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LIBERALISMO DOC

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FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242-1 2Dal blog “DATAROOM” del Corriere della Sera Milena Gabanelli riporta una nostra esperienza industriale che definire “utopica” nel nostro sistema appare semplice. E’ una delle fabbriche più redditizie dell’Emilia Romagna la “FAAC” e costruisce cancelli automatici ed è di proprietà della Curia. Dopo la morte il proprietario lascia tutto all’Arcidiocesi del cardinale Cafarra che costituisce un “trust” affidato a 3 importanti professionisti che si impegnano a girare una parte degli utili alla Curia. Dopo aver liquidato familiari e soci nel 2014 conduce l’azienda ad avere 1000 dipendenti e circa 200 milioni di fatturato. Nel 2015 Cafarra lascia l’azienda nelle mani del Cardinale Zuppi che conferma i manager, offre una polizza assicurativa ai dipendenti oltre che campi estivi per i loro figli e dispone che gran parte degli utili restino in azienda per ricerca e sviluppo. Oggi controlla 42 società sparse nel mondo contigue al core dell’azienda, ha registrato 43 brevetti innovativi, i dipendenti sono saliti a 2500 e gli utili nel 2017 hanno raggiunto circa 400 milioni di euro, zero debiti ed un utile netto di 43 milioni di euro. Circa 5 milioni l’anno vengono girati alla Curia che li utilizza donando un parte alla Caritas per aiutare famiglie disagiate pagando loro affitti e bollette, un milione per progetti definiti col Comune per borse lavoro, tirocini finanziamenti di “start up”, un altro milione per il sostegno di famiglie con figli disabili, doposcuola nei paesi di montagna e progetti contro la dispersione scolastica, aiuto allo studio con libri e trasporti. Tutti soldi erogati dopo una verifica della Curia su progetti rendicontati fino all’ultimo euro. Il risultato? L’azienda cresce, non delocalizza, è attenta ai bisogni dei dipendenti, e un po’ di utili li lascia ai bisogni del territorio. Come dire, che se funziona così bene questo modello perché non copiarlo per esempio con Alitalia? Ma non è così semplice perché nel nostro come in altri Paesi vige l’idea non del lavoro come “dignità” bensì al “servizio” degli interessi di chi lo crea. Altrimenti cosa pensare dei numerosi carrozzoni pubblici o del Parastato “ingrassati” fino all’inverosimile con personale spesso non preparato alla bisogna o francamente inefficiente solo perché forieri di consensi elettorali che forniscono la cadrega al potente di turno? Ci si riempie la bocca con l’affermare che gli organi e le Istituzioni dello Stato debbano funzionare come “aziende” ossia nel perseguire efficienza e profitto allo stesso modo di un’azienda privata. Ed allora perché la legislazione che tutela il lavoratore pubblico è ben diversa da quella che tutela il lavoratore nel privato? Perché le garanzie oltremodo “sfacciate” di cui gode il primo non vengono estese anche al secondo? Perché il “gregge pubblico” rimane al servizio del suo protettore di cui soddisfa i desideri specie nel segreto dell’urna, sotto le più svariate forme dai sindacati alle associazioni, anche questi facenti parte del sistema che ha le sue regole di “autoconservazione” ben lontane da quelle di mercato. Vedete quanti episodi di illegale assenza lavorativa (come la falsa timbratura del cartellino ) o le false presenze in parlamento con le lucine comunque accese dei nostri deputati e senatori? Immaginate se nella azienda privata timbrate il cartellino e andate a fare la spesa cosa vi succede! Il giorno dopo avete sulla scrivania la lettera di recessione del vostro contratto lavorativo per truffa ed infedeltà al vostro datore di lavoro. Ma questa maldestra stabilizzata configurazione socioeconomica non ha un solo artefice perché è nella nostra stessa specifica conformazione di pensiero che rispecchia l’”Homo homini lupus” di hobbesiana memoria. E’ insito nel nostro DNA il predominio verso l’altro come insegnano le lotte e le guerre fra tribù viventi nelle più sperdute foreste del nostro pianeta che contraddicono la famosa “teoria del buon selvaggio”. Siamo tutti buoni nelle intenzioni ma cinici e calcolatori, e talora criminali, nei fatti. Tanto per fare un esempio: la UE inonda di latte in polvere l’Africa con le multinazionali che non guardano in faccia a nessuno, avendo subodorato la popolazione in crescita, ma non si curano che così facendo distruggono quelle poche economie che quei paesi hanno, inducendo alla chiusura le attività dei produttori locali. Ma si confermano forti sostenitori dell’ ”aiutiamoli a casa loro”. Bell’aiuto! Ecco questa è una delle cause che sta distruggendo tutte le economie anche dei paesi occidentali per quello che in certi ambiti viene definito “turbocapitalismo” cioè un capitalismo “senza regole” al soldo di quelle famose èlite che sembra stiano finalmente subendo un forte attacco destabilizzante. Infatti la gente comune in Occidente è stretta in una morsa fra la rivoluzione digitale foriera di un annientamento senza pari degli usi comuni e l’ingresso sul mercato di miliardi di cittadini prima esclusi (la Cina in primis). Ed è questa divaricazione fra classi dirigenti e popolazione che vive un disagio esistenziale prima che economico. Ed è questo