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IL “TU” O IL ”LEI”

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La giornalista De Mari in un suo pregevole articolo “L’ipocrisia buonista di darsi del tu è l’inizio della fine della democrazia” mi ha riportato in auge un sentimento doloroso che provavo qualche decennio fa quando si iniziò a dissanguare il significato del ruolo culturale e sociale che i cittadini potevano ricoprire dopo notevoli sforzi per migliorare il loro prestigio, quello che oggi definiamo ascensore sociale e che abbiamo totalmente distrutto. Ho scelto la professione medica perché avevo terrore da bambino quando il sanitario entrava in casa ed emanava le sue sentenze con cipiglio severo e da remunerare con notevole sacrificio di chi allora divideva il soldo in quattro, ed il bello era che comunque il male restava e talvolta peggiorava pure. E mi chiedevo perché non esercitare quella altissima professione con quella magnanimità altruismo e fratellanza che si vivevano quando al catechismo ci si introduceva gli episodi evangelici dove il Cristo onnipotente, vilipeso e vincente aveva sempre la parola dolce verso chi soffre e chi ha bisogno del suo aiuto. Allora se il Cristo era nostro fratello perché il medico era così altero e intoccabile? Ma il rispetto era dovuto alla differenza culturale o alla differente grandezza dello spirito? Nel primo caso darei volentieri del “tu”, nel secondo caso non solo darei del “lei” ma abbasserei anche lo sguardo. Purtroppo abbiamo assistito dopo il Concilio Vaticano II ad una improvvida discesa di stile come quando si invoca l’Altissimo durante l’Atto di Dolore dandogli del tu. Mi permetta dottoressa non abbiamo solo cessato di essere democratici, abbiamo cessato di essere “umani” in quanto corpo e spirito, materia e anima, mezzo e fine. E penso che a questo non ci sia ormai più rimedio! Nella mia professione peraltro ho dovuto volentieri adattarmi alle esigenze dei pazienti che mi vogliono un gran bene, ricambiato, e spesso cerco di trasmettere quella umanità più terra terra ma di cui hanno disperatamente bisogno in quanto spesso la nostra cultura-incultura li processa, li umilia, li offende, li deruba. Allora non posso solo io essere il censore alla ricerca del ruolo perduto ed ho puntato sull’empatia e sull’anima, non sempre ben accette perché a volte è l’ombra di un sepolcro che ostacola l’accesso, ma devo dire è l’unico linguaggio che merita di essere usato col tu o il lei: in questo mi sento molto più libero e i risultati si toccano con mano.