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IL MEDICO OGGI

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Premetto sono un medico ospedaliero vicino alla pensione. Allarme! In Molise a Termoli ed Isernia mancano medici, in specie ortopedici, col rischio di chiusura del reparto e conseguente mancata assistenza ai cittadini. Ed il commissario alla sanità della Regione, Angelo Giustini, ha chiesto al Ministero della Difesa l’invio di un centinaio di medici militari per tamponare l’emergenza, fino ai prossimi concorsi. Iniziativa quale ultima chance nel caso dovessimo affrontare un’emergenza durante la fine del mondo o un disastro universale ma estremamente deplorevole e inopportuna se in un pacato contesto civile che come dicono in molti ha goduto di 70 anni di pace e democrazia. Perché e come siamo arrivati a tanto? E non mancano solo gli ortopedici, mancano tanti specialisti chirurghi, pediatri, anestesisti e rianimatori, ginecologi. La risposta è semplice e complessa, semplice perché è mancata una vera politica sanitaria di progetto che guardasse al futuro e complessa perché i fattori che hanno contribuito a questo disastro carenziale sono molteplici con attori diversi sparsi in tutte le possibili compagnie. Ed oggi far fronte a questa emergenza non è affatto facile perché a meno di evidenti ed istantanee illuminazioni dall’alto, come l’esprimersi in lingue diverse e sconosciute durante una seduta satanica dal basso, la professionalità a tutti i livelli si eredita, si medita e si costruisce nel tempo non certo col “mi piace o non mi piace” dei tweet. Certo nell’epoca digital grillina dell’ ”uno vale uno”, dell’uguaglianza di tutti i popoli, del “memismo” che annienta le differenze non ci sarebbe nulla da dire ma è così scontato che un medico militare, non per mancargli di rispetto, sia in grado di sostituire un medico ospedaliero che a quanto mi risulta ha comunque effettuato oltre una sana gavetta anche una lunga permanenza esperienziale in sala operatoria sotto l’illuminazione scialitica? La medicina militare e la ricerca è molto in voga negli USA dove le istituzioni, ben remunerate, sono al pari se non superiori alle cliniche universitarie. E qui da noi? I poveri colleghi militari se bravi o fortunati possono “organicarsi” nell’unico grande Ospedale dell’Esercito, il “Celio” a Roma, ma non si è mai visto che questo Ospedale sia dotato di Pronto Soccorso in quanto manca sia di pazienti, in gran parte giovani e sani, i loro, che di esperienza oltre che di fondi perché nei conti della Difesa non c’è una voce di bilancio specifica e unica per la sanità militare così come non c’è mai stata una sanità militare unitaria al posto dei vari Corpi sanitari, marittimo, aeronautico e dell’esercito. E diversamente dagli ospedali delle maestranze militari statunitensi non mi risulta che siano l’eccellenza nelle chirurgie o in ricerca avanzata. Tanto è che hanno sempre chiesto di convenzionarsi con le strutture sanitarie pubbliche civili per acquisire pazienti, esperienze e soprattutto per non scomparire. Anche perché in pregresse remunerazioni i costi di circa 300 milioni di euro annuo la maggior parte era devoluta per la sopravvivenza del personale sanitario e paramedico. E se ci fosse stata una maggiore collaborazione fra sanità civile e militare visto che un militare comunque gode anche dei servizi del SSN(doppia spesa procapite!) forse oggi potremmo veramente seguire l’occasione del “prendi dov’è e metti dove serve”. La nostra Sanità purtroppo è stata vilipesa e derubata a tutti gli effetti da un sistema politico che da quando ha diviso il SSN in 20 diversi SSR ha creato quelle profonde diseguaglianze assistenziali che sono sotto gli occhi di tutti e che prevedono per riparo quelle benedette mobilità passive extraregionali, attualmente ancora possibili ma non si sa per quanto ancora, verso strutture più professionali e all’avanguardia. Il “divide et impera” non è stata solo fonte di nutrimento politico ma in sordina è stata anche la forma per dividere in una quarantina di sindacati la classe medica che, consapevolmente o meno, si è ridotta alla mercè del politicante di turno che mira più alla tessera di appartenenza che al curriculum formativo