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COOPERATIVE…

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FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242-1 2Per il codice italiano una società cooperativa è un società costituita per gestire in comune un’impresa che si prefigge lo scopo di fornire innanzitutto agli stessi soci quei beni o servizi per il conseguimento dei quali la cooperativa è sorta. Inoltre la cooperativa possiede un’autonomia patrimoniale perfetta ed agevolazioni fiscali per i pagamenti verso lo Stato. In soldoni vorrebbe dire che se una cooperativa agricola produce prodotti della terra questi dovrebbero costare di meno rispetto ad altri che risiedono in un’altra filiera distributiva. Ma nel tempo questo concetto di partecipazione-godimento-produzione del bene comune si è molto affievolito e l’unico lato che resiste intatto è quello dell’autonomia patrimoniale perfetta che spesso si traduce in rendicontazioni  imperfette o del tutto assenti quand’anche in anomalie contrattuali e gestionali. E’ il caso oramai famoso delle cooperative rosse di Salvatore Buzzi che stabiliva come il commercio sui migranti rendesse meglio del mercato della droga. Addirittura con miglioramento del profitto illecito come accaduto durante il blitz di Mestre per arrestare gli spacciatori rilevando che nove su dieci arrestati sono migranti che hanno richiesto asilo o come il centro di accoglienza di Treviso usato come hub di stoccaggio della droga ed è noto parlando di mafia nigeriana quanto questa sia appaltata per lo spaccio degli stupefacenti: classico esempio del bocconiano dell’INPS di lavori che gli italiani non sono più disposti a fare con la speranza che ci lascino un pizzico di polvere bianca per sopportare la futura miseria pensionistica. E che dire delle cooperative dalle “uova d’oro” con centinaia di milioni lucrati sui profughi?  Il vero pozzo senza fondo sono i Centri di accoglienza straordinari(Cas) coordinati dalle prefetture con una quindicina di coop più voraci per accaparrarsi gli appalti, come riportato da “IlGiornale” e tra queste “Liberi tutti”, “Crescere insieme” che imperversano dalle alpi alla Sicilia, ed altre più territoriali come “Pietra alta” di Biella o “Caleidos” di Modena o “Versoprobo” di Vercelli o la “Lai Momo” di Sasso Marconi che nasce come casa editrice di comunicazione sociale ed educazione al dialogo interculturale ma visto che gli italiano leggono poco e sono poco avvezzi ai dialoghi, da dieci anni incrementa in modo progressivo l’attività nel campo dei servizi per l’immigrazione gestendo insieme ad altri ben 31 Cas nell’hinterland bolognese con un fatturato di alcuni milioni di euro raddoppiati nel giro di un anno. E fin qui potremmo anche capire che si tratta di bisognosi, ma poco affamati, dato che rigettano il cibo loro sgradito nella spazzatura e farebbero anche bene visto che temono di morire intossicati per la bassissima qualità del cibo offerto come ultimamente scoperto su chi ricevendo una diaria pro capite più che onorevole(30-40euro) discuteva come abbassare ulteriormente la quota alimentare a circa 1 euro al giorno. Ma il discorso diventa più sconcertante se vediamo le strisce pubblicitarie dei grandi magazzini “Coop” con la scritta “La coop sei tu”.  E se sono io un socio Coop vorrei capire perché i prodotti esposti al consumo costano lo stesso di altri di catene distributive non coop. E perché se la cooperativa nasce come atto di solidarietà sociale si permette di sottopagare gli addetti o di licenziarli senza giusta causa come accaduto? Ed ancora più sconcertante sono le cooperative che si occupano del disagio dei minori pronte a sottrarli alle proprie famiglie perché ritenute inadeguate al loro percorso educativo. Il giornalista Paolo Giovannelli riporta in un suo articolo la testimonianza di Alfia Milazzo, presidente della fondazione “La città invisibile” che aiuta i bambini e gli adolescenti dei quartieri catanesi ad alto tasso di malavita “..Queste cose accadono soprattutto alla gente povera e indifesa. Il nodo di tutto questo sono i servizi sociali e i docenti delle scuole che magari che magari non si accorgono di genitori che fanno prostituire le  bambine ma tolgono i figli a chi non commette nulla di così grave. E poi c’è il business delle Comunità e delle case famiglia(famose anche per contrastare l’affidamento adottivo a famiglie di minori abbandonati: sarebbe un “lucro cessante”) che incassano in media 80-100 euro al giorno per minore: molti di questi istituti sono gestiti da cooperative con a capo anche prestanomi e i magistrati si basano  su quanto riportato dalle relazioni di chi ricopre per decenni lo stesso ufficio creando incrostazioni e lo stato di dominus del quartiere che è inaccettabile..”. Come riportava il giudice Scidà sostenendo che bisognava aiutare economicamente le famiglie povere a mantenere i figli e non dare soldi agli istituti che si prodigano per loro. A dare manforte alla presidente della fondazione è l’avvocato Cristina Franceschini del foro di Verona contatta dalla “La Verità” “..In Italia pagano le strutture invece di sostenere la famiglia. Si fa l’esatto contrario del portato della legge 184/83 che stabilisce che l’indigenza economica non può essere di ostacolo alla crescita del minore nell’ambito della propria famiglia… Ci sono titolari di cooperative come “Il piccolo carro” in Umbria che avrebbero incassato almeno 6 milioni dalle casse pubbliche come rimborsi per un servizio terapeutico sanitario(400 euro al giorno per ogni minore) che non avrebbero potuto erogare perché privi di autorizzazione e sono sotto processo per truffa..”. E denuncia che ci sono troppo ampi margini di intervento su questioni di minori che alla prima soffiata vengono prelevati dalle famiglie e messi in queste case di recupero ove  il personale spesso giovane e a contratto di pochi mesi non ha alcuna competenza per affrontare situazioni di disagio comportamentale, come sono ampi i divari che ogni regione o comune offre per la loro assistenza, come ampi sono i divari tra l’emolumento percepito giornalmente dagli istituti anche di 200 euro al girono e i 400 euro mensili percepiti dalle famiglie affidatarie. Per non parlare dei controlli di valutazione psicodiagnostica sia nelle famiglie d’approdo che negli stessi istituti e non c’è mai un giusto contraddittorio tribunalizio tra la famiglia d’origine in genere sconvolta e l’istituto perché anche se il tribunale dispone di una valutazione , i servizi sociali, incaricati di pubblico servizio,  ed elaborano non accettano i pareri dei consulenti di parte ed elaborano una loro valutazione “psicodiagnostica” che li esclude comunque. Ci vorrebbe un sistema informatizzato che costituisca una banca dati per questi ragazzi meno fortunati ma sappiamo benissimo come sia stata trattata la famiglia negli ultimi decenni come la peggiore cosca sovversiva contro l’ordine precostituito e quindi da ostacolare in tutti i modi anche smembrandola fisicamente, anche contro legge. Ma quanto sono buoni questi sinistri!