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COMUNI E ANARCHIA

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FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242-1 2Nei primi secoli del secondo millennio i capifamiglia di famiglie molto potenti e benestanti per la evidente ricchezza artigianale e di commercio di alcune grandi città, come Milano, Bergamo, Firenze, Pisa, cominciarono a riunirsi in assemblea per dare poi vita ad associazioni che tutelassero gli affari della città fino ad assumerne il governo  dando vita al “Comune” che sostituì il vescovo nella gestione dei poteri pubblici, affidandoli a magistrati, detti “Consoli” per un bisogno di autogoverno, cioè di una nuova forma di organizzazione politica totalmente differente dal vecchio sistema feudale molto ingessato e autarchico. Più tardi il Comune si trasformò in “Signoria” concentrando il potere nelle mani di un signore, di nobili origini. I comuni avevano quindi acquisito la fisionomia di piccole repubbliche e per questo ambivano alla indipendenza dal potere imperiale. E come in tutte le umane istituzioni anche dentro i Comuni sorgevano conflitti come ad esempio fra Guelfi (sostenitori del Papa e del ceto borghese) e i Ghibellini (sostenitori dell’Imperatore e degli interessi dell’aristocrazia). Ma anche in tal caso, la parcellizzazione del potere ed anche della finanza, ben presto si rivelò fallimentare per debiti anche con potenze straniere difficilmente emendabili, guerre carestie e epidemie che determinarono un alto calo demografico. Questa è semplice e pura storia che i nostri cari politici ed amministratori non conoscono o che sviliscono per le mutate condizioni sociali ed economiche. In realtà qualsiasi organizzazione politica o sociale o è indipendente ed autonoma nel senso economico, finanziario e legislativo o deve comunque rapportarsi ad un potere esterno più grande di cui deve rispettarne le regole. Tertium non datur! Purtroppo assistiamo oggi, specie ma non solo, nel nostro Paese ad una strana applicazione della democrazia che confligge col suo stesso significato. Il potere che scaturisce dalla volontà popolare viene misinterpretato ad usum proprio fuori dalle regole. Se il governo eletto propone leggi che il Parlamento codifica e la Corte Costituzionale controlla per eventuali falle per poi approvarle come può un qualsiasi magistrato o un sindaco esprimere pareri contrari e comportarsi nell’ “esecutio” in maniera diversa da quanto stabilito? E’ quanto accaduto ultimamente con i sindaci di Palermo Leoluca Orlando e di Napoli Luigi De Magistris che si sono ribellati la “Decreto sicurezza” firmato anche dal Presidente della Repubblica invitando alla disobbedienza civile e normativa le loro amministrazioni ed il governatore toscano Enrico Rossi ha addirittura minacciato un ricorso alla Consulta. Comuni che non hanno una vera e propria autonomia perché devono comunque rifarsi a regole dettate dalla Regione secondo il titolo V della Costituzione e allo Stato al cui rispetto delle regole devono attenersi. Si evince pertanto che non è loro permessa la “disobbedienza civile” a meno di essere indagati per inosservanza delle leggi. A dare manforte a questo “partito trasversale pro-migranti” è scesa anche la Chiesa contro questo decreto sicurezza che impedisce che con l’iscrizione all’anagrafe il permesso temporanei di soggiorno diventi un documento di permanenza definitivo come se esistesse un diritto per qualsiasi cittadino del mondo che lo desideri, a diventare italiano. E i nostri rappresentanti della sinistra cadono da sempre nello stesso errore: la certezza del valore morale delle proprie convinzioni da sentirsi autorizzati a non rispettare la legge. Come per il sindaco di Riace Domenico Lucano che ha trasformato i fondi per l’accoglienza dei migranti in una formidabile macchina di consenso elettorale col celebrare matrimoni combinati pur di avere permessi di soggiorno definitivi. Ma fra i sindaci del Partito Democratico vi è qualche voce dissonante che in maniera più pragmatica invita a non eccedere in poteri inesistenti. Come il sindaco di Montepulciano che pur non condividendo appieno il decreto sicurezza ha avuto la correttezza di aggiungere “si tratta di una legge dello Stato che un Sindaco non può non rispettare: anche questo è un principio fondamentale del nostro ordinamento, al quale non si può derogare se non immaginando scenari da repubblica delle banane”. I princìpi che hanno ispirato la nascita e lo sviluppo dello Stato di diritto sono tre assolutamente indispensabili per il corretto funzionamento dell’ordinamento liberale e democratico: sovranità, che appartiene al popolo, legge che comunque va rispettata anche se contro il i desideri del singolo cittadino e il diritto di resistenza.  