PAOLO PAVONE
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DEMOCRAZIA E WEB

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L’Associazione Amici della Luiss ha deciso nel 2017 di finanziare un progetto “Nudging e oltre. Com’è possibile influenzare le scelte politiche e sociali degli individui?” condotto dal professor Morlino che studia le modalità e le tecniche di condizionamento delle masse attraverso i social network e le nuove tecnologie. E lo studio nasce dal timore che queste nuove tecnologie digitali e soprattutto i social network oramai alla portata di tutti possano veicolare messaggi anche non veritieri che mirino a manipolare in maniera anche non troppo subliminale l’inconscio e quindi le scelte politiche sociali ed economiche delle masse. E devo dire che l’argomento ha affascinato ed interessato filosofi scrittori saggisti e giornalisti, come Carlo Nordio, Alessandro Campi, Luca Ricolfi, Loris Zanatta che nelle pagine de “Il Messaggero” hanno dato vita ad una discussione come non si osservava da tanto tempo, con ampie vedute e sintesi molto attente nell’ambito di una dialettica molto costruttiva, mai volgarizzata dagli scontri frontali. E vorrei fare una premessa prima di descrivere gli apporti su cosa si intende per “massa”, “folla” e “pubblico”. A cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo l’interesse per le masse cresce progressivamente dal momento che la rivoluzione francese e successivamente i moti rivoluzionari dei partiti socialisti hanno dimostrato la solidità e la potenzialità dei gruppi popolari. Ed anche a livello teorico si inizia a studiare il fenomeno cercando di indagare i meccanismi psicologici che portano le masse all’azione, le loro motivazioni e i loro comportamenti anche al fine di comprendere le ragioni dei comportamenti talora irrazionali e violenti delle aggregazioni umane. Sul piano filologico la “massa” è una “grande quantità indistinta di persone, considerata dal punto di vista sociale economico o politico” mentre la “folla” è un “gran numero di persone riunite nello stesso luogo”. Folla e massa sono accomunate sul piano psichico dalla dipendenza della suggestione che genera fenomeni imitativi che nella folla, proprio per più stretti contatti, è più dirompente e rapida e conduce più facilmente all’azione. Agli inizi del ‘900 irrompe nel dibattito sociologico anche il conetto di “pubblico”, legato alla diffusività e alla capacità della stampa di raggiungere capillarmente una quantità indefinita di soggetti che pur mancando di tratti di natura ideologica o emozionale diventano testimoni di una potenziale “universalità”. Anche il pubblico soggiace ad un elemento psichico condizionante costituito dall’opinione pubblica che si forma sulla base delle notizie e commenti riportati sui mezzi d’informazione ma con la differenza che essa non è strutturata su base sentimentale ed emotiva bensì razionale. Fra queste moltitudini la più pericolosa è la “folla” perché gli individui si annientano in un’anima collettiva che li fa agire in modo del tutto diverso da ciascuno di loro perché preda di un sentimento di potenza invincibile, di contagio mentale e di suggestionabilità scadendo come entità autonoma nella scala civile per impulsività irritabilità, suggestionabilità, semplicismo sentimentale, intolleranza. E la “morte nella folla” dal punto di vista medico legale è sempre molto scarna riguardo le responsabilità individuali. Per ritornare in tema stiamo assistendo alla progressiva trasmutazione da “pubblico” a “massa” di cui fa parte la “folla”. E non c’è da stare allegri. E la tecnologia digitale permette oggi la diffusione mediatica di notizie e messaggi spesso non veritieri, le cosiddette “fake news” o peggio “fake truth”, le false verità che minano profondamente l’opinione pubblica confinandola ad un giudizio “obbligato”. Per cogliere gli umori popolari e sentimenti collettivi una volta i capi si affidavano al loro intuito o al massimo alle loro letture, come osserva Alessandro Campi oggi com’è noto si utilizzano le profilazioni anonime e i campionamenti tramite algoritmi, come si possono soddisfare desideri dopo averli creati. Ma siamo proprio sicuri che sia questa una conseguenza della modernità? Il sociologo Gabriele Giacomini è di