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VOGLIA DI MORTE

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In un suo articolo Giordano Bruno Guerri riporta l’ “Effetto Noa” come terribile attrazione per il suicidio perché la clinica olandese che si occupa del suicidio assistito dopo il tragico cosa della ragazzina che si è lasciata morire non nutrendosi e bevendo più per cui la stessa clinica non c’entrava niente, sia stata subissata da richieste provenienti da tutto il mondo ed è la conferma che molti desiderano farla finita. Malati terminali cui resta solo il dolore senza alcuna speranza, o depressi e infelici o giovani disillusi da una vita che ha negato loro ascolto, comprensione, aiuto. Secondo uno studio dell’OMS il “suicidio” rappresenta l’1,4 % dei decessi, la diciassettesima causa di morte e la seconda per i giovani fra i 15 e i 29 anni. Ogni anno si uccidono circa 800.000 individui cioè uno ogni 40 secondi e se per ogni suicidio riuscito almeno 20 falliscono ecco che ogni 2 secondi qualcuno si accosta volontariamente alla morte. Ma se è vero che i numeri ci dicono che il fenomeno è in calo quasi ovunque ed in Italia siamo ad 8,2 casi ogni 100.000 abitanti questo non ci consola affatto perché come annota il giornalista un’afflizione fatale è ovunque attorno a noi e c’è da credere che se suicidarsi fosse facile il numero delle morti salirebbero di certo. E riporta quanto scrisse la poetessa americana Dorothy Parker morta per un infarto a 74 anni “I rasoi fanno male, i fiumi sono freddi, l’acido macchia, i farmaci danno i crampi, le pistole sono illegali, i cappi cedono, il gas fa schifo. Tanto vale vivere”. E spero che non vi sia una moltiplicazione dei siti mortiferi legali e a basso costo non sempre come in Svizzera ove tutto è monetizzabile e basta pagare 10.000 euro e tutto va in paradiso. Tutto questo a dimostrare come una bella fetta di umanità venga del tutto lasciata sola nella sua sofferenza fisica o mentale e a conferma di quanto all’altra umanità gaudente poco importi delle disgrazie altrui avendo smarrito l’essenza stessa della condivisione e della convivenza alla base di ogni società cosiddetta “civile”. Ma la Civiltà ha perso del tutto il suo significato che nel tempo e nella storia ha sempre mantenuto un finalismo esistenziale, di sopravvivenza, anche con la guerra ma comunque ad impronta comunitaria come d’altronde Madre Natura insegna. Ma come si può considerare civile un Paese, e non parlo del Benin della magica Africa ove l’infanticidio rituale è lecito per il culto vudù riconosciuto dallo Stato, bensì della Francia, antesignana di tutte le rivoluzioni che hanno prodotto una libertà incondizionata senza alcun vincolo? Infatti non vi è solo il suicidio che di per sé è volontario ma anche quello che definirei “omicidio assistito” come nel caso di Vincent Lambert che il governo francese vuole morto in quanto affetto da una tetraplegia post traumatica ed è alla base di un controversia giuridica tra i familiari che lo vogliono ancora accudire e il governo transalpino che è addirittura ricorso in Cassazione dopo che il processo in appello ha sancito la ripresa dell’alimentazione del povero disgraziato e contro il giudizio dell’ONU che ha chiesto più tempo per decidere sul caso. Ma non mi stupisco più di tanto sia per la pilatesca posizione del tardo-edipico presidente che per la stessa nazione francese, patria del laicismo e illuminismo che sta alle radici dell’eugenetica, e che certo vuole far prevalere le ragioni burocratiche ed economiche su quelle puramente umanitarie ma conosciamo bene il loro amore per la ghigliottina! Ma secondo l’attuale “main stream” l’eutanasia è segno di un progresso sociale mai raggiunto, nel novero di quei diritti che da sempre hanno minato alle basi la democrazia facendole perdere il legame e il rispetto per gli altri a favore di un libertarismo giunto fino all’annientamento di sé e per decisione anche degli altri volenti o nolenti: in pratica la legalizzazione dell’ “omicidio di Stato”. E l’Italia, mediterranea e cattolica come osserva Marcello Veneziani, è una fettina di terra e di civiltà minacciata dal fanatismo neo-islamico che viene dal Sud e dal nichilismo libertario che viene dal Nord. Entrambi convergono nel comune epilogo: la “morte” sia in nome di Dio e della sua Legge che nel nome della nostra assoluta libertà e totale autodeterminazione. Ma