PAOLO PAVONE
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WEIMAR

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Per molti studiosi Weimar evoca la grande fioritura della letteratura tedesca fra il 18° e 19° secolo che ha avuto come epigone Johann Wolfang Goethe con tutto il suo corteo di seguaci del mondo artistico ed intellettuale che lo omaggiavano. Per gli storici e i politici purtroppo non è stato un buon ricordo quell’epoca e quella cittadina della Turingia che ha rappresentato l’alveo di nascita di uno dei più alti dinieghi della democrazia: l’ascesa al potere di Adolf Hitler. E gli attori di quel dramma, Carlo Nordio li descrive benissimo in un suo articolo: venerabili generali, spregiudicati avventurieri, consumati politici, violenti demagoghi, disinvolti finanzieri, una torpida e infida fauna umana che tesseva una ragnatela ove Hitler aspettava le sue vittime imprigionate non senza avere crisi o dubbi anche meditando di mollare tutto e suicidarsi. E, rimasto economicamente a secco, ha avuto anche bisogno di finanzieri stolti e vendicativi che gli permettessero il prosieguo del suo osceno progetto politico rimanendo alla fine anch’essi soggiogati. Situazione molto simile a quella che stiamo vivendo oggi con tradimenti, volta facce, dissimulazioni ideologiche, repentini cambi di programma, tanti “sciacalli” pronti a papparsi i resti dei loro predecessori che fa del nostro teatro politico una sceneggiata che va dalla distopia al surrealismo senza offendere quest’ultima “vague” artistico letteraria nata ad opera di Andrè Breton col suo movimento d’avanguardia. Perché il nostro “Movimento d’avanguardia”, per sfortuna, non ha nulla a che vedere con l’arte o la letteratura nel senso del loro più alto significato. Ma nella sua effige simbolica di cinque luminosi corpi celesti nasconde un futuro di buchi neri che non sono altro che l’esito del collasso della loro massa per poi scomparire e non tramite il passaggio intermedio di una “supernovae”. E per fortuna, diversamente dai cittadini tedeschi di allora, i cittadini italiani di oggi vivono meglio, la nostra democrazia è ben più solida di quella di Weimar, l’economia è più ricca, le alleanze internazionali più stabili, le ideologie meno aggressive ed i protagonisti meno agitati perché hanno purtroppo il ventre molle di un benessere raggiunto non come gli “alemanni” del primo secolo scorso alle prese con una sconsolante disoccupazione, salari decurtati ed inflazione macroscopica, ordine pubblico compromesso con allarmante quotidiana delittuosità, scioperi, serate tumulti, minacce di leggi marziali. E mentre il centro cristiano osservava questo sfacelo la sinistra come di consueto era litigiosa dentro e fuori se stessa. Ed oggi assistiamo, sgomenti, a quanto le nostre deleghe parlamentari siano così posticce, impreparate, marcatamente “false” e francamente inaffidabili che mi trova pienamente d’accordo con Raffaele Simone sul suo libro “Come la democrazia fallisce”. Già, ampio “hiato”, inaudita dicotomia fra l’eletto e l’elettore, legalizzazione dell’eterogenesi dei fini. Ma se del nazismo abbiamo un sofferto ricordo storico non si ha stessa memoria riguardo come si siano modellate, permeate, condivise le dittature storicamente. Perché dimenticare il patto Hitler-Stalin ossia Ribbentrop-Molotov? