saputo proteggerla dal disastro ma solo entrare in contrapposizione con l’ex ministro Calenda che aveva ben chiara l’idea di come salvarla. E nessuno del Pd ha avuto il coraggio di fermare Emiliano avvolto nel suo fantascientifico “terrapiattismo” di genesi grillina. E la ciliegina sulla torta l’ha messa il tanto discusso e ridicolo ministro dell’Istruzione Fioramonti che dall’alto della sua ex cathedra sudafricana assicura che l’Ilva rappresenta un “modello industriale anacronistico” a testimonianza ancora una volta del marcato sentimento “anti-industriale” degli italiani: poeti, santi, navigatori una volta, oggi miseramente “coglioni”. E con gli investitori in fuga, un altro duro colpo alla credibilità del nostro Paese!

Arcadio Damiani