entrambi convergono anche nell’altro comune epilogo la totale lontananza, assenza interpretativa, mancata considerazione del nostro “Credo cristiano” perché da una parte abbiamo chi vuole purificare il mondo nel nome di Dio, uccidendo gli infedeli e anche se stessi, dall’altra tutta una impostazione protestante e calvinista che prevede una “vera” libertà, un vero diritto alla piena sovranità della loro vita che arriva a poter essere liberi anche di togliersela. In tutt’e due l’atto supremo della fede degli uni o la libertà degli altri “civilizzano” la “soluzione finale”. Ed è questo “primato della coscienza individuale” che fu il grido di rivolta del luteranesimo e poi del calvinismo rispetto alla “Fides cattolica” e alla religione precristiana. E quando si perde la Fede in Dio, il senso morale del dovere di vivere come Cristo ha testimoniato nel suo breve corso terreno, la vita che solo Lui ha diritto nel crearla o nel finirla non ci rimane che il libero arbitrio, peraltro che Dio stesso ci ha donato perché ne facessimo un uso mai contro se stessi, ecco che questa lontananza dalla volontà divina ci lascia soli a decidere di noi stessi, di come non si debba accettare nessun vincolo, di come ribellarsi al dolore, alla sofferenza, alla malattia che fanno parte della nostra esistenza e che sono alla base di quel forte richiamo allo Spirito di cui sono piene le testimonianze e le santificazioni della nostra cristianità che è nata proprio per prendersi cura degli ultimi, come ancora di salvezza ed accettazione di chi vive nella sofferenza e che tramite essa, nella vita terrena, purifica la sua anima per meritarsi la pace e la luce celeste. Allora come possiamo ancora definirci cattolici secondo il credo di Santa Romana Chiesa se poi pretendiamo di sostituirci a Dio e alle sue regole? Come possiamo definirci cattolici se manca il rispetto della vita e della sua creazione e se consideriamo l’aborto una specie di temporaneo “black out” che ostacola i nostri progetti? Ma oggi se proviamo a difendere la vita fin dal suo concepimento, quale misterioso inizio, o la vita stessa qualora in preda a malanni, veniamo tacciati di essere bigotti, retrogradi, conservatori, autoritari e dispotici contro una società cosiddetta “civile” nel cui alveo è tutto permesso nel nome di una necessaria soddisfazione individuale. Ma se tutto questo progresso, il raggiungimento di queste forme così avanzate di civiltà funzionasse a dovere come mai abbiamo incrementato negli anni l’uso dei correttori d’umore come i farmaci ansiolitici e antidepressivi, abbassando anche l’età per il loro uso, abbiamo incrementato gli episodi di “sballo” sotto i fumi dell’alcool e delle droghe, abbiamo incrementato gli episodi di bullismo fra i ragazzi, il mobbing in ambiente lavorativo, gli omicidi per futili motivi, il rigetto della natalità? Semplicemente perché a differenza del credo evangelico, esiste oggi qualcosa che lo sostituisce, la religione laica del diritto e della felicità a tutti i costi perché si è abbandonati il carisma della “conquista” della felicità, in quanto questa condizione per sua natura è molto effimera ed è un piacere indescrivibile anche per un solo attimo come il vagito del primo bambino o la vincita di un premio prestigioso o un amore piacevolmente corrisposto ma tutti frutti di un duro lavoro e soprattutto forieri di ulteriore dedizione e sacrificio. Amare non è un “lasciarsi andare” ma vuol dire prendersi cura, vuol dire come diceva il filosofo cristiano Gabriel Marceltu non morirai”. Ed allora si torni al “senso religioso della vita” perché non fummo noi a darci la vita né saremo noi a darci la morte perché ogni vita appartiene oltre che a noi anche al mondo. E oltre ad un diritto è anche un dovere! Ed è bello osservare quanta felicità esprimono le persone volenterose che si dedicano agli altri, sacrificando se stessi ed i propri desideri, riempiono la loro vita solo col fatto di essere utili agli altri, come una madre o un padre che quando avvertono l’inizio di una grave malattia che li colpisce non hanno paura di morire ma solo della sofferenza che possono procurare ai loro figli, il non potersi più prendere cura di loro. Dov’è finito tutto questo? Ma certo nella necessità di accedere liberamente alle droghe, ai farmaci, trasformando l’anima della felicità nella chimica della felicità.

Pescara li 9-6-2019 F.to Arcadio Damiani