PAOLO PAVONE
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SERVE VOTARE?

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Dalle ultime consultazioni elettorali si evince che il più grosso partito è quello degli “astenuti” cioè degli aventi diritto che non l’hanno esercitato. E la cosa più sorprendente è che questo “partitone” non ha un leader, non è conformato secondo dettato costituzionale, ma rappresenta una risacca dove si convogliano tutti quei cittadini che non si sentono rappresentati dai tradizionali capibastone e soprattutto dalle loro scelte. Il “non voto” può essere esecrabile perché la partecipazione democratica quasi impone una scelta anche di un male minore ma se si travalicano certi confini di inadeguatezza il risultato non può essere che la diserzione da un proprio diritto. Certo un paese civile avrebbe dovuto realizzare già da tempo la deriva dell’assenza del rapporto delegante-delegato come brillantemente espresso da Raffaele Simone nel suo pamphlet “Come la democrazia fallisce” che estrinseca l’antico aforisma di Jean-Jaques Rousseau “Nel momento stesso in cui, a proposito degli affari di Stato, qualcuno dice ..che me ne importa.. state pur certi che lo Stato è perduto”. Ma l’Italia è un paese a lenta maturazione, a lente decisioni, a grande tolleranza, disposto al lento suicidio più che adatto alle rivoluzioni ed infatti la maggior parte, da quella francese a quella del ’68, a quella digitale e di mercato, le abbiamo importate. Ma è un grande errore imputare l’andazzo ad una caratteristica dell’osannato vizio italico. Il caos è più generale e l’Italia forse per la sua naturale egemonia democratica è forse il bacino più fertile da studiare. E le cause che affliggono la democrazia occidentale non sono univoche ma estremamente polimorfe e di origini mondiali. Gli equilibri sono mutati perché sono diventati attori primari dopo il 1989 la Russia, la Cina, i Paesi arabi con i quali l’interlocuzione necessita di un linguaggio nuovo; i principi paradigmatici della democrazia come quello di “uguaglianza” hanno dimostrato il fiato corto se non l’impossibilità esistenziale perché si è finito nel suo nome in eccessi ed errori che hanno svilito qualunque idea di autorità che poteva proteggere l’acquisito e ci siamo trovati nel mare magnum di una globalizzazione che ha annientato il potere locale e le sovranità nazionali e nel frattempo diventata culla di un potere transnazionale che va ben oltre le misere schede elettorali. I cittadini italiani l’hanno capito ed attendono adeguamenti più concreti per rimanere nel mercato globale. Ma i nostri politicanti sono rivolti ancora agli inutili privilegi localistici o a modificare il loro corpo elettorale come dall’operaio all’immigrato. E l’Italia vera, quella che è sempre risorta dopo le botte è quella che non vota ma che ha la forza di dire apertamente “o cambiate registro o andatevene”. Non ne possiamo più! Più volte sono stato invitato ad entrare nell’agone politico e portare qualche idea fresca che possa rigenerare l’interesse del cittadino verso una politica attualmente agonica. E la risposta è stata sempre la stessa: ma quale linguaggio parlerebbero i miei interlocutori? A quale gioco infantile del “do ut des” dovrei sottopormi per vivacchiare fra gli eletti? Alla mia età, oramai entrata nella settima decade, e con una vita passata all’insegna di una libertà che ho sempre caramente pagato in termini di prestigio salottiero ma che mi ha concesso il dono inestimabile di non aver mai dovuto chinare la testa al volere altrui e men che meno ai loro loschi giochi e di decidere quale fosse il bene per il mio credo e la mia professione, fare una scelta del genere sarebbe come divorziare dopo un felice matrimonio alle soglie delle nozze d’oro. Impensabile perché dovrei confessare di aver sbagliato tutto nella mia vita col risultato di una forte crisi di identità che nemmeno una tonnellata di Prozac potrebbe risolvere. Il vero problema è di chi mi pone questo invito! Conoscendomi come può pensare che un anarchico liberale alla Prezzolini come me possa trovare posto fra gli inetti, perché tali sono, rifugiati in “politica” perché quelli che hanno un’arte o una bella e riuscita professione lavorano nei loro ambienti portando e offrendo