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ETEROGENESI DEI FINI

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Questo decreto legislativo in discussione sulla “dignità” pone  non pochi problemi soprattutto a livello interpretativo più che del risultato socio economico. Si comprende la volontà di trasformare l’impiego a tempo determinato in impiego a tempo indeterminato così da rendere stabile il lavoro precario ed offrire al lavoratore quella sicurezza che gli permette di accedere ad un mutuo e di fare progetti a più lunga scadenza. Ottima l’intenzione ma sulla fattibilità qualche perplessità sorge. Infatti impiego “a tempo indeterminato” non significa solo sicurezza del futuro del lavoratore, significa anche una permanenza in uno stato di privilegio che conduce alla quasi impossibilità di riqualificazione professionale, qualora si renda necessaria, alla quasi impossibilità di essere licenziato  se l’azienda prova che il lavoratore non è stato molto consono ai suoi doveri con una magistratura che interminabilmente vessa il datore di lavoro con obblighi inauditi e processi interminabili sempre a tutela di chi sgarra ma non di chi crea ricchezza e lavoro. Ed io ho avuto questa fortuna di essere impiegato a tempo indeterminato e pieno ma la mia rabbia nasce dal fatto che tanti miei colleghi a differenza del sottoscritto hanno una tabella di marcia molto più lenta e appagante pur percependo lo stesso stipendio con l’impossibilità di avere almeno una parte stipendiale di risultato ma con incentivi a “pioggia” molto cari al sindacato ma meno all’efficienza aziendale o di riprenderli per incoraggiarli a rendere di più con la minaccia di licenziarli. Questo va bene nel privato ma non nel pubblico ove i termini di “efficienza” e di “licenziamento” sono scomparsi da lunga pezza dall’armamentario contrattuale. Ed è altrettanto ovvio che stando così le cose gli imprenditori non hanno molto gradito questa dignità che filosoficamente dovrebbe  essere un valore “assoluto” e qui abbastanza mercificato. Infatti in un periodo di instabilità, crisi di crescita economica, ripresa difficile soverchiare ancora l’imprenditoria con obblighi senza aver mutato la condizione legislativa a monte suona quanto meno allarmante. Non che le grandi associazioni come Confindustria o Confesercenti siano associazioni al pari di Onlus alla “fatebenefratelli” ma stavolta credo che anche se si potrebbero privilegiare le piccole imprese con pochi dipendenti, tagliando i fondi alle grandi imprese che hanno fatto il bello e cattivo tempo come hanno voluto perché tanto pagava Pantalone il momento è talmente critico che ci si poteva risparmiare questa emergenza a meno che non ci sia il fine recondito di aumentare la disoccupazione con simili gravosi assunzioni da parte delle imprese e confluire beati in quel “reddito di cittadinanza” tanto voluto dal regime pentastellato nella futura compagine sociale sotto guida Web. Assurdo anche il divieto di pubblicità per le lotterie e le scommesse, unica via al controllo dello Stato  di un atteggiamento che nessun divieto governativo potrà espungere dalla condotta dei cittadini. Allora il diesel è inquinante come tutti i combustibili fossili e bisogna acquistare auto ibride, elettriche o a idrogeno, non dimenticando che le accise che incassa lo Stato sul carburante è pari a due terzi del suo costo; i proventi che lo Stato prende dal cosiddetto gioco d’azzardo, con la scusa di combattere la ludopatia, finiranno nelle mani della criminalità privata che appalterà sale giochi clandestine e scommesse online coma già oggi si sta verificando. Ma allora questi beati signori come faranno a distribuire ricchezza se si azzerano le fonti? Convengo tuttavia che questo governo debba lavorare anche perché diversamente dalle altre compagini storiche ha un grande privilegio che forse sfugge ai più: il fatto di essere costituito da anime così bellicose ma diverse fa gioco di un possibile equilibrio altrimenti non raggiungibile e di un movimento che pur minimo spezza l’immobilismo passato con aspetti di discussione e con il portare alla luce dissidi e discongruenze di cui è zeppa la nostra Costituzione più bella del mondo ma anche la più ingarbugliata  e contraddittoria.

Arcadio Damiani