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PUBERTA’ BLOCCATA

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È arrivata l’ora di intraprendere una battaglia se non addirittura una vera   e propria guerra contro tutti quelli che nel nome di un dirittismo senza limiti e di una libertà che non prevede contrasti o ponderate riflessioni oltre che di un progressismo che come tutti gli ismi fa rima con totalitarismi invoca la liberalizzazione di un farmaco, la triptorelina, che dovrebbe risolvere il problema della disforia di genere bloccando al suo nascere le manifestazioni fisiche della differenziazione sessuale  come il tono della voce, la crescita dei peli o della barba, il telarca (sviluppo delle ghiandole mammarie), il menarca (inizio delle mestruazioni) nell’attesa di un proprio convincimento psicologico a quale sesso si voglia appartenere e di conseguenza approdare ad una chirurgia modificatrice degli attributi naturali. La triptorelina è un farmaco già impiegato in medicina nella terapia dei tumori della prostata, del seno, dell’endometriosi, dei fibromi uterini non operabili o nel trattamento pre-chirurgico degli stessi. E sono queste le indicazioni per cui è previsto il costo a carico del SSN. Ma è di questi giorni l’allargamento delle indicazioni per cui è previsto la gratuità del farmaco alla cura della disforia di genere da parte dell’AIFA (Agenzia del farmaco). Ora che si usasse nei casi patologici di pubertà precoce al disotto dei 10 anni del bambino e di 8 anni delle bambine per evitare mi sembra indicazione appropriata dato che in tali casi bisogna bloccare quei processi di maturazione anche ossea che esitano in scarsa crescita staturale. Ma usarlo su soggetti minori peraltro particolarmente vulnerabili sotto il profilo psicologico e sociale come avverte il CNB (Comitato Nazionale di Bioetica) mi sembra avventato se non dannoso. Oltretutto il fenomeno almeno da noi non è così esteso visto che i soggetti interessati potrebbero essere compresi fra i 90 e i 140 l’anno. Ed ovviamente la galassia “LGBT” è stata in prima linea per il riconoscimento dell’indicazione gratuita per questo tipo di terapia sui minori. Indubbiamente la disforia di genere è una condizione di estrema complessità ove la struttura e l’architettura soprattutto psicologica la fa da padrone e non sono rari i casi che un adeguato monitoraggio e supporto in questo senso riconduca il minore a riconnettersi con i suoi attributi naturali. Il “tagliar corto” nel binomio malattia-farmaco non può che evocare tutta una serie di conseguenze altamente imprevedibili prova ne sia che lo stesso metodo scientifico della “riproducibilità” dell’esperimento viene totalmente trascurato se non del tutto abiurato. Prova ne sia che non ci sono studi attuali neanche prospettici (anche questi sempre secondo valide ipotesi) che abbiano monitorato nel tempo gli effetti di simili terapie per validarne la scelta. E non si comprende come mai una agenzia dello Stato che si occupa dei farmaci non di bruscolini sia stata così, vorrei dire, disattenta nel concedere questa indicazione. Ma siccome gran parte delle mode le importiamo dobbiamo sapere che negli USA e GB di questo farmaco se ne fa largo impiego e con estrema facilità si può adire a consultori dove si intraprende il percorso verso il cambiamento di sesso col risultato che i casi sono in aumento con una percentuale del 400%. E gli stessi esperti sono allarmati dal fenomeno che assume la forma di un’epidemia da contagio sociale. Infatti molti adolescenti si interscambiano esperienze sui social e non sono pochi gli esempi di miti ed eroi che paventano la loro vittoria contro una natura non riconosciuta e stiamo parlando di bambini sotto i 14 anni che fomentano emulazione. Mamma mia che progresso!  Che liberazione il poter transitare dal maschile al femminile e viceversa solo a volerlo! Che evoluzione sociale progressista! Ma siamo proprio certi che forse una maggiore consapevolezza dei propri orientamenti sessuali in età adulta che decida il proprio stile di vita sia così dannoso? Non è forse dannoso invece l’intraprendere una strada dal fine ultimo ignoto e che non da alcuna indicazione dei pericoli lungo la via? Siamo così certi che abbattendo tutti i crismi della psicoanalisi che molto scientificamente ha descritto le varie fasi della vita sessuale che racchiudono tutti i possibili orientamenti sia così utile nel nome di un riduzionismo chimico? Ed è un rischio enorme, parola di scienziati come Carl Henegan docente ad Oxford nonché direttore della sezione del “British medical Journal” della sezione dedicata alla sua disciplina che nel febbraio di quest’anno ha pubblicato un articolo sulla rivista dedicato la cambio di sesso di bambini ed adolescenti “…I trattamenti per bambini ed adolescenti con disforia di genere sotto i 18 anni rimangono in gran parte sperimentali. Ci sono un gran numero di domande senza risposta che includono l’età ’ la reversibilità: eventi avversi, effetti a lungo termine sulla salute mentale, qualità delle vita, densità minerale ossea, osteoporosi in età avanzata”. Anche Polly Carmichael direttrice del GIDS (Centro britannico che si occupa dei bambini con disforia di genere) esprime perplessità “…Se interrompi i tuoi ormoni sessuali in modo che il tuo cervello non viva la pubertà siamo alterando il corso della natura?