del professionista, prova ne sia che i primari o direttori di reparto vengono nominati dal Direttore generale, di nomina a sua volta dal presidente della Regione. E d’altronde come può la politica fare a meno della più importante fonte di foraggiamento del Pil regionale? E noi medici siamo stati coautori delle nostre disgrazie perché miranti allo stretto tornaconto egoistico, personale senza minimamente considerare che l’unione fa la forza e che il lavoro nostro non funziona se non si collabora in equipe e soprattutto se si vive in un ambiente ostile e avvelenato dai protagonismi. Abbiamo abolito le “baronìe” che comunque erano eticamente responsabili delle diverse capacità dei loro allievi e allora ti istillavano il sacro e sacrificale furore della scienza per combattere la malattia, ma non so se anche queste potevano reggere l’impatto di un così profondo degrado educativo dell’Università cui stiamo assistendo, per sostituirle con le “anticamere politiche” cui genuflettersi per poter lavorare con un retribuzione sempre più misera e con uno spietato occhio giurisprudenziale che di uccide professionalmente al primo peccato veniale. Certo se questa è la moneta di scambio, quale etica fa scegliere al chirurgo la valvola cardiaca qualitativamente superiore e non la sudamericaneria o cineseria di turno. Solo il proprio tornaconto economico perché “così fan tutte” di mozartiana memoria. E poi i cittadini, questa classe indifesa sotto la minaccia continua di una medicina sempre meno sociale ma immersa nel grande mercato delle prestazioni di alto costo se ne vuoi beneficiare. Ma è proprio così? No! I cittadini vogliono tutto e subito, a basso prezzo, nel bengodi di una civiltà sanitaria che assicura tutto il possibile nelle strutture periferiche e di prossimità in nome di quel diritto alla salute che sembra sacrosanto ma che deve comunque far di conto fra entrate scarse ed uscite sempre più colabrodo. E le politiche di programmazione sanitaria sono sotto stretto controllo non delle vere necessità bensì della fruizione del consenso elettorale. Perché non possono essere chiuse strutture assistenziali periferiche che succhiano risorse non garantendo prestazioni di alta qualità perché luoghi di prossimità e di elargizione impiegatizia. Ho spesso paralato, da medico, con i cittadini spiegando loro che è più sicuro partorire in un centro che fa tanti parti l’anno perché provvisto di servizi di urgenza post natale che in un piccolo ospedale che fa un centinaio di sgravi l’anno. Non ne vogliono sapere! Si parla spesso di inappropriatezza ed inutilità di tante prestazioni sanitarie che allungano oltremodo le liste d’attesa ma cosa si è fatto fino ad ora? Nulla! Perché una volta mi disse un direttore sanitario meglio una prestazione di bassa qualità che una non elargita! Capito? Proviamo noi medici a dire che quella prestazione poteva non essere fatta perché inutile come fare un esame richiesto per prevenzione a 90 anni! Rischiamo il processo per omissione! Dove sono le leggi, in vigore in altri Paesi, che stabiliscono l’”opportunità” e la “gratuità” del nostro intervento sanitario? E noi medici ci ritroviamo ad essere sottopagati, sottodimensionati e super stressati tanto è vero che di recente la legislazione si è occupata della nostra sindrome del “burn out” cioè delle gravi conseguenze psico-fisiche e dello stress lavorativo per turni massacranti e riposi inadeguati con la minaccia di essere richiamati dopo il pensionamento per carenza di organico e professionalità. E poi ci facciamo specie se in Arabia Saudita circa il 50% dei medici ospedalieri sono italiani? E ve lo dice uno che ha gli unici due figli entrambi all’estero per lavoro dopo che si sono istruiti nel nostro Paese. Quale alternativa se in Gran Bretagna al “recruitment” lavorativo ti chiedono cosa sai fare mentre in Italia ti chiedono chi ti manda? Se questa è la situazione, di chi la colpa? Di tutti! Soprattutto del nostro essere molto, ma molto profondamente, democratici! E poi se non funziona più la Magistratura come garante, la Chiesa come unitaria, la Scuola come formazione, le Forze dell’ordine come sicurezza mi dite per quale astruso algoritmo dovrebbe funzionare la Sanità?

Arcadio Damiani