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TRAVAGLIO NATALIZIO

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FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242-1 2Da qualche anno stiamo assistendo ad una interpretazione particolarmente polemica di quella che per la cristianità rappresenta l’iniziazione storica della sua fede: l’incarnazione e la nascita della potenza divina fattasi umana. Ed è superfluo ricordare ciò che per noi cristiani rappresenta il Natale, quanto questo evento abbia inciso nella nostra vita e reso il suo ricordo sempre oltremodo piacevole fin dai tempi dell’infanzia ove il periodo delle festività si disponeva nell’attesa del giorno della nascita con quelle vacanza scolastiche tanto agognate vivendo quell’atmosfera ove quelli più adulti disponevano al meglio le loro umane relazioni scambiandosi regali e auguri che per almeno per una occasione all’anno li rendeva più miti e amorevolmente disposti. Ma la “buona novella” in un mondo attualmente molto interconnesso non può non ricordarci le sofferenze che la nostra fede deve affrontare in contesti ed in paesi diversi dal nostro. E partiamo dal Paese della Vergine di Guadalupe, il Messico, famoso per la religiosità popolare che unisce sincreticamente i riti precolombiani agli insegnamenti evangelici dei missionari cattolici del 16° secolo. Ebbene in questo paese i “narcos”, i sanguinari trafficanti di droga, rappresentano una pericolosa minaccia per le comunità cristiane che cercano di strappare dal loro controllo quei ragazzi di strada sfruttati per il narcotraffico, e secondo “Open doors” sarebbe in uso anche la richiesta di “pizzo” alle parrocchie che se non obbedienti si vedono chiuse o sottoposte al calvario dei rapimenti dei fedeli o dei sacerdoti con richieste di riscatto. In Pakistan la legge sulla blasfemia sappiamo quanto sia feroce per noi cristiani con la vicenda della mamma di cinque figli, Asia Bibi, che ha pagato col carcere e l’attuale latitanza, per sfuggire al linciaggio popolare, la sua conversione verso la nostra fede. Blasfemia che viene spesso usata anche come strumento di vendetta verso persone nemiche essendo sufficiente denunciarle per un simile reato. In questo paese le donne cristiane sono spesso rapite, stuprate e costrette alla conversione all’islam. La tanto democratica India ha rispolverato il “nazionalismo indù” che sa esacerbando l’odio anticristiano con leggi che vietano la conversione dall’induismo bloccando qualsiasi percorso di evangelizzazione, bruciando ai cristiani le loro case e le Bibbie. In Somalia, Stato centroafricano musulmano quasi al 100%, il cristianesimo si risolve in incontri segreti e clandestini perché se si viene sorpresi a pregare o a leggere il Vangelo si rischia di scomparire nel nulla o venire uccisi. Figuriamoci se è possibile celebrare il Natale pubblicamente! E la Corea del Nord è prima nella classifica degli Stati che perseguitano i cristiani. Ci sono solo 5 chiese nella capitale e tutte controllate dal regime che ha introdotto le “spie” che si infiltrano nei gruppi cristiani per rivelare i sovversivi che finiscono torturati e uccisi nei campi di prigionia e se tentano di fuggire in Cina vengono rispediti al mittente dalle autorità di Pechino che peraltro si comportano allo steso modo se non così estremo. E comunque negli ultimi anni in Cina sarebbero state danneggiate o distrutte almeno 2000 chiese e da Aprile 2018 è stata vietata la vendita online della Bibbia. Ed i membri cattolici che non si sono sottomessi al regime sono scomparsi o arrestati e ciliegina sulla torta l’ultimo accordo Vaticano-Cina del settembre 2018 ha sancito la definitiva resa incondizionata di Roma a Pechino con la nomina di vescovi molto vicini e gradite al governo. In Arabia Saudita, sebbene il principe Mohammad Bin Salman assicuri di voler garantire libertà di culto, i cristiani sono sottoposti o fortissime pressioni, ed i suoi cambiamenti sono stati giudicati da “Acs” (Aiuto alla Chiesa che soffre) “superficiali e cosmetici”. In Egitto i cristiani copti sono continuamente minacciati di rapimenti con richieste di riscatto. Per non parlare dell’Iran dove i cristiani vengono condannati ed imprigionati per la loro fede. Ed i simboli cristiani sono continuamente vandalizzati in molte parti del mondo, anche da noi, se non graditi dai fratelli che accogliamo. E che dire della Cipro turca ove le chiese diventano moschee, i cimiteri profanati, tesori bizantini trafugati e capre macellate nei monasteri con l’Unesco che tace essendo questo paese anche membro della UE e la Turchia membro della Nato? Ma a ben vedere queste situazioni le conosciamo bene, certo non vorremmo esistessero, ma è storia. Ciò che in realtà più spaventa è la completa ridefinizione degli stessi parametri ecclesiastici del nostro credo con disappunti che sorgono ovunque e misinterpretazioni