…Il dibattito ruota intorno alla reversibilità di questo intervento fisico e psicologico sullo sviluppo dell’identità…”. Anche in California nella Università di San Francisco esiste una “Gender clinic” che segue bambini ed adolescenti ed i cui esponenti non fanno mistero di essere decisamente schierati a favore dei diritti “trans” ma ammettono che sui farmaci non ci sono sufficienti informazioni. Anche l’autorevolissima rivista medica “The Lancet” parlando dei farmaci che bloccano lo sviluppo puberale esprime una carenza di ricerca sull’utilità clinica di questo approccio. Ed il nostro Maurizio Bini direttore del laboratorio per la transizione di genere dell’Ospedale Niguarda di Milano esprime più di una perplessità “…Lavoro in questo settore da 30 anni e ho trattato migliaia di casi. Ebbene in una sola occasione ho ritenuto in coscienza fare ricorso a questo farmaco. L’utilizzo della triptorelina è delicatissimo, nessuno può prendersi da solo la responsabilità di bloccare lo sviluppo della sessualità di un adolescente se non per motivi davvero gravi…”. Ma come si può con tanta leggerezza, se non sotto l’influsso di un forte impeto ideologico, non considerare tutti questi allarmi?  Come si può questa definire una battaglia per il benessere dei bambini che hanno un forte desiderio di appartenere al sesso opposto? Non fa storia il fatto che in Svezia il tasso di suicidi fra quelli che hanno usato il farmaco che blocca lo sviluppo puberale è 20 volte superiore all’incidenza normale? Tutti sanno, specie la medicina con le sue certezze millenarie, che la fase puberale è un periodo molto delicato dello sviluppo dell’uomo, età in cui il bambino ha bisogno oltre che di protezione anche di identificazione con la figura materna e paterna per staccarsi definitivamente dalla simbiosi col corpo e la psiche della madre superando quella che viene anche definita “fase neutrale o di latenza”.  E come lo si protegge? Con l’esempio, il condividere con lui la problematica con il colloquio e gli atteggiamenti che i genitori stessi in primis devono poter assicurare in un regolare processo educativo che non ha nulla di ideologico, soverchiante, oppressivo come qualcuno potrebbe far credere, testimoniare davanti ai figli la felice collaborazione maschile-femminile, cardine e base di tutte le teorie socio-psicologiche e psicoanalitiche magari facendosi aiutare anche da supporti psicoterapeutici esterni. Invece? Li si lascia lì soli, nella stanza, che già è miracoloso se non affetti dalla sindrome di hikikomori (isolamento esistenziale), sottomessi ai diktat della rete che fa dei supereroi sia il bambino che paventa gloria e vittoria per avere aderito al sesso opposto, sia quello neo-disegnato dalla Marvel perché “il mondo è pronto per un supereroe gay”. Sono questi gli alter ego durante il processo identificativo con i genitori, anch’essi poco dotati, che non ostacolerebbero affatto l’intervento farmacologico in quanto desiderosi solo di appagare il desiderio del bambino: evidente biglietto da visita del loro fallimento genitoriale! Si fa tanto parlare delle adozioni tanto difficili da ottenere affinché allarghino le loro maglie ma se l’amore verso il figlio dovesse solo essere accondiscendenza verso desideri impossibili o pericolosi non sarebbe meglio che il bambino vivesse magari in un istituto “controllato”, onde evitare torture, insieme ad altri coetanei e assistenti preparati alla bisogna? Ma la cosa che più sorprende e inorridisce è che in questa fase così delicata, oserei dire anche “privata”, irrompe il “Verbo” gender delle associazioni Lgbt che non vede l’ora di mettere le sue mani “pedofile” sulle incertezze infantili, devastandole per la creazione dell’”uomo nuovo” ed in questo appoggiato da uno Stato chimico-riduzionista, non solo, ma anche dalla Chiesa che di recente si è espressa per l’indicazione allargata al blocco puberale della triptorelina. Laura Pallazzani è membro della Pontificia Accademia per la Vita e del Comitato Nazionale di Bioetica (Cnb) che pur paventando il cauto utilizzo “caso per caso” comunque ribalta l’antropologia cattolica e la concezione dell’uomo che la Chiesa testimonia fin dal suo nascere. Ed è segno di una svolta impressa dal suo presidente Vincenzo Paglia, praticamente una resa dell’Ecclesia alle ideologie dominanti.  E d’altronde come non aspettarsi una simile decisione se l’attuale Pontefice al suo esordio si è espresso col “Chi sono io per giudicare?” o la mancata risposta ai “dubia” cardinalizi in merito all’enciclica “Amoris Laetitia” e alla comunione per i divorziati? La dottrina dei “valori non negoziabili” si spegne sotto lo striscione del “caso per caso”. E lo psicologo Roberto Marchesini in un duro articolo sulla “La nuova Bussola quotidiana” esprime forti dubbi se il farmaco possa essere la soluzione e non invece indagare sull’ambiente sociale nel quale crescono i nostri figli. In questo caso “la Chiesa accetta che non sia la vocazione, il progetto che Dio ha per ognuno di noi ma il disagio circa la corporeità maschile e femminile a guidare lo sviluppo dei ragazzi…Si tratta di un ribaltamento completo rispetto all’antropologia della Chiesa che ha sempre insegnato il domino delle passioni e la guida della ragione in grado di cogliere la realtà metafisica. Non è più così?” E chiosa che questo è “puro materialismo positivista che ha ben poco a che fare con il cattolicesimo…Il Logos, l’ordine provvidenziale del Creato, si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi; e guida la Chiesa sua sposa. La Chiesa ha dunque tradito il Logos per adeguarsi al mondo?

Arcadio Damiani