PAOLO PAVONE
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OGM E DINTORNI

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FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242E’ di questi giorni la notizia che il mais “gm” (geneticamente modificato) non è rischioso per la salute umana. E lo afferma una ricerca pesante e allargata, durata anni e condotta su colture sparse in tutto il mondo condotta dall’Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna e pubblicata su “Scientific Report” prestigiosa rivista internazionale. E conferma la capofila dello studio Laura Ercoli che “i dati pubblicati permettono di trarre conclusioni univoche, aiutando ad aumentare la fiducia del pubblico nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate”. Potrebbe essere la fine della polemica che da anni interessa le nostre coltivazioni ed i cibi che ne derivano. Ma non sarà così semplice perché la politica dell’ignoranza e del terrore oltre che del “tutto ciò che è antico è salutare” imperversa perché dati diffusi dalla Coldiretti affermano che il 69% degli italiani interpellati considerano gli alimenti con Ogm meno salutari di quelli tradizionali. E quei difensori del futuro “anche Ogm” ora alzano la voce in quanto imprenditori di quelle colture da anni vietate a produrre mais Ogm come Giorgio Fidenato, friulano, che rispondendo al giornalista usa toni non proprio tranquilli “Dovrò fare una causa allo Stato italiano perché attenta alla mia salute impedendomi di seminare un prodotto sano che non ha bisogno di trattamenti fitosanitari e insetticidi. Sono vent’anni che lo diciamo che non ci sono problemi. Voglio seminare questo prodotto perché voglio mangiare sano e in maniera economicamente compatibile, altro che “biologico”, che rappresenta una colossale montatura pubblicitaria a scopo promozionale ed è pieno di tossine”. Inoltre numerosi report scientifici confermano che le colture di mais transgenico hanno una resa superiore del 5,6 al 24,5%, aiutano a ridurre gli insetti dannosi ai raccolti e hanno percentuali inferiori di contaminanti pericolosi negli alimenti come le micotossine e fumonisine. Una semplice cronistoria dell’iter travagliato nel nostro paese da parte degli Ogm, frutto di quella incompetenza o malafede politica che cavalca il destriero del “consenso”. Iniziò nel 2000 quando Giuliano Amato con un suo decreto cercò di evitare l’importazione di cereali modificati, nonostante l’Istituto Superiore di Sanità affermava l’assenza di elementi scientifici che ne decretassero la loro tossicità, ma siccome tutti europeisti questa mossa in contrasto con i regolamenti UE fu bocciata. Seguirono altri due decreti incredibili: uno del ministro Pecoraro Scanio (governo Amato) che vietava all’Italia persino la ricerca sugli OGM e l’altro la conferma di questa linea da parte del suo successore Gianni Alemanno (governo Berlusconi). Così arriviamo all’ultima legislatura che nel 2013 per mano di Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin e Andrea Orlando, (e non parliamo del governatore veneto leghista Luca Zaia), viene impedita la coltivazione nel nostro territorio del mais Ogm con grande gioia della Coldiretti, di Greenpeace che hanno sempre influenzati tutti i governi con le loro non sempre scientifiche convinzioni. E si calcola che i nostri agricoltori abbiano perso almeno 100 milioni l’anno solo di mancati guadagni per l’impossibilità di seminare il mais Ogm. Nel frattempo lo abbiamo importato da paesi che ovviamente lo coltivavano. Cosa ci sia di logico nel comportamento dei nostri politici non lo capisco ma lo comprendo perché nel nostro paese chi fa il ministro spesso non ha nessuna competenza o cognizione di cosa sta amministrando, vedi il caso Fedeli all’istruzione. E come annota Nicola Porro dove sono finiti tutti quei critici che ridicolizzano le posizioni antiscientifiche dei pentastellati come le scie chimiche, vaccini si e vaccini no, come i catastrofismi dopo ogni innovazione(stupida la fake news