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SALONE DEL LIBRO 2019

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Pochi giorni fa si è concluso il Salone del libro di Torino che quest’anno ha avuto la sfortuna di precedere di qualche settimana le lezioni europee per cui è diventato, c’era d’aspettarselo, da una fiera dei libri d’ogni sorta un terreno aspro di scontro ideologico fra una cultura preponderante cosiddetta “progressista” e “liberal” e una minore frangia culturale non allineata che ne ha viste di mille colori. La giornalista Chiara Giannini ha presentato un libro intervista al ministro dell’Interno Matteo Salvini con una casa editrice “Altaforte” ritenuta testimone di un fascismo di ritorno. Apriti cielo! E si sono immediatamente mossi tutti i detentori del cultura quale verità incarnata, il “Verbo”, che, con violenza inaudita, hanno dapprima rimosso lo stand di questa casa editrice in un angolo più defilato del salone per poi escluderlo totalmente dalla kermesse anche paventando l’intervento della magistratura, del presidente della regione Chiamparino, del sindaco della città Appendino con l’accusa di violazione della Costituzione che sancisce il reato di apologia di fascismo. E va tenuto presente che anche negli anni passati la stessa Altaforte edizioni è stata ospite del salone del libro ma quest’anno siccome presentava il libro intervista di Matteo Salvini si era messa nelle condizioni di non essere più giustificata la sua presenza ed è ovvio ritenere che più che i contenuti o l’ideologia editoriale contasse l’aver parlato dell’uomo che più di ogni altro angustia i sonni dei nostri benpensanti tanto che “Famiglia Cristiana” l’ha addirittura paragonato a Satana col suo “Vade retro Salvini”. Una vera e propria foga censoria di intolleranza che ha più del tragicomico e ridicolo che della vera necessità. Figuriamoci che il consulente del Salone Christian Raimo si è per fortuna dimesso dopo aver affermato calunniando che “Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca, Francesco Giubilei tutti i giorni in tv, sui giornali, con i loro libri sostengono un razzismo esplicito”. E a seguire altri commenti simili da tutti gli altri esponenti del gotha illuminato come Carlo Ginzburg, Michela Murgia, l’Anpi con la sua presidente Carla Nespolo, Zerocalcare, il collettivo Wu Ming, Roberto Saviano, Pif, Gianni Riotta che non si dà pace affermando che la manifestazione torinese “si deve difendere come può, assediata dai fascisti, nazionalisti, populisti, l’Italia peggiore del 2019”. Capite bene la critica letteraria in che mani oggi è. Doveva essere il Salone della libertà di pensiero e di espressione ed invece in piena dittatura del conformismo si è tramutato nel salone dei luoghi comuni, del “politically correct”, degli antifascisti de noantri, impegnati a combattere il fantasma di Benito Mussolini che in un recente film “Sono tornato” pare si sia reincarnato con le vesti dell’attore Massimo Popolizio per la gioia di chi dell’odio verso il personaggio ne ha fatto una ragione di vita. E non avrei mai immaginato che l’incultura, la disconoscenza della storia, il pensiero breve potesse produrre un’avversione così plateale se non ridicola verso un pensiero diverso, non bigotto, semplicemente “altro” tanto che arriva a negare se stessa immersa in un linguaggio che annienta e distrugge l’origine stessa della cultura. Mettere al bando chi non sposa il pensiero comune tacciandolo di razzismo, nazismo, xenofobia, omofobia, sessismo, in pratica escluderlo dal consesso sociale. Ma quando mai? E’ questa una profonda violenza ostracizzante ricorrente a metodi antidemocratici e squadristici per l’uso della minaccia e della censura epigoni e mezzi della vera dittatura. Dove più la libertà democratica? Dove più il confronto e la dialettica? E questi sarebbero gli antifascisti? Ma mi faccia il piacere come diceva il grande Totò. Sono questi dei veri assassini della libertà d’opinione perché l’unica opinione che accettano è la propria. Le altre idee fanno sempre e comunque pericolosamente schifo. Nel nome della libertà la sopprimono! Certo nel medioevo si bruciavano libri ed eretici nelle piazze ma oggi che siamo diventati “democratici” non sia ardono più i nemici nell’agorà bensì li si “triturano mediaticamente”, li si devastano psicologicamente, li si estranea dalla vita civile, li si tiene lontani dai consessi culturali, dalle manifestazioni, in pratica li si negano con l’infamia dell’appestato! Ed io che da sempre sono stato forse un po’ bastian contrario ma di necessità un forte sostenitore del pluralismo, dell’interculturalismo, da non confondere col multiculturalismo da sempre fallimentare, sono fiero di far parte di una minoranza additata oggi al ludibrio scherno, di essere uno “scorretto politico” che non ha nulla da condividere con i vistosi fallimenti di queste elite di pensiero e governative custodi della morale superiore, ovviamente di sinistra e antifascista. Ecco non faccio parte di quella schiera che alza il braccio destro steso, che segue Greta Thunberg ritenuta troppo giovane e inesperta, favorevole a tutti i migranti che vengono dall’Africa depauperando sia il nostro che il loro Paese, che chiamano immigrati al posto dei neri di colore o richiedenti asilo o profughi anche i clandestini, che non si lamentano se i rom, mai zingari, rubano loro il portafogli in metropolitana (da confermare) che chiamano gay gli omosessuali benedicendo le loro unioni e i pargoli che gli uteri in affitto vorranno loro donare, che hanno a schifo la famiglia naturale