PAOLO PAVONE
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INCHIESTE GIORNALISTICHE

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Apprendo dai giornali che c’è una serie di altissimi funzionari dello Stato e segnatamente dei Servizi segreti atti a gestire con la massima riservatezza fondi per decine di milioni dove? A Banca nuova del gruppo Banca popolare di Vicenza, filiale di Roma che fino al 2014 ha custodito i conti bancari della nostra Intelligence insieme a larga parte dei soldi gestiti dalla presidenza del Consiglio dei ministri in evidente stretti rapporti con Gianni Zonin, il grande vignaiolo di Gambellara che con tutto questo ben di Dio non può far altre che acquistare delle meravigliose tenute sicule allargando il numero dei suoi sportelli tra Sicilia e Calabria. Dati questi che pongono in evidenza l’estrema difficoltà di processare Zonin e i suoi accoliti per i fallimenti valutari delle sue banche. Naturale e ovvia la chiusura del cerchio. Non c’è da meravigliarsi in questo paese ove i Servizi segreti tengono ben segreti i loro segreti non offrendo, nel contempo, i servizi destinati al loro ruolo altrimenti non avremo Forze dell’ordine così malmenate e poco ordinate e l’alto numero di reati che si compiono quotidianamente. Militari che vengono chiamati quotidianamente quando ci sono terremoti, alluvioni, lotta alla pirateria, operazioni di strade sicure ma non al tavolo delle trattative quando bisogna rinnovare il loro contratto, fermo da otto anni col ministro Madia che se ne sta ben lontana dato che non portano voti, anzi! E la questione diventa quasi inverosimile ed incredibile quando notiamo sempre dai media che le inchieste, le indagini, i processi vengono eseguiti non dal regolare fronte giudiziario, dalle questure o dalle procure ma dai giornalisti d’assalto che a rischio della propria pelle affrontano situazioni estreme con dei risultati spesso molto soddisfacenti se non risolutivi. Basta vedere il programma “Chi l’ha visto” o ultimamente “Non è l’Arena” di Massimo Giletti che ha permesso l’arresto in Brasile del latitante Giancarlo Tulliani. Anni di indagini dei ROS non sono stati in grado di riconoscere ad Ostia l’associazione a delinquere di stampo mafioso e poi la testata dirompente ad un giornalista rompiscatole ha permesso la ribalta e le seguenti manette per un’azione mafiosa in mancanza di mafia; o Saviano che con le sue inchieste e relazioni ha permesso di colpire al cuore la Camorra con successivi purtroppo altarini che lo hanno relegato a ruolo, poco calzante di Gran Commis della Repubblica; o a trasmissioni come quelle delle “Iene” o “Striscia la notizia” che ogni giorno scoprono delitti contro lo Sato e la comunità sempre a rischio dei giornalisti che spesso vengono malmenati dagli intervistati, come successo a Vittorio Brumotti, Luca Abete, Valerio Staffelli. Ma la questione più scioccante agli occhi del comune cittadino è come mai questi giornalisti d’inchiesta, ripeto al costo della loro incolumità fisica, vengono contrastati in malo modo non dagli spacciatori o dai rom dai quali ci sarebbe d’aspettarselo, ma addirittura da uomini che rappresentano istituzioni statali, di ben altro rango che si permettono il lusso non solo di non rispondere ma addirittura di sentirsi fortemente infastiditi da chi, per lavoro, cerca di raggiungere una verità informativa? Ti aspetteresti di non assistere mai a queste “dirette” avvilenti e dove al limite al posto dei giornalisti ci vedresti bene poliziotti, carabinieri e guardie di finanza. E non è forse questa la “prova finestra”, come nella vecchia pubblicità dei detersivi, della “naturale” corruzione che alberga nei grandi paradigmi della nostra beneamata repubblica democratica? Non è forse questa l’evidenza di quanto siano farraginose e pilotate le inchieste dei nostri