di Grillo dei bambini allergici al pesce morti perché avevano mangiato pomodori ibridati con pesce), ma che nello stesso tempo hanno plaudito ai governi che hanno cacciato il mais Ogm della Monsanto e che stanno alimentando la bestia anti-Ogm, No-Vax, No-Tav, No Tap, No-Triv? E come combattere ancora quei decenni di retorica sullo “Slow Food” di Carlo Petrini, di marketing biologico e verde delle sciocchezzaio a Km zero che fanno sentire vicino alla natura tutti quei soggetti-bene che amano fare la spesa alimentare in gioielleria visti i prezzi? Hanno attaccato la Monsanto in quanto detentrice in monopolio di brevetti per i semi Ogm che sono costati comunque alla multinazionale milioni di dollari per controlli interminabili e lunghe ricerche ma non fanno menzione, questi “puristi della prima ora”, che mentre l’Italia diventava uno dei paesi con regole più restrittive in Europa sugli Ogm, la nostra ricerca scientifica sul “biotech”, che era stata all’avanguardia, perdeva drammaticamente terreno. Se si fosse finanziata la ricerca avremmo i nostri semi salutari Ogm senza acquistarli dalla Monsanto! E tra i difensori degli Ogm vi era anche Umberto Veronesi, il nostro oncologo di fama mondiale “i controlli scientifici hanno reso le piante geneticamente modificate più sicure di quelle coltivate tradizionalmente”. Ed è proprio vero come compare in un documentato libello di qualche anno fa “Pane e Pace” a cura di un agronomo Antonio Pascale che lavora come ispettore al ministero delle Politiche Agricole e Forestali. E si evince da questa piacevole e scorrevole lettura quante balle sono state raccontate e perché su queste importanti innovazioni biotech: 1) bisogna coltivare con metodo biologico, niente diserbanti, pesticidi e concimi di sintesi; 2) bisogna comprare solo prodotti “tipici”, quelli cioè coltivati con le mani dei contadini che oltretutto sono più buoni, saporiti e gustosi; 3) bisogna consumare a Km 0: meno passaggi di filiera, meno CO2 si immette in atmosfera.

Dapprima i raccolti erano veramente poveri e imprevedibili sia per clima che per attacchi parassitari e negli anni ’40 arrivano i primi agrofarmaci detti pesticidi dall’inglese “pest” (insetto) e successivamente il turno dei diserbanti che migliorarono la vita delle mondine che non dovevano più estirpare le malerbe in acqua. Alla fine il miglioramento genetico che diversamente da quanto si pensa non è una conquista recente perché si pratica da secoli come testimonia il mais il cui progenitore è il teosinte, pianta selvatica che cresce nella Sierra Madre messicana che ha una pannocchia delle grandezza di 2 cm e se si confronta con una attuale si capisce che l’ingegneria genetica si pratica da sempre con la prima forma detta ibridazione che si basa sull’incrocio di specie differenti per avere una specie finale che ha proprietà più utili e produttive. E comunque anche avendo una maggiore produttività per ettaro siamo sempre alla mercé di pesticidi e diserbanti con falde acquifere sempre più inquinate. E così nacque la “lotta biologica integrata” ove in un ambiente protetto(serre) gli insetti dannosi vengono controllati da insetti predatori, oppure si impiegano trappole chimiche come i ferormoni che attirano gli insetti oppure si monitora il danno e si interviene chimicamente solo quando il danno raggiunge una soglia. Ma neanche queste sono difese antiparassitarie definitive. E verso la metà degli anni ’80 nacque la “genetica di seconda generazione” che espresse la possibilità di coltivare biologico senza uso di sostanze chimiche ma cercando di “corazzare” la pianta verso gli insulti esterni climatici o parassitari intervenendo sul Dna, prassi questa che abbrevia comunque una selezione genetica avvenuta naturalmente in millenni come si evince dall’abisso estetico tra i primi frumenti e quelli coltivati e chissà quanti geni si siano modificati negli anni da mutazioni casuali e da incroci umani. E i successi non si sono fatti attendere come ad esempio modificare il