PAOLO PAVONE
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DISUGUAGLIANZA

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Da una parte il ceto alto, dall’altra il ceto basso. ..

Da una parte i figli della buona borghesia dall’altra i figli degli strati popolari. Mescolanza appena plausibile nelle fasce intermedie. E’ quanto emerso e pubblicato da un sito della scuola di via Trionfale a Roma che ha varie sedi. Ma può una scuola esprimersi in modo così discriminatorio nel comporre la propria popolazione studentesca? Ovviamente no ma è poi tanto riprovevole il comportamento della dirigenza dell’Istituto nell’aver fotografato in modo brutale la purtroppo realtà vigente? E giù immediate polemiche a non finire per ricondurre a più miti consigli la preside accusata di condotta altamente discriminatoria. Secondo il mio modesto parere, più che una rapida scelta di campo dovremmo iniziare una profonda riflessione sull’argomento che sembra essere di primaria importanza sullo sviluppo civile ed antropologico dell’uomo.

Della più grande rivoluzione dal punto di vista sociale non può essere negata l’origine giudaico cristiana perché fino ad allora il cardine dell’odierna carta dei diritti dell’uomo ossia la parità uomo-donna era del tutto inesistente. E la storia non è stata altra che una continua lotta per l’equiparazione dei diritti dal sovrano al suddito, dal padrone all’operaio, dalla tirannia alla democrazia. Oggi abbiamo raggiunto un livello tale di equiparazione dei diritti che se da un lato non ha assolutamente impedito che esistano ancora discrepanze geopolitiche e socio economiche nelle nostre società, dall’altra ha creato nuove e più pericolose disuguaglianze che sono alla base di quella che viene appellata come “eterogenesi dei fini” o più semplicemente di un inatteso “effetto boomerang”.

Ma siamo sicuri che questa spinta eccessiva all’uguaglianza sia poi fonte di giustizia? Da che mondo e mondo tutti l’umanità è composta da elementi geneticamente diversi ed ogni uomo è unico nel suo mix di DNA nonostante il cospicuo numero di abitanti sulla terra. Ed è pura realtà se vi sono zone abitate da famiglie benestanti ed altre da ceti più popolari. E’ realtà se un branco di lupi quando si muove ha il suo capobranco come in un alveare la figura dell’ape regina circondata da un esercito di fuchi. Certo che la scuola diseguale è un sacrilegio tanto che una volta nella scuola media chi poteva scegliere la lingua straniera in specie l’inglese erano solo i benestanti, per tutti gli altri il consiglio d’obbligo era scegliere la lingua di Voltaire ed anche i professori erano distinti in bravi e meno bravi, in autorevoli e meno autorevoli. Oggi le cose sono molto migliorate e tutti possono scegliere tutto nella scuola “di massa”.

Ma questa massificazione ha portato benefici o esacerbato le disuguaglianze? Secondo me la seconda ipotesi sembra più veritiera perché chi frequenta una scuola dovrebbe avere il santo diritto di poter apprendere da un programma stabilito e con un fluido decorso anziché ritrovarsi in una classe mista ove ci sono bambini stranieri che non sanno bene neanche la nostra lingua e che zavorrano, loro malgrado, il regolare percorso di studio. Non che questi non abbiamo diritto ad avere un’adeguata istruzione dalle nostre parti ma che sia dedicato loro un percorso formativo più consone alle loro difficoltà e carenze mi sembra più logico e meno ipocrita. Eppure in tutta sincerità chi non ha mai pensato iscrivendo i figli a scuola a che tipo di scuola si iscrive non solo dal punto di vista didattico ma anche ambientale? Certo questo non cale a chi del processo formativo fa solo una questione di obbligo scolastico, interessa molto di più a chi desidera che lo studio dei propri figli sia il mezzo migliore per dare loro cultura e autonomia di pensiero non indottrinamento senza vie di scampo.

Per mia esperienza con i figli soprattutto mia moglie ci siamo occupati come meglio potevamo non scegliendo loro una scuola da “Rotary” o da “campi da golf” bensì composta da docenti autorevoli nella loro materia scegliendo secondo le loro attitudini ed abbiamo visto i risultati: voti alti agli esami di matematica alle facoltà di ingegneria. Fortunati per la prole, ma da parte nostra, oculati per i loro percorsi. E dieci vent’anni fa era ancora possibile trovare nelle nostre scuole docenti preparati ed autorevoli che facevano la differenza, erano severi ma orgogliosi dei loro risultati.

