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TATTOO

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LUCIANO X SITOPurtroppo la notizia è confermata … il 18% dei pigmenti utilizzati per realizzare i tatuaggi sono contaminati, questo significa che su oltre due milioni d’italiani (100 milioni in Europa) che, negli anni, si sono fatti disegnare un tattoo, sul proprio corpo, anche su zone intime, quasi duecentomila sono potenzialmente contaminati da cariche micro biotiche e funginee. L’indagine condotta dai carabinieri del Nas, su tutto il territorio nazionale, attraverso i loro comandi di Milano, Torino, Alessandria, Padova, Bologna, Parma, Pescara, Roma, Latina, Napoli, Bari e Palermo ha rilevato questo dato allarmante: su 169 campioni prelevati, 29 risultano contaminati. Come il solito si chiude la stalla quando i buoi sono già scappati! Dopo anni e anni di non controllo, di tatuatori abusivi non autorizzati e non certificati, pigmenti iniettati con nonchalance in banchetti abusivi e con apparecchiature dove il termine sterilità era una pura chimera, di colpo, in un mattino di mezza estate, il Ministero della Salute chiede lumi alla Direzione Generale della Prevenzione che rimanda il tutto all’Istituto Superiore di Sanità che allerta così le forze dell’ordine. Siamo salvi? Macché … tanto tuonò che piovve … Beatrice Lorenzin ha disposto un provvedimento temporaneo di divieto di vendita e di utilizzo dei pigmenti non conformi: a noi medici il compito di cercare di riparare i danni, se possibile, di anni e anni di cecità legislativa. Allarmati … giustamente … in molti si sono già rivolti a dermatologi di tutti Italia per avere una diagnosi di certezza di non essere stati contaminati da germi, funghi e batteri che, oltre a rossori e piccole lesioni, nei casi più gravi, può portare ad allergie e infezioni con lesioni squamose, ulcere profonde, e, in caso di allergie, si può addirittura correre il rischio di amputazione dell’arto o perdere la vita per choc anafilattico. Il fenomeno non è per nulla da sottovalutare soprattutto perché molti di questi pigmenti iniettati provengono da nazioni che di certificazioni di conformità non hanno mai sentito parlare, realizzati in laboratori fatiscenti e con formule ignote. A questo primo allarme bisogna aggiungere l’impossibilità di sapere quali conseguenze, a lungo temine (vedi tumori epiteliali), questa contaminazione può avere. Dei chiari segnali c’erano già stati nel 2013 quando una ragazza milanese è morta per sepsi appena qualche giorno dopo la realizzazione di un tatuaggio. Per fortuna, almeno, sono salvi tutti quelli che hanno fatto un tatuaggio 10/15 anni fa, a quel tempo, a parte il discorso sterilità delle attrezzature (!), i pigmenti utilizzati erano a base di carbone, sali di mercurio e cadmio che, grazie alla loro composizione chimica, restano sterili anche se esposti all’aperto. Un aiuto consistente a questo caos che si sta osservando, a dire il vero, l’aveva dato la Suprema Corte di Cassazione che nel 1996 aveva escluso che l’esecuzione del tatuaggio poteva rientrare in un’attività sanitaria (Cassazione Sezione VI Penale), non potendo integrare il reato di lesioni personali, nell’esecuzione di un tatuaggio (art. 50 del Codice Penale), il consenso del cliente, purchè maggiorenne, libera il tatuatore da ogni responsabilità diretta e indiretta; solo il Belgio, la Francia e la Svizzera, a livello di legislazione nazionale, hanno già legiferato sull’esercizio della professione di tatuatore… in Italia non sussiste tuttora una legge statale che disciplini la materia anche se, essendo il tatuaggio tecnicamente una ferita da abrasione, esiste invece un concreto rischio d’infezione batteriche e/o virali quali l’epatite B e C, il tetano, infezioni cutanee da stafilococco e .. l’AIDS. Già nel 2009 ci fu un allarme negli USA per il possibile impiego d’inchiostri contenenti ammine aromatiche (O-Toluidina, ovvero 2-Nitroanilina) sostanze aventi proprietà carcinogene, ma dopo un primo momento di attenzione tutto passò nel dimenticatoio; aggirare questi ostacoli in nazioni dove non esiste, sostanzialmente, nessun controllo serio sui prodotti da iniettare non può far che proliferare un sottobosco fatto di profittatori e faccendieri di poco scrupolo che invece, come purtroppo, abbiamo visto, possono mettere a repentaglio la vita di milioni di persone. La rimozione del pigmento dei tatuaggi può essere effettuato con metodi chirurgici o tramite tecniche strumentali. Siccome il pigmento, incorporato dalle cellule del derma della pelle, è trattenuto in modo permanente, la dermoabrasione risulta, anche se molto aggressivo, il metodo chirurgico più efficace: si “raschia” via la pelle per 1/ 2 mm di spessore e si elimina il colore, per contro si rischia di lasciare cicatrici visibili e permanenti. Con il laser invece si vaporizzano le cellule cutanee pigmentate e non si lasciano cicatrici, ma il nuovo strato di pelle potrebbe rimanere di colorazione diversa. Oltre a questi metodi oggi trovano “spazio” la crioterapia, il peeling chimico profondo con acido tricloroacetico (TCA) e l’elettrodermografia che utilizza la corrente a alta frequenza per la disgregazione dei pigmenti contenuti nella pelle. Certo è che l’uomo di Pazyryk, mummia ritrovata nell’Asia centrale con complicati tatuaggi rappresentanti animali o la principessa di Ukok (mummia dell’Altai) con tatuaggi di alto livello artistico, databile intorno al 500 a.C., non potevano prevedere tali nefandezze al giorno nostro!!!