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“LA POETESSA VENUTA DAL FREDDO”

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Avevo 3 anni quando mamma mi lesse una favola “Come le oche salvarono Roma”. Nei miei pensieri immaginai belle colline verdi, alte fortezze di pietra. Quando mamma finì di leggere le chiesi dove si trovasse quella Roma. Si trovava lontano. Mi addormentai immaginandola… Quello fu l’antefatto. Sei anni dopo ci trasferimmo per il desiderio dei miei genitori e per l’appello del Partito comunista dell’unione sovietica (in questo modo patriottico chiamavano dalla televisione), al nord, ma proprio al “nord nord” dove il clima era artico. In un paesino di petrolieri, sperduto tra paludi e una sterminata taiga, che era, nella realtà, un luogo di deportati politici del 1930… Le paludi si chiamavano di Vasyugan, che è la più grande del pianeta, con una enorme e complessa varietà di natura intatta, il suo territorio è di 53.000 kmq (il territorio della Svizzera, per esempio, è di 41.000 kmq). La natura della Siberia si conosce subito. E’ diversa! Sembra che sia un essere di vimini. Le paludi come se fossero pozzanghere incorniciate con pizzo dai muschi dal colore della ruggine, giallo, verde, grigio-marrone e il colore del cielo che si riflette sull’acqua. Manca il fiato! Impraticabili paludi, la taiga di verde scuro sulla vastità pianeggiante. Il pantano, coperto col muschio, si muove come se fosse un materasso riempito d’acqua… e ti inghiotte quando rimani senza muoverti. La terra dei petrolieri è riconoscibile dalle fiaccole gigantesche del gas e per le torri di perforazione. Comunque, la mia vita con il trasferimento si è cambiata insieme alle abitudini. I mezzi anfibi e gli elicotteri al posto degli autobus oppure dei filobus o dei treni. Il gelo diventava familiare. Il petrolio e il suo odore erano quotidiani. Le patate, che papà comprava, si congelavano mentre le portava. Il the dimenticato sul davanzale di casa si ghiacciava. Dal rubinetto usciva acqua di “colore palude” e solo gelida. La vita lì era simile alla vita su una isola; i prodotti, gli abbigliamenti e il resto, che serviva per viverci, venivano portati una volta all’anno, in estate, quando il fiume si liberava dal ghiaccio. La Siberia, ora, torna nei miei ricordi, con il calore delle emozioni. Anche se era freddo. La temperatura non ha nessuna importanza quando sai come bisogna proteggersi e comportarsi. Per esempio, una cosa semplice è scendere dalle scale. Ci insegnavano. Le porte dell’ingresso del palazzo di inverno non potevano essere aperte con le mani nude perché le maniglie erano di ferro. Il viso… Mi ricordo un episodio che mi è rimasto impresso. Non conoscevo ancora bene tutte le regole del vivere siberiano. Un giorno, mentre tornavo a casa dalla scuola, una signora mi fermò e disse: “Bambina, hai una guancia congelata, è tutta bianca!” Mi spaventai: “Come congelata? Cosa accadrà? Rimango senza la guancia?!” La signora si avvicinò e con cura iniziò a stropicciarmi la guancia con la punta della mia sciarpa che era soffice e morbidissima ma sentii un dolore, come se la sciarpa fosse di riccio e lei mi tagliasse la pelle. Non potetti trattenere le lacrime. “Lo so che fa male. Non piangere perché le lacrime stanno diventando ghiaccioli. Quando torni a casa non appoggiarti con la guancia sul radiatore. Non scaldarla! Adesso tienila protetta e corri. Abiti lontano?” Stavamo proprio davanti al palazzo dove vivevo, lo indicai. Menomale che lei mi aveva avvertito perché stavo già pensando di scaldarla proprio con il radiatore. Entrai nel corridoio del palazzo, le dita, dal freddo, restavano contratte e non si schiudevano, non riuscivo ad aprire la borsa della scuola che rimaneva congelata e per questo durissima come se fosse di ferro. Le chiavi di casa le tenevo dentro di lei. La serraturina sulla borsa anche non si muoveva e la iniziò a scaldare con il fiato. Con le mani non potevo scaldarla perché si sarebbero appiccicate al ferro della serratura. Finalmente riuscii a prendere le chiavi ed entrare in casa. Le mani iniziarono a scaldarsi, ancora rattrappite dal gelo, un dolore intollerabile, come se mille spine vi entrassero dentro… rosse e screpolate. Le lacrime, un’altra volta, uscirono. Non era facile sbottonare la pelliccia perché le dita non ancora mi ubbidivano. Presi la sciarpa e iniziai a stropicciare le guance, per ogni evenienza, la fronte e il naso. Faceva male. Mi guardai nello specchio, ero rossa come un peperone! Feci un sospiro: “Bene”. Da quel giorno per un mese non andai a scuola perché mi ammalai. La colpa fu del freddo! Siccome l’aria gelida dolorosamente pungeva dentro il naso, avevo respirato con la bocca