parere diverso perché in realtà le “fake news” sono sempre esistite ed afferma che la filosofia occidentale è nata proprio per superare le false notizie ed è stato proprio Platone che l’ha fondata per opporsi ai sofisti di Protagora rimanendo peraltro molto dispiaciuto per la morte di Socrate obbligato a suicidarsi sulla base di alcune dicerie sul suo comportamento che diventano delle prove per mandarlo a morire in piena democrazia. E nel Medioevo c’erano donne accusate di stregoneria, di avvelenare pozzi, di diffondere la peste e mandate a morire arse vive con un processo sommario e senza validazione delle prove. Un po’ come avviene molto spesso oggi quando la stessa magistratura venga pressata da un giudizio della piazza ancor prima della verifica delle prove. E il sociologo osserva che diversamente dal passato oggi non esiste più un “piazza” con diverse voci ma esistono diverse “piazzette” dove si tende ad ascoltare una stessa ed unica voce, la personalizzazione dei contenuti, la cosiddetta “Echo Chambers”, le camere dell’eco, rese possibili dai famosi “Big Data” in mano ai padroni della Silicon Valley che per meri motivi commerciali ci propinano solo le notizie piacevoli al “gruppo” ed in questo dovrebbero essere più responsabili evitando di costruire quella “riflessione etica” anomala e che spesso sfocia negli “hate speech”, un incitamento all’odio derivante dalla disattivazione di freni inibitori che abbiamo nel nostro cervello emotivo, freni che scompaiono davanti ad un computer ma che sono molto attenuati nella prossemica fisica. Purtroppo fin dalle origini l’uomo ha sempre cercato di dominare il pensiero delle masse, perché è da questa interlocuzione coercitiva che nasce il suo potere tenendolo lontano dal dissenso creandogli l’utile seguito. Lo stesso hanno fatto le religioni monoteiste con più o meno rispetto per le libertà individuali e se non “teocratiche” si sono comunque discostate dalla “Dittatura” che utilizza la forza fisica e non la semplice parola per costruirsi il “seguito”. Ma attualmente stiamo assistendo alla trasmutazione di una “parola” che uccide più della spada proprio nel novero di una nuova dittatura più sottile ma molto più ingombrante ed invasiva che sfocia nella “captatio benevolentiae” a tutti i costi, quel cosiddetto “pensiero unico” che miete vittime di continuo, inascoltate, senza che nessuno se ne accorga. Nel mondo globalizzato si mettono insieme i mercati, la finanza, le tecnologie ma si lasciano sole le anime avvolte nel loro bavaglio. Il Web ha dato spazio ad una miriade di punti di vista differenti e spesso disgregati ma in questo contesto nasce un nuovo problema: un enorme “volume” indistinto e magmatico di informazioni spesso urlate e poco gestibili ove molto difficile farsi ascoltare e dove appare impossibile valutare la qualità e la forma dei contenuti per una opportuna scrematura. Nel web comanda il volume non la sostanza per raggiungere il target più ampio possibile! E qui si ingenera il secondo e più grande vulnus della democrazia: una notizia ha la possibilità di diventare “vera” senza essere sottoposta ad un’analisi critica ed attenta della ragione basta cha abbia un consistente numero di “condivisioni” in rete. Ad esempio ammettiamo che la stampa diffonda una intercettazione “fantasma” che non risulta nel registro delle prove ecco che parte quel “passaparola” che crea quella che viene definita “opinione pubblica”, questa volta non più creata sulla base della verifica razionale perché non c’è più tempo per essa, il “volume” ti travolge, e ti accorgi che quando il dado è tratto è quasi impossibile tornare indietro facendone le spese quella “verità” assolutrice ma del tutto inefficace nel processo. E’ questa la democrazia? Ridotta alla massa dei fan e dei like, dei post? In mano a quelli che si occupano di marketing e comunicazione? E perché se il Papa twitta, conversa con i giornalisti in aereo e telefona durante una trasmissione televisiva, i politici dovrebbero osservare un comportamento più sobrio? A questo punto entra in gioco un fenomeno psicologico chiamato “social proof” per cui il singolo in assenza di informazioni più dettagliate tende ad “uniformare” le proprie opinioni a quelle dei conoscenti ritenuti più competenti in materia. Arma