il vero fallimento di un sistema democratico troppo autoreferenziale tirandosi dietro tutte le sovrastrutture che ha creato ( ONU, Nato, Ocse, WTO ), partiti compresi ben accordati con istituti sovranazionali e organi di garanzia molto ben lontani dal voto popolare che riescono a tacitare la loro coscienza solo ricorrendo ad un approccio liberal sui diritti umani e formali che non mettano in discussione il loro potere. Ed oggi assistiamo in questo sfacelo a chi come i pentastellati chiedono ancora più Stato privatizzando i ricavi e nazionalizzando le perdite, in altre parole ancora più assistenzialismo. Anacronistico! Di converso il “neoliberismo” sembra tuttavia non essere la panacea bensì l’artefice principale di tutti i nostri guai italiani e in genere “occidentali” per le guerre, i cambiamenti climatici, l’asfissia del mondo del lavoro, le crisi finanziarie. E per la gran arte del pensiero “medio” il neoliberismo è malvagio per definizione perché mezzo delle potenti oligarchie che arricchiscono sempre di più i ricchi e impoveriscono sempre di più i poveri. Ma non è proprio così e il dibattito viene riaperto dal direttore dell’Istituto “Bruno Leoni” think tank liberale, Alberto Mingardi nel suo libro “La verità, vi prego sul neoliberismo” (Ed. Marsilio) perché si faccia un po’ di chiarezza. E parte da una domanda “se il neoliberismo regna in Italia, com’è possibile che le tasse e il debito pubblico siano sempre in crescita? In realtà la politica neoliberista ha obiettivi opposti: affamare la bestia (burocrazia), ridurre l’invadenza dello Stato, abbassare le tasse”. Se una società è veramente libera e democratica saprà scegliere come organizzarsi, quali leggi darsi e rispettarle potendo esprimere le proprie qualità. Lo Stato dovrebbe solo “controllare” che le aziende esercitino la loro attività nel rispetto delle regole che ottemperino anche il welfare sociale, tutelandole da improvvide ingerenze esterne che ne annientino le loro peculiarità, affondandole in un unico calderone sotto l’egida di quelle famose enormi oligarchie “globalizzanti”. Ed invece lo Stato diventa esso stesso “azienda”, attore non controllore, attuando una logica truffaldina di redistribuzione che leva a chi ha non per dare a chi non ha ma solo a nutrire se stesso. Di qui la stagnazione economica frutto di tasse e burocrazia che scoraggiano gli investimenti. Basta vedere la differenza fra un ospedale pubblico della ASL e un ospedale privato. Com’è che un prodotto di consumo costi al pubblico più di quello che costa ad un’istituzione privata? In Emilia Romagna alcune banche si sono consociate ed hanno messo su centri diagnostici con apparecchi altamente tecnologici e professionisti di provata esperienza fornendo prestazioni a minor costo e con maggiore efficienza in termini di risultati agli ospedali pubblici. Perché l’istituzione pubblica è più cara? Semplicemente perché i privati hanno regole interne che valorizzano le risorse umane, i rapporti costi-benefici e dove la bestia burocratica e politica conta molto meno. E si vedono casi nel pubblico ove apparecchi vengono “mantenuti in affitto” con canoni esosi mentre sarebbe molto più semplice acquistarli ritornando in pari anche solo dopo due anni di esercizio. E d’altronde chiediamoci perché la politica ha invaso a gamba tesa il pianeta sanitario fornendo manager e direttori solo secondo simpatia politica e molto meno secondo valore professionale, a partire proprio dalla nomina dei Direttori generali delle ASL di stretta pertinenza del presidente della Regione. Non che le “baronie” non abbiano avuto difetti ma per lo meno ci si confrontava sul valore professionale e non politico! E quale mangiatoia migliore per la politica quella sanitaria ove gira la gran parte del Pil regionale. Allora liberismo sì ma con regole che rispettino le diversità, la dignità del lavoro, le peculiarità e che soprattutto dia la possibilità del “reinvestimento” degli utili in azienda permettendo loro la crescita, possibilità di creare lavoro vero non “proclamato” e fittizio, rompendo tutti quei lacci e lacciuoli ove galleggiano politici e sindacati che nel nome di una difesa dei diritti del lavoratore abbattono tutti i diritti del datore di lavoro spingendolo fino alla chiusura della propria attività come accaduto a quell’imprenditore che vantava un credito di 4 milioni di euro dall’amministrazione pubblica ed, in quanto insoluto, è stato costretto al “game over”. E la bestia, in quanto non addomesticata, si sa non perdona! Ma perché ci meravigliamo se il cittadino comune non ne può più di questa gestione inefficace e dannosa della res pubblica ove di fronte alla crescita smisurata della povertà nel nostro Paese non si fa altro, Pontefice compreso, che discutere del problema dell’accoglienza degli immigrati?  Anche le ultime frange di una sinistra ridotta all’osso non vedono altro che aggrapparsi alla difesa degli immigrati e al pericolo dell’inconsistente riverbero “fascista” (Landini docet) non considerando minimamente la piaga del lavoro. E come lucidamente ha descritto Marcello Veneziani questi signori sono “veri conservatori” perché hanno paura del “presente”, si aggrappano al “passato”, attaccando il “trapassato”. Migliore sintesi non poteva esserci!

 Arcadio Damiani