A quest’ultimo riguardo inviterei questi sindaci “ribelli” che hanno tanti altri disastri a cui pensare nelle loro città come disoccupazione, povertà criminalità a rileggersi ciò che scrisse il filosofo non certo fascista Norberto Bobbio nei primi anni ’70 nel suo “Dizionario di Politica”: “…per comprendere cosa s’intende per disobbedienza civile bisogna partire dalla considerazione che il dovere fondamentale di ogni persona soggetta ad un ordinamento giuridico è il dovere di obbedire alle leggi. Questo dovere è chiamato obbligo politico. Mentre l’obbedienza alle leggi è un obbligo, la disobbedienza è un illecito. Essa anche se rappresenta una orma di resistenza, segna comunque un comportamento palesemente contrario ad una o più leggi e come tale va punita…”. Ed è molto attinente una riflessione di Francesco Carella che riporta quanto espresso dallo storico Massimo Salvadori nel suo “Storia d’Italia e crisi di regime”: tutte le forme di regime che l’Italia ha conosciuto, liberale, fascista e repubblicano devono la loro origine ad una guerra civile che ha mescolato armi e valori, ideologie ed interessi, opponendo in maniera inconciliabile forze venti concezioni dello Stato e dei rapporti sociali antitetiche. Ed ogni volta che una delle parti ha preso il controllo dello Stato, la classe dirigente non ha mai avuto il riconoscimento da parte delle forze d‘opposizione. Per questo motivo siamo in una continua e strisciante guerra civile che ha decretato l’inconsistenza del nostro potere decisionale, della difesa delle nostre numerose conquiste quando ci confrontiamo con gli altri Paesi. Ed è proprio questo eccesso di diritti cui chiunque può appellarsi e rivendicare che è alla base del nostro fallimento democratico. E la sinistra col suo atteggiamento prevaricatore ed offensivo anche nei confronti del Presidente della Repubblica, che ha comunque firmato il decreto, non fa altro che ritardare la sua rinascita per colmare quell’errore di una presa di posizione elitaria più che popolare. Ma come si può non aprire gli occhi sulle reali e drammatiche esigenze dei nostri concittadini che vivono tutti i santi giorni nell’ “insicurezza” di non trovare un lavoro, di essere licenziati se la fabbrica chiude o delocalizza, di non poter ipotizzare un qualsiasi futuro specie se si ha intenzione di formare una famiglia, di poter essere aggrediti, malmenati o derubati se non uccisi o stuprati camminando lungo una strada, di poter tronare a casa dopo un ricovero e trovare la propri abitazione occupata da questi benedetti extracomunitari che sempre più spesso hanno più diritti di noi? La paura di essere depotenziati se non sostituiti spingono questi amministratori della “gauche” nostrana ad appellarsi a qualsivoglia valore che dia loro una veste eticamente buonista come si vede dall’estremo interesse verso quei pochi migranti, bimbi e donne, che non possono sbarcare nei nostri porti perché il “Male Assoluto” il “Satana” ha bloccato l’approdo delle navi Ong verso i nostri porti. Ma sono alla canna del gas perché la gran parte del popolo non ne vuole più sapere di questo immane business che ingrassa scafisti, cooperative e istituzioni caritatevoli anche ecclesiastiche per lasciare questi “ben accolti” vittime del traffico di droga, di organi in quanto fatti a pezzi per essere venduti per i trapianti da organizzazioni internazionali che secondo un’inchiesta-shock dell’Fbi ha interessato anche Caserta oltre che Chicago, Atlanta e New York riguardo la scomparsa di giovani nigeriane, di prostituzione, di una criminalità nel nome dell’ “Arrangiatevi da soli”, di una precarietà esistenziale al solo vantaggio di chi lucra su di loro come il caporalato “tollerato” a due lire al costo di tutti quei morti che affogano dopo aver versato migliaia di euro per il gande viaggio. No, non siamo un popolo di razzisti come il pensiero unico sostiene perché gli italiani sono sempre stati generosi e accoglienti. Ma se dobbiamo far fronte a questa orda immigratoria irregolare di uomini che dovranno per forza delinquere per sopravvivere, con un mercato del lavoro che richiede sempre più persone sempre più istruite e specializzate e che pertanto non hanno alcuna possibilità di ottenere un’occupazione che non sia in nero e non implichi uno sfruttamento disumano allora siamo più cristiani se li aiutiamo veramente a casa loro creando col nostro “know-how” quelle strutture che nella loro terra possano farli vivere più dignitosamente come industrie di trasformazione per la grande ricchezza di materie prime che hanno invece di “usurparli” delle loro naturali risorse e condannarli ad una vita indegna per chiunque essere umano.

Arcadio Damiani