la propria esperienza al servizio dei cittadini che mi onoro di servire con quel rapporto di fiducia che ti riempie il cuore ed il senso di autostima, altro che le schede elettorali? Alle soglie oramai del “già detto e fatto” potrei anche servire politicamente i miei compatrioti se solo vedessi quel “break point” che inverta quell’anomalo e radicato atteggiamento politico del tutto arrogante e scandaloso che pervade oramai al grande ribasso, avendo perduto l’aristocrazia otto-novecentesca, ogni istituzione pubblica del nostro paese ove i politici di turno, asserviti come i servi della gleba, ubbidiscono supinamente agli alti voleri anche sovranazionali. Ma come si fa ad essere esperti immediati di cose che non si conoscono e ciarlare come se avessero trascorso una vita di ricerca nel campo? Questa è la politica bellezza! L’arte estrema di far finta di sapere! Si è visto cosa hanno partorito a destra e a manca le enclave politiche: mediocri, sfigati, avvocaticchi privi di studio, disoccupati rivitalizzati da Grillo, frustati e mezze calzette che continuano a menare il torrone sempre con lo stesso canovaccio stereotipato e inconcludente con l’idea che possono convincere. Ma chi? Il “bullo fiorentino” al solo sentirlo parlare e cianciare mi fa tornare in mente la grandezza della Toscana col suo “sciacquare i panni in Arno” a Dante al cui contesto non so in quale bolgia sarebbe finito; Veltroni romanziere molto presunto simil Verga e tanto mite nella sua inespugnabile dicotomia decisionale del “ma anche” da fare solo tanta tenerezza; il piacione Franceschini avesse mai partorito qualche idea originale tranne i direttori stranieri dei nostri musei peraltro molto discussi; Padoan, ministro dell’economia che non sa quanto costa un litro di latte perché la spesa la fa la moglie e che offre come alto lignaggio una figlia attivista di qualche centro sociale; Fedeli, ministro dell’istruzione che da brava sindacalista Cgil non ha fatto altro che rimpolpare il corpo docente con orde barbariche di insegnanti precari a vita molto utili alle tessere ma molto poco ad un paese che necessita di una scuola moderna che dovrebbe sfornare soggetti tecnologicamente preparati per un lavoro che sta cambiando per il sempre maggiore impiego dei robot come la Colussi di Perugia che licenzia operai assumendoli e non si riescono a trovare nel mercato del lavoro 200.000 tecnici specializzati con allarme della Confindustria: 4 giovani su 10 non hanno un posto perché hanno scelto la scuola sbagliata e non hanno la giusta preparazione. Ma cosa importa ad una ministra che ha proposto l’utilizzo dello smartphone in classe altro che! Il numero due di Confindustria Giovanni Brugnoli spiega che “…dobbiamo seguire l’esempio della Germania, il paese europeo in cui Industry 4.0 si sta affermando di più..”. Ma col sistema duale tedesco i giovani trascorrono solo un quinto del loro tempo sui banchi di scuola, il resto lo passano in fabbrica sotto la guida di un “meister” che insegna loro come gestire e comandare un robot di ultima generazione. Qui da noi il rapporto scuola impresa è vista con grande preoccupazione e se dev’essere il rapporto dev’essere di bassa manovalanza e a titolo gratuito. Poi abbiamo avuto Fini, classica nemesi storica della destra inesistente, impantanato in questioni affaristiche di famiglia nelle braccia di una donna simil-Crudelia De Mon che lo ha decomposto a tal punto da autodefinirsi un “coglione”; per non parlare degli accoliti maldestri leccapiedi attorno al circolo di Arcore con tutto rispetto per colui che comunque qualcosa ha fatto a differenza dei Prodi et similia; Di Maio e Di Battista, ottimi urlatori di Rete dalla quale sono stati partoriti come dalla stessa resteranno invischiati data la loro scarsa propensione al confronto: inaccettabile la fuga da Renzi, occasione ghiotta per assestare il colpo mortale al miglior figo del bigoncio. Vogliamo mettere al confronto Alfano col ministro Frattina o la Pinotti col ministro Martino? Per carità! Come può l’Italia risorgere nelle mani di questi “personaggetti” come direbbe De Luca? Ma sono tanti ancora gli italiani che sono disposti a votarli? Meglio astenersi, ne va del turbinio delle fasi Rem del nostro sonno. L’ignavia in questo caso non è peccato!