che la fanno da padrone nell’ambito di quel forte relativismo che oramai occupa anche i sacri scranni. Ed allora i protagonismi e le rilevanze mediatiche non hanno fine proprio in concomitanza con ricorrenze basilari della nostra fede come il Natale. E si pone in discussione tutto, se Gesù poteva essere considerato, in analogia con le moderne migrazioni, un profugo e non lo era, dato che Giuseppe stava tornando nella sua città natale Betlemme per un censimento voluto dal governatore romano, se sia conveniente fare o meno il presepe, se cantare a scuola gli inni natalizi o “Bella ciao” di chiara fede partigiana, se aprire o meno le chiese per la celebrazione della Natività, dato che se non accogliamo i migranti veniamo tacciati di xenofobia e razzismo e non dovremo neanche accogliere il piccolo palestinese di Betlemme peraltro molto desueto e quasi scomparso negli stessi mercatini natalizi, quasi a vergognarcene. E la stessa Chiesa con i suoi ministri che oramai è Madre non più dell’Unione ma della divisione, non più interprete e divulgatrice del messaggio di Cristo, del dogma del Mistero, della moderna sacralità dell’Eucaristia, tanto utili alle anime che bramano consolazione da un Ente Supremo ed invisibile, bensì calate miseramente nelle beghe di una politica da bottega che fa fuggire i fedeli da omelie spesso a limite della dissacrazione per ruolo e contenuti. E che tramite il Sommo Pontefice predica di continuo un sincretismo religioso a senso unico dato che noi dovremo considerare fratelli tutti anche di altre religioni nonostante gli altri non ci considerino tanto fratelli. Come accaduto a Nader Akkad, siriano con cittadinanza italiana, imam del centro culturale islamico di Trieste. E’ un ingegnere civile e ricercatore di fisica teorica a lungo direttore della scuola araba che ha avuto la pessima idea di essersi distinto per la sua apertura al dialogo interreligioso, per una concezione moderna dell’Islam e per aver condannato a più riprese il fanatismo. E siccome si è comportato in maniera opposta a tutti gli altri imam che imperversano nel nostro paese e che predicano la supremazia di Allah, è stato licenziato dalla sua carica per “gravi irregolarità” con motivazioni pretestuose, non in linea con i vertici della comunità, chiamando “fratelli” sia cristiani che ebrei. E la Chiesa continua la sua politica dell’accoglienza a tutti i livelli, dai cardinali, vescovi e sacerdoti che si impegnano in profluvi verbali al pari del “Global Compact” voluto dall’ONU. E questa via non può naturalmente essere la migliore perché tampona a modo suo gli effetti senza risolverne le cause, perché è una scelta politico-economica non una scelta morale come rileva Gotti Tedeschi. Perché i migranti rappresenterebbero una risorsa disponibile globalmente e diversamente dal luogo d’origine che viene comunque penalizzato da questo esodo, mentre da noi non esiste nessuna politica che nello stesso tempo dovrebbe favorire le nascite vista la penuria. Accogliere sì, nascere no! Come d’altronde risolvere le cause ambientali non intervenendo sulle cause del problema bensì gestirne gli effetti con l’auspicio di una decrescita economica che ridurrebbe ulteriormente le nascite e creando ulteriori danni perché la povertà e la disuguaglianza non è dovuta alla cattiva ripartizione delle risorse come si vorrebbe eticamente far credere, bensì al cuore e alle regole che gli uomini si sono creati. Ed è contro queste che bisogna lottare per cambiarle altrimenti cosa possiamo pensare se la nostra carità verso l’Africa va a finire in mano ai despoti che affamano il loro popolo e poi facendo crescere i dazi di importazione sulle loro risorse esportabili, specie agricole? Perché non si vuole un “continente nero” ricco ed autonomo bensì una mucca da mungere per il nostro cuore avido ed egoista come dimostra il signoraggio della Francia verso le sue ex colonie. Non possiamo bloccare le iniziative e la creatività dei nostri imprenditori con salassi non taumaturgici e che decretano la morte di queste vere risorse secondo una pseudoetica della ripartizione che presto distruggerà la fonte. La Chiesa dovrebbe ritornare ad avere la sua funzione che è soprattutto quella di cambiare il cuore dell’uomo con i sacramenti, il magistero e la preghiera e non con le politiche dannose e parolaie come ha ribadito il Papa Emerito Benedetto XVI nelle sue encicliche “Caritas in veritate” e i “Lumen fidei”. E questo Natale dovrebbe opporsi con la forza del silenzio in questa epoca ove la chiacchiere e il rumore riempiono il vuoto come ha scritto nel suo pregevole libro, “La forza del silenzio” il grande cardinale Robert Sarah che sembra dedicato proprio al Papa Emerito e alla sua attuale testimonianza silenziosa quando ricorda le parole di S. Ignazio di Antiochia “E’ meglio rimanere in silenzio ed essere che dire e non essere”.

Arcadio Damiani