e ciò non si poteva fare! Era la fine di dicembre e la settimana successiva la temperatura scese fino -59°. Per raccontare tutti i ricordi occorrerebbe un libro senza dubbio. La vita non è cosi come la vediamo e non è quella. La vita è un percorso interiore. La sua conoscenza è dono. Il dono si conquista. Proprio questo cercano le favole che scrivo. Da piccola iniziai a sognare di essere una scrittrice quando mia nonna mi raccontò che la loro casa era appartenuta, prima che la comprassero, ad un scrittore importante, addirittura iscritto all’Unione degli scrittori dell’Urss! E che esisteva anche un suo museo. Comunque, prima di quella notizia, già leggevo tanto! I miei nonni, Nicola e Prascovia, avevano una biblioteca enorme, almeno così mi sembrava, ero piccola. Mi ricordo bene che quando aprivo un libro sentivo il suo profumo e cercavo di indovinare. Erano i profumi del passato. Lessi tutti libri perché trascorrevo dai nonni ogni anno l’estate. Loro avevano una casa in campagna, vicino al fiume Volga, lontano dalla città e circondata dal bosco. Il televisore faceva parte della mobilia perché non c’era linea. I libri mi educavano, mi  insegnavano a ragionare, riflettere e guardare dentro di me oppure oltre di questo che facevano vedere. Anche in Siberia i giorni li trascorrevo a leggere. Non c’era niente di più divertente…la neve c’era per 9 mesi! “Guerra e pace” lo lessi quando avevo 10 anni, a 13 lessi anche “Anna Karenina”. Cosi la vita limitata, condizionata dalle condizioni climatiche diventava libera e si apriva. Mi sono trasferita in Italia, già adulta. Alle spalle avevo lasciato un lavoro come vice assessore alla gioventù (avevo partecipato ad un concorso, vincendolo), direttore della banca leasing. Scrivevo articoli sui giornali locali, concedevo interviste. Dunque, avevo una vita molto intensa, esteriormente. Mi sentivo realizzata e nonostante che lo fossi, avevo lasciato la “carriera”. La più difficile è quella di essere umano. Sono figlia, sorella, madre, donna, amica. Un giorno qualcuno mi chiamerà nonna… Il trasferimento per sé stesso non è solo un cambiamento del luogo ma anche il cambiamento interiore perché si lasciano assieme a luoghi abitudini, il conosciuto, l’abituale che di solito ci trattengono. Il cambiamento porta alla crescita interiore. Nella vita dopo ogni passo c’è sempre un altro da compiere. “Il tempo non viene da solo, è sempre in compagnia: del male o del bene” – come dice il protagonista delle mie favole. I miei trasferimenti sono una direzione della mia vita. Di questo sono certa. Come sono certa che sto ancora imparando a vivere, a comprendere. La vita mi aveva insegnato a vedere oltre a quello che vedo, ascoltare oltre quello che ascolto. Con la mia interiorità. Potevo sicuramente raggiungere un posto importante nella carriera ma avevo fatto un altra scelta, importante, quella di essere, un essere umano. Tante persone vivono solo per presentarsi e non hanno nulla da lasciare dentro di noi. Io vorrei averlo. Qualche volta mi chiedo: chi sono? perché sono qui? che cosa devo sapere? cosa impararmi e che cosa capire? dove è il limite della mia possibilità? ma esiste il limite?… Da qualche parte ho sentito che la domanda ci porta avanti. In Italia ho pubblicato due libri di poesie. Scrivo gli aforismi, le favole per adulti. Non ho smesso di essere curiosa per storia, tradizioni, quindi cultura. Forse può sembrare strano ma sento il profumo della neve. Direte che la neve non ha profumo? L’ha… Quando nevica sulle montagne qui, a Pescara, la sento! Posso distinguere il profumo di Roma dagli altri. Il vino mi piace quello che mi parla, racconta e si apre, senza fretta. Il profumo della vigna è da bere! Intenso. Mi piace anche il giorno di pioggia perché mia nonna Prascovia, in quei giorni grigi, cuoceva nella stufa le crostate salate. In realtà lo faceva per scaldare la casa però, inconsciamente, scaldava la mia anima, piccola e fiduciosa. Mi svegliavo dal buon profumo dell’impasto. Per abitudine nei giorni di pioggia fin’adesso scaldo me e i miei pensieri con una crostata, dolce oppure salata, la preparo io con le ricette della nonna. La nonna è riuscita i giorni di pioggia far diventare in piacevoli e buoni. Siamo bravi a trovare il dolore, cercare i colpevoli e a lamentarci. Dovremmo imparare a trovare la gioia e a sapere perdonare, lasciare andare via il passato! Ogni cosa viene per qualche motivo. Il mio percorso è stato lungo da quel racconto che un giorno mamma mi lesse sino ad oggi. Però è un percorso, come dico sempre, non è di una distanza tra Siberia e Italia ma interiore. Con questo viviamo.

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(La foto © Copyright Steve Johns.)