Oggi l’”uguaglianza scolastica” con le loro strane autonomie ha costruito una scuola che non insegna, totalmente deresponsabilizzata alla mercé di genitori incapaci e di una magistratura che spaventa il corpo docente portandoli alla sbarra anche per un improperio fortemente educativo, non dico delle rigate sulle mani o dei ceci sotto le ginocchia. La scuola, pubblica o privata che sia, deve garantire una parità d’insegnamento, minata dalle autonomie a scapito dei programmi ministeriali centralizzati, e uguali opportunità per tutti nella sua spiccata vocazione interclassista. Ed i simili devono stare con i simili non nel senso della ricchezza del ceto di provenienza bensì nel senso della capacità e voglia di apprendimento. Solo allora la scuola può svolgere al meglio il suo compito anche se comporta l’arruolamento di un indigente, di un tossicodipendente o un piccolo criminale in cerca di redenzione. Ho fatto l’università in piena epoca sessantottina in una sede (Pisa) preda di quello spaventoso travaglio innovativo che minava alle fondamenta proprio quella scuola che dava possibilità al figlio di un modesto ferroviere in pensione, quale sono, con un ausilio economico che chiamavasi “presalario” (500.000 lire annue) di poter frequentare quelle aule anticamente magistrali ove l’autorevolezza del “maestro” veniva umiliata dal “18 politico” preteso agli esami, a meno di “gambizzazioni” minacciate, e con un famoso professore cui avevo la tesi che ha tergiversato un tantino se concedermela avendo solo la media del “28”. Ed ancora oggi la mia fortunata professione, decretata dall’amore e rispetto dei pazienti, poggia ancora le sue solide basi su quella faticosa ma piacevole formazione e non ho mai incontrato un docente, che già allora faceva lezioni in lingua inglese, passibile di un pur minima critica: tutti esempi splendidi di didattica e ricerca. E mi ritrovo in età di pensione a lavorare molto di più di quanto avevo trent’anni perché allora i primari leggevano i giornali e gli assistenti faticavano giorno e notte, ora che sono arrivato mi ritrovo giovani colleghi molto più attenti alle garanzie sociali delle ferie e festività che ad apprendere meglio il loro lavoro, con evidenti lacune formative che hanno prodotto quella “medicina difensiva” che divora gran parte delle risorse economiche in ambito sanitario in aggiunta ad un inspiegabile ed inconcepibile ugualitarismo diagnostico, ed una magistratura pronta a colpire con la sua mannaia la presunta colpa sanitaria. Ecco il vero vulnus della nostra oramai degradata democrazia: l’odio verso i capaci! E la politica che una volta si reggeva alla meno peggio su una cultura dei loro componenti è oggi un facile approdo specie di chi ha una gradevole apparenza, un eloquio molto social, assenza del 730, cultura ai minimi termini se non azzerata. E ci risiamo, tutti alla ricerca dell’avvento dei “migliori” al governo del Paese ed è questa una esigenza non solo italiana ma di tutti i paesi cosiddetti “democratici”.

Perché i “migliori” per fortuna esistono ma non si dedicano alla politica perché o sono già espatriati verso altri lidi che riconoscono le differenze o sono talmente intelligenti da comprendere che il “politichese” non farà mai parte del loro vocabolario. Ma ti pare che non abbiamo in Italia, esempio unico mondiale di maggiori imitazioni, basta vedere l’agroalimentare ed il brand “Ferrari”, persone preparate meglio della Azzolina o Fedeli all’istruzione o di Di Maio alla Farnesina? E ti pare che se avessimo dei burocrati simili a quelli che regolano il personale e l’economia delle aziende che con le loro esportazioni tengono in piedi la nostra economia lottando continuamente col burocratese di Stato, non staremmo meglio? E come disse una volta un segretario nazionale di partito i migliori che si dedicano alla politica vengono emarginati perché “non governabili” e quindi non “ad usum delphini”.

Come dimostra il passato quando in condizioni di emergenza si richiedono “tecnici”, qualche migliore preso in prestito dalla società civile. A questo punto se adotta provvedimenti logici e giusti ma “impopolari” i politici di professione, nell’era dell’uno vale uno, rendono loro la vita difficile. Siamo ridotti male nei tempi della improvvisazione e non vedo alcuna luce in fondo al tunnel se abbiamo consegnato una coscienza civile in mano ai pesci azzurri!

Arcadio Damiani