gene per la resistenza delle radici che non vengono più attaccate da funghi o geni che ritardano la maturazione evitando celle frigorifere di mantenimento. Abbiamo quindi sviluppato la tecnica del “Dna ricombinante” che grazie alla scoperta degli enzimi di restrizione capaci di tagliare un pezzo di Dna siamo in grado di trasportare un gene che esprime un carattere agronomico utile all’interno della stessa specie(cisgenico) o da specie diverse(transgenico). Ma non fasciamoci la testa col termine “trans” perché è l’uomo stesso che condivide gran parte del suo Dna con altre specie animali e vegetali ad esempio con lo scimpanzé il 98%, con il topo 90%, con un banano il 50%. Questa nuova tecnica(rDna) è molto più precisa e rapida rispetto a quanto può fare solo l’uomo o la natura perché possiamo modificare in meglio solo ciò che ci interessa e non avere anche peculiarità non desiderate se consideriamo gli incroci. E allora perché a più precisone e sicurezza corrisponde più paura? Perché come annota l’agronomo in Italia le questioni tecniche e scientifiche vengono trattate poco dagli scienziati e molto dai letterati e può capitare di ascoltare un qualsiasi Mario Capanna che sostiene, ridicolizzando la scienza, di aver visto una fragola-pesce o Carlo Petrini di Slow Food che dichiara sull’”Espresso” che le piante mal sopportano le modificazioni geniche. Affermazione antidarwiniana e antiscientifica! Ma sono poco propensi gli scienziati a confutare simili idioti perché annotano, Corbellini e Cattaneo, “va considerato il cronico asservimento di molte istituzioni scientifiche al mondo della politica la quale spesso scegli direttamente e senza procedere dopo attenta analisi progettuale (peer review) i responsabili degli enti scientifici e a chi dare finanziamenti per la ricerca”. Esiste come esempio un bacillo amico Bacillus thuringensis che produce una tossina tossica per gli insetti coleotteri lepidotteri e ditteri ma innocua per l’uomo e sono a base di questo bacillo moltissimi insetticidi usati in agricoltura biologica col problema che comunque bisogna spargerlo nell’aria uccidendo anche insetti buoni come le coccinelle. Allora possiamo trasferire parte del gene batterico con una “pistola” all’interno del Dna della pianta cosicché le radici non marciscono e la parte aerea non impedisce la vita delle coccinelle. Ma ciò non è stato possibile da noi per l’insipienza dei nostri ministri che ripeto continuano ad acquistare prodotti Ogm senza che noi possiamo produrli. Allora sono più sicuri i fitofarmaci “naturali”? Nemmeno per sogno come il rame o il rotenone o il verderame della poltiglia bordolese, tossico per gli ambienti acquatici ed irritante delle mucose. Alla fine la responsabilità e solo del più pericoloso inquinante, quello culturale del sapere nostalgico ed è colpa sua se pensiamo che un agrofarmaco sano debba essere anche antico. E per finire qualche nota sui prodotti “tipici” che rasentano elegantemente il significato di “autarchia” nel senso che dobbiamo farcela da soli. Leggete un giornale da qualsiasi fede provenga noterete l’elogio dei prodotti tipici a Km 0. Ma l’aspetto più surreale e contraddittorio è che il “prodotto tipico” rassicura i consumatori ma è pura illusione perché la nostra agricoltura è in difficoltà e siamo costretti ad importare. Si può dunque dire che il Parmigiano viene prodotto in parte con latte estero e il prosciutto con maiali olandesi? La porchetta di Ariccia con maiali spagnoli? Il solo costo dell’import di mais vale la metà dell’export di tutti i prodotti tipici. Non sappiamo che la nostra pasta è prodotta in gran parte da grano canadese che ha un’alta percentuale di glutine. Tutto frutto di una bio-illogicità che alberga molto nelle nostre menti sinistre. La nostra realtà quotidiana nel supermercato è zeppa di prodotti modificati e non a Km 0. Ma tant’è! L’importante è mistificare il reale, tecnica questa ove noi italiani siamo i primi maestri al mondo.

Pescara li 18-2-2018 F.to Arcadio Damiani