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I KALASHA, GLI ULTIMI INDOEUROPEI

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Venerdì 18 luglio, si è tenuta ad Atri la lectio magistralis dal titolo “I Kalasha: gli ultimi pagani indoeuropei”. Il Teatro Comunale di Atri, alle 18.30 ha accolto un folto pubblico interessato all’evoluzione di questa popolazione, che vive nel Pakistan nord occidentale ai confini con l’Afghanistan, nelle zone montuose. Ad aprire l’incontro con i saluti è stato Ottorino La Rocca, vice-presidente dalla Fondazione Aria – Fondazione Industriale Adriatica che ha promosso il progetto STILLS OF PEACE and Everyday Life, all’interno del quale si colloca la lectio magistralis. Realizzare eventi d’arte e cultura attraverso l’incontro, la comunicazione e la conoscenza di differenti tradizioni culturali nel mondo è alla base del progetto. Si cerca così di iniziare a costruire una rete globale di connessioni e collaborazioni che attraverso la produzione di ulteriori eventi, porti ad una conoscenza e ad un rispetto delle culture stesse, valorizzandone reciprocamente la bellezza e la profondità” sono state le parole de La Rocca. Il prof. Alberto Cacopardo,antropologo, docente alla UniFi e socio ordinario dell’IsIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente),si è detto molto contento di essere stato coinvolto nel progetto e di essere ad Atri per parlare dei Kalasha.“Il popolo Kalasha è particolarissimo. Fino al 1973, anno della prima spedizione in Kafiristan, nessuno sapeva nulla di questa comunità. La sensazione fu quella d’essere stati trasportati nel neolitico e si notava una forte povertà,- così ha spiegato Cacopardo – ma sembrava che loro non la soffrissero. Ho scoperto negli anni che le cose necessarie ai Kalasha sono torcia elettrica, binocolo e fucile per difendersi. La comunità, fortemente pacifista, è basata sulla dicotomia di ciò che è puro e ciò che è impuro e la loro vita viene scandita da riti. Le cose pure sono le capre, il latte e il formaggio che proprio perchè riconosciuti tali vanno condivisi, mentre le cose impure sono i prodotti dell’agricoltura e il pane che viene prodotto dalle donne, anch’esse considerate impure. Un elemento molto affascinante è la credenza delle fate – ha continuato il professore – loro credono vivano nei laghi d’alta montagna, e tutta la montagna è considerata pura essendo posizionata in alto, credono che le fate vivano lì per proteggere la loro caccia, il pascolo e la montagna”. Oggi anche nella comunità Kalasha si nota qualche accenno di progresso, ma la loro complessità rimane come il fascino della loro cultura. È poi intervenuto Ejaza Ahmad, giornalista e mediatore culturale di origine pakistana da tempo impegnato nell’integrazione tra i popoli per una società multietnica e multiculturale nel rispetto delle “diversità” come patrimonio comune e alla sviluppo del dialogo interreligioso. “Le differenze culturali esistono in ogni luogo anche a distanza di pochi chilometri. Solo da pakistano venuto in Itala mi rendo conto che tante cose possono sembrare incomprensibili da parte del popolo italiano, magari anche non avendo le giuste chiavi di lettura. Una delle grosse differenze notate è quella che riguarda i dati personali, noi abbiamo solo nome e nome del padre, poi la casta d’appartenenza, non sappiamo la giusta data di nascita ma solo l’anno”. Dopo una dettagliata descrizione dello stile di vita pakistano, Ahmad ha chiuso il discorso dicendo “Non esiste pakistano che vive per se stesso. Non esiste in Pakistan un’entità culturale individuale, si vive la propria vita per gli altri e mai per se stessi”. A spiegare meglio e più da vicino la vita Kalasha è stato il documentario girato dall’antropologa Kalasha, Sayed Gul. Testimonianze dirette, spezzoni di riti, canti, costumi e vita quotidiana dei Kalasha sono entrati in maniera diretta, in tutta la loro particolarità, nella conoscenza del pubblico in sala.Infine, Adriana Gandolfi, ricercatrice di etno-antropologia è intervenuta legando le culture Kalasha e abruzzese, tessendo un filo proprio sul carattere pastorale dei due popoli legati a riti e credenze. “Anche in Abruzzo si crede alle fate che difendono il bosco. Sono gli gnomi e le fate che proteggono la natura” ha precisato la Gandolfi.A moderare la lectio magistralis è stata la curatrice della sezione documentale del progetto STILLS OF PEACE and Everyday Life,Raffaella Cascella.

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