sistemi di controllo al contrario del giornalismo che non ha bisogno di deleghe per interrogare gli indagati, non si serve di decreti per intercettarli o filmarli né di rogatorie internazionali per cercarli? Inoltre perché non vedere a quanti “processi mediatici” assistiamo senza alcuna garanzia difensiva davanti alle telecamere, al posto delle insopportabili lungaggini giudiziarie che si protraggono per anni e con risultati a “babbo morto”? Tommaso Hobbes, grande filosofo, aveva un concetto dello Stato che puntava alla neutralizzazione dei conflitti tra cittadini che trovavano garanzia nelle leggi. Oggi lo Stato è divenuto l’esempio lampante del “Plurimae laeges corruptissima republica” di tacitiana memoria ed allora corre ai ripari, come? Delegando al cittadino stesso quel controllo che lui stesso omette o che non riesce ad esercitare. Si hanno infatti un migliaio di note e clausole sui contratti che se non assunti e conosciuti dal firmatario condanno quest’ultimo al sobbarcarsi gli eventuali danni che possono presentarsi in futuro come il “bail-in” bancario che lo “smutanda” letteralmente se la banca fallisce, nel nome del “ma non l’ha letto?” Senza minimamente condannare chi ha usato sprovvedutezza o maldestra avvedutezza nell’utilizzo del patrimonio finanziario. Come quando il fisco, spietato quando incassa, non paga la mora sui rimborsi! Mi ricorda tanto il marchese del Grillo, interpretato da Sordi, quando dice “Io so io e voi non siete un ca…”. Ma l’ultima trovata veramente stravolge qualsiasi immaginazione: la norma del “Whistle-blowing”(soffiatore di fischietto) che tutela chi denuncia illeciti in azienda. A parte che in azienda gli illeciti non dovrebbero verificarsi, ma visto che i sindacati, che dovrebbero proteggere il lavoratore, protegge solo se stesso, con i suoi sodali e soprattutto le alte cariche, che non sono stati trasparenti, come avrebbero dovuto, sui loro lauti emolumenti, si evince che è devoluto al lavoratore stesso il fare piazza pulita. Assurdo!! Questa legge, passata in Senato, sembra essere piuttosto opportuna se fossimo in America ma qui siamo in Italia dove le cose si complicano enormemente. 1) Il dipendente che denuncia diverrà “intoccabile”, non potrà essere sanzionato, demansionato, licenziato, traferito e spetterà al datore di lavoro difendersi se il denunciante ha raccontato cose false. In tal caso si perdono le tutele e il lavoro al primo grado di giudizio. Può vincere in appello ma avrà perso il lavoro. 2) Il dipendente che denuncia ha facoltà di violare allegramente il segreto d’ufficio, professionale, scientifico, industriale oltre che l’obbligo di fedeltà all’azienda. 3) Siamo un paese che va dall’omertà alla delazione, entrambi agli estremi della correttezza civile, e immaginiamo cosa significhi ingigantire qualcosa atta a sminuire e dileggiare i nostri concorrenti in carriera o inventarsi di tutto per ostacolare un giusto licenziamento. 4) Spesso la cosa finirà in magistratura, il denunciante dovrà testimoniare di persona, con brigate avvocaturali che si contenderanno la “ratio”, il processo sarà pubblico con un rito “abbreviato” limitato al solo primo grado di giudizio e con giudici sulla cui imparzialità talvolta è da scommetterci, con una riservatezza precessuale al pari di una “Street woman”. 5) Non dimentichiamo infine che sono spesso molto più i datori di lavoro a “spiare” i dipendenti e non viceversa. Un software per criptare i messaggi spesso si accompagna ad un latro software per decriptarli. Come negli ultimi casi di abusi e molestie sessuali: siamo sicuri di conoscere chi è la vittima? Il pesce puzza dalla testa non dalle code cari parlamentari ed onorevoli! Prima di dare regole a noi che abbiamo avuto solo la “colpa grave” di delegarvi datevi una buona regolata ma credo che stiamo sfociando nell’”utopia”.