PAOLO PAVONE
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PARADOSSO DEL POTERE

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Credo che il momento che stiamo vivendo a livello politico sia l’assoluta negazione del suo stesso significato, dal greco “politike-tekhne”, “arte di governare” o “polites”, “cittadino”. In pratica l’arte di organizzare e amministrare la vita pubblica che secondo alcuni canoni storici specie più moderni dovrebbe fondersi col concetto di “democrazia” ossia di governo del popolo che si esercita non direttamente in maniera plebiscitaria ma tramite una “delega” a chi ha competenze all’altezza del compito organizzativo di una nazione. Il vulnus “virale ed aggressivo” che ha colpito la nostra democrazia risiede nella sopravvenuta fatiscenza del rapporto fiduciario tra il delegante e il delegato che non rispetta più alcun concepibile limite della decenza civile. E per non essere “riduzionista” secondo riflessi automatici ed ancestrali allargherei la visione ad un livello più metafisico ma molto più triste e amara nella sua essenza perché stiamo assistendo non ad un banale mercato delle vacche ma alla manifestazione di un grave dissolvimento della democrazia. In altre parole ci hanno fatto capire che nonostante esistano ancora i mezzi di partecipazione alle scelte collettive, come una scheda elettorale, le conclusioni e gli atti formali possono assumere tutt’altra piega come d’altronde accade fra una proposta di legge in parlamento e la sua approvazione con nel mezzo tutta una serie di emendamenti che rubano tempo e finiscono per approvare una legge che non ha più i connotati della proposta. Per cui il profondo sconcerto nasce dal fatto che i cittadini non possono più decidere da chi essere governati per i loro bisogni e necessità ma da poteri che usano modi e linguaggi molto lontani dai parlamenti nazionali. E si riempiono di miliardi di parole inutili colonne di giornali, libri pro e contro senza contare che alla fine l’ossigeno non si estrae dalle dispute e discussioni, che rappresentano solo fumo, ma dai produttori di etere che ne regolano l’erogazione a permetterci di respirare. Altro che foreste amazzoniche! Ed è stato così vistoso il capovolgimento della nostra guida governativa da rasentare l’incredibile dal punto di vista puramente pragmatico ma è stato reso possibile da una prassi costituzionalmente validata. Uno stesso premier di un governo dalla semplice ambizione del “cambiamento” che si trasmuta a capo un governo che ha del “taumaturgico” perché di miracoli si è fatto protagonista. Un’Italia sull’orlo del baratro economico con una drammatica stagnazione, bacchettata e declassata da tutte le agenzie di rating, si trasforma come d’incanto in una potenza acclamata dai vertici UE, dall’America, dalla Cina, dalla Chiesa bergogliana che la proteggono dal sovranismo satanico salviniano con uno spread in calo, con la possibilità di sforamento del rapporto deficit/Pil anche oltre il 3% mentre col precedente governo ci siamo dovuti accontentare, dopo aspra lotta, di un minimo decimale dopo la virgola del 2%, e questo solo perché la neo-compagine governativa pullula di ministri sinistri accreditati e ben accolti dai vertici UE oltre che dai mass media internazionali. E nonostante la maggioranza dei cittadini italiani, il 52%, come riporta un sondaggio di una testata “politicamente correta” come il “Corsera”, non approva la composizione e le scelte che si accinge a fare il nuovo governo, i suoi neo ministri invece di essere consapevoli di quanto non rappresentino il volere dei cittadini, non provano una minima umiltà e vergogna atteggiandosi sorridenti in selfie di propaganda social ed esternano giudizi violenti e catartici sulla nemesi repentina del precedente governo a rinforzare l’esternazione del marchese del Grillo verso il popolo “Io so io e voi non siete un ca..”. Di qui due le possibilità interpretative: o sono molto convinti di appartenere ad una elite che domina il mondo e a tale riguardo la finanza mondiale con il gruppo Bilderberg e più vicini a noi imprenditori e banchieri del forum Ambrosetti, le cui scelte prescindono di molto la volontà dei cittadini o i politici sono degli “imbecilli” ed è questa seconda ipotesi la più accreditata dalla scienza anche se possono candidamente coesistere. Infatti, dopo anni di studio, Dacher Keltner della Università di Berkeley è giunto alla conclusione che i potenti agiscono come se avessero patito un grave trauma al cervello perché adottano un comportamento impulsivo, talvolta del tutto irrazionale, non valutandone le conseguenze delle loro azioni nonché i pericoli che ne potrebbero scaturire. Come dar torto allo scienziato se i più grandi esponenti dei 5S e del Pd si sono battuti sul ring pochi giorni prima a suon di sganassoni ed insulti irripetibili per poi fare sfacciata comunella con un inaspettato amore cupidico per imbarcarsi nello stesso legno? E, continua Keltner, coloro che raggiungono il potere diventano incapaci di vestire i panni altrui, di comprendere e percepire i loro pensieri e i loro bisogni nel senso che l’autorità influenza la condotta e la psicologia di chi la detiene inibendo le facoltà mentali fondamentali e definisce questa situazione “paradosso del potere”. Diventa così uno “stronzo” smarrendo quelle caratteristiche vincenti che gli hanno permesso di raggiungere quella posizione. E lo diceva anche Pittaco, tiranno saggio e onesto “se vuoi conoscere la vera natura di un uomo devi dargli un grande potere”. Ed è proprio la sopraggiunta freddezza, insensibilità se non insolenza che ne provoca la caduta passando dallo stare nel cuore della gente a stare un po’ più in basso. Per questo i nostri politici sono artefici di repentini sbalzi dalle stelle alle stalle in men che non si dica. Basti pensare a Matteo Renzi ed al suo stomachevole story-balling con maestose giravolte degne del più spericolato slalomista, incredibili inversioni ad “U”, quello che gli antichi greci chiamavano “hybris” ossia il peccato di chi eccede in superbia e prevaricazione. Per non parlare di nuovo delle giravolte dei grillini o dei piddini. E come non cadere nel tranello? Essere abili nel maneggiare il potere senza esserne maneggiati! E lo stesso Salvini non poteva non prevedere un epilogo così disastrosamente diverso dal ritorno al voto, anche se non è che avesse molte “chances” per non uscire malconcio comunque da una prossima finanziaria che gli azzerava tutti i suoi propositi governativi dalla flat tax all’autonomia delle Regioni. Sta di fatto che il nuovo governo è il più chiaro esempio di come la nostra democrazia nazionale sia storicamente fallita. Ne consegue un grande smarrimento del cittadino che non sente più di avere voce in capitolo e non ha che due possibilità: astenersi dal voto per evitare la mossa sbagliata e la fregatura che gli turberà il sonno o cercare fortuna altrove come molti dei nostri connazionali, più o meno laureati, hanno fatto e stanno facendo. E l’astensione credo rimanga la più valida alternativa alla rivoluzione sanguinosa, quella più democratica, quella che evita la piazza di propaganda, quella che sotto la videocamera fa contare il minor numero dei presenti. Significherà pure qualcosa per il risveglio dei salottieri? Ai quali dico solo di stare attenti anche alle “maggioranze silenziose”. Prima o poi…..

Pescara li 7-9-2019 F.to Arcadio Damiani