potente per diffondere e veicolare il messaggio senza che esso venga vagliato dalla ragione che ne analizza la fonte, la credibilità e i contenuti. Ma se le risposte dei social, come osserva Nordio, appaiono volatili ed effimere i loro risultati possono essere sono al contrario permanenti e duraturi perché da esse rischiano di dipendere l’approvazione di leggi, la formazione di un bilancio, l’estromissione di ministri e forse la durata del governo così che la partecipazione massiccia e incontrollata della cosiddetta “democrazia diretta” unita all’esaltazione capricciosa ed emotiva rischia di provocare conseguenze funeste e difficilmente riparabili. Ed è evidente che se vogliamo salvare la nostra democrazia ed il nostro senso critico sia nel mondo digitale che fuori dovremmo “abbassare il volume” non spegnendo tute le voci ma selezionarle accuratamente. Basterà? Ed è questo un antidoto? E non sarà questo rimedio peggiore del male? Nutro forti dubbi! L’AGCOM è un istituzione di garanzia indipendente nelle comunicazioni. Purtroppo se anche i magistrati che dovrebbero fare della “indipendenza” il loro baluardo costitutivo perché la legge è uguale per tutti anche per i garanti della Comunicazione l’indipendenza è del tutto formale ma molto poco sostanziale perché alla base vi è sempre l’uomo con i suoi assunti e le sue simpatie ed è difficile non pensare che in tal caso valga ancora il mantra della legge che si applica ai nemici e si interpreta per gli amici. E l’Agcom contando sul “misero” bilancio di costo di circa 100 milioni di euro, finanziato non dallo Stato ma dagli stessi operatori del settore delle comunicazioni, ha lanciato una campagna contro gli “hate speech”, che con la scusa dell’odio censura “legalmente” la libertà punendo semplicemente chi non si adegua al “politicamente corretto”. Perché quando parlano di imbarbarimento del linguaggio politico si citano solo gli esponenti leghisti e pentastellati, come d’altronde ha fatto “Amnesty” che in due turni elettorali ha messo alla berlina solo gli esponenti del centrodestra, mentre quelli del centrosinistra sono solo gentiluomini dal linguaggio corretto e rispettoso delle donne, degli omosessuali, dei migranti e altre minoranze. Vi pare possibile affidarsi a queste agenzie, come quella per il rispetto della “privacy”, così molto scarsamente pluraliste? Non sarebbe anche il caso di riformarle in virtù di quella “par condicio” che riempie la bocca di molti ma che è sempre più messa all’angolo? Ma non credo che non vi siano speranze di rimettere la nave a barra dritta. Perché si può manipolare un gruppo ma mai una società intera dal momento che la resistenza degli individui alle bugie è antica quanto il tentativo di utilizzarle come tecnica di condizionamento degli uomini. Perché esistono dei valori come la competenza tecnica, il merito individuale, la prudenza, la capacità di dialogo, lo spirito di moderazione, la tolleranza verso idee diverse dalla proprie, il rispetto delle istituzioni, la conoscenza come premessa della libertà e dello sviluppo della persone, il senso del dovere, che non possono essere occultati in eterno ed il movimento della politica come quello della storia, osserva Campi, è fortunatamente ondulante e ciclico e l’”eccesso di ideologia” nella storia recente ha prodotto al cultura del “disimpegno edonistico” con quel narcisismo e culto dell’Io che ha creato per converso la ripulsa antipolitica e antipartitica e all’irrazionalità congenita delle folle sedotte da qualche pifferaio si contrappongono lo spirito di autoconservazione e la saggezza frutto dell’esperienza e presto si tornerà giocoforza ad una visione più pragmatica e ragionevole della democrazia e soprattutto di ciò che serve per farla funzionare come regole del gioco condivise e rispettate, governanti capaci, cittadini dotati di un minimo senso critico e mediamente informati sulle cose del mondo. Alla base di tutto un grido: ridateci la “CULTURA”! Perché come dice Ricolfi senza gerarchie culturali siamo tutti “troppo uguali” e se accade tutto ciò non è colpa di Internet, ma della lunga stagione di irresponsabilità che ha preceduto e preparato il trionfo del “contare senza sapere” perché tanto “uno vale uno”.

Pescara li 16-6-2019 F.to Arcadio Damiani