ma benedicono la grande conquista sociale della soppressione in utero, che stigmatizzano la parola “islamico” dagli attentati terroristici, e sono felici di coprire con tendine amovibili i crocefissi nei cimiteri nostrani e non fare il presepio a Natale per non offendere cerimonie e sensibilità diversamente religiose, o coprire le “nudità” dell’arte pittorica o statuaria quando arrivano leader islamici a farci visita, abolire il maiale nelle mense scolastiche per il pericolo potesse piacere anche a chi, molti meno, non ne fa uso per imposizione culturale. Ma per fortuna non tutti sono dell’avviso che sia stata un’ottima idea escludere la casa editrice Altaforte dal Salone del libro di Torino. Gian Arturo Ferrari è lo storico direttore generale di Mondadori ritiene che il “libro” sia la più importante invenzione dell’uomo e la lettura una vera droga perché quando ne scopri il segreto non si smette più. Ritiene inoltre che la libertà di espressione non sia negoziabile, esattamente come il non uccidere e deplora quando il potere politico si erge ad arbitro perché nessun codice etico è all’altezza di vagliare le presenze al Salone del libro in quanto i tribunali sono troppo umani. La censura a meno che invochi la pura e semplice illegalità o comportamenti francamente triviali e nauseabondi non è mai giustificata anche per un libro che elogi la pedofilia in quanto vizio umano. E d’altronde se abbiamo permesso di pubblicare libri, interviste, lectio magistralis ad individui protagonisti del terrorismo rosso come Renato Curcio o Barbara Balzerani che di danni umani e storici si sono fatti autori, se si pubblica senza rumore ancora il “Mein Kampf”, per quale motivo ci si accanisce contro questo Matteo Salvini che fino ad ora pare non abbia ucciso o gambizzato nessun politico o magistrato? Per lo stesso motivo per cui l’università “La Sapienza” di Roma ha accolto con onori Domenico Mimmo Lucano indagatissimo sindaco esiliato dalla magistratura ma ha negato l’ingresso a Joseph Ratzinger quando era ancor in carica papale. L’accostamento essere liberale conservatore, di destra, uguale essere nazisti. Chiaro? Bisogna condannare i “destri” che a Roma hanno minacciato di stupro una donna rom ma nel contempo vanno condannati tutti gli adepti dei centri sociali che non si esimono dal danneggiare sempre e comunque cose e persone per poi farla franca con una magistratura accondiscendente. Questa non è cultura, è una palude con i suoi miasmi venefici ed asfissianti, importata dall’America per difendere le minoranze e presto tramutatasi in soverchiante dittatura opprimente la maggioranza altrimenti non si comprendono fenomeni come l’insorgenza del sovranismo nazionale, la Brexit, la vittoria di Trump o il gruppo di Visegrad, la Lega ai massimi storici. Di questa sinistra egemone ed antipopolare ne abbiamo piene le scatole se anche gli storici esponenti della sinistra colta come Federico Rampini nel suo pamphlet “La notte della sinistra”, molto ben argomentato, afferma che “Se la sinistra vuole sopravvivere deve smetterla di infliggere ai più giovani delle lezioni di superficialità, malafede, ignoranza della storia. Si parla ormai a vanvera di fascismo con le accuse di essere emuli del Duce”. Nonostante ciò, la deriva “sinistra” dell’entourage pentastellato scarica il suo candidato, il chirurgo Alessandro Murenu in lizza per la direzione del capoluogo sardo, per le sue posizioni su temi etici come opporsi all’aborto o alle unioni gay. Lo scrittore ebreo Heinrich Heine ammonisce quando, dove si bruciano libri, si finisce per bruciare anche gli uomini. E si dimostra l’estrema fragilità della nostra cultura liberale e della stessa democrazia che della tolleranza fa la sua prima ragion d’essere. Discriminare o sopprimere le voci del dissenso, per quanto stupide o odiose, col revisionismo, negazionismo, giustificazionismo significa tradire quegli ideali per i quali i regimi sono stati combattuti e vinti. Ed il saggio ex magistrato Carlo Nordio ricorda che non occorre scomodare Hegel per capire che un valore si afferma solo attraverso la sua opposizione ad un valore contrario, che non avremmo la cognizione del bello, del vero o del giusto se non sapessimo cos’è il brutto, il falso e l’iniquo. E purtroppo questa cultura, zeppa di iniziative discriminatorie, non emerge solo nei Paesi dittatoriali, ai quali sono consustanziali, ma anche in quelli dove la libertà non è entrata pienamente nel codice genetico di una nazione. Perché una democrazia forte non ha paura del pensiero, semmai della sua stupidità. E fa il paio Luca Ricolfi ove in un suo articolo apparso sul “Messaggero” pone il quesito su cosa diremmo se un perseguitato dal regime sovietico o un intellettuale fuggito dalle prigioni cinesi si rifiutasse di partecipare al Salone del libro perché offeso dalla presenza fisica di autori o case editrici che simpatizzano per il comunismo. Ma il sociologo è anche rattristato per un’altra ragione, condivisa anche dall’editore Giuseppe Laterza, e cioè che sotto questo episodio censorio ci sia anche una brutta malattia dell’elite progressista in Italia: la sua incapacità di confrontarsi con quel pochissimo, residuale dissenso culturale che ancora esiste nel nostro Paese. E nel programma del salone non troverete nella lista nessun “pensatore difficile” in perenne dissenso con le idee che dominano il mondo della cultura e dello spettacolo. Quindi Salone non di confronto ma di semplice autocelebrazione, vera malattia che ha allontanato la sinistra dal popolo. Ahinoi!!

Pescara 19-5-2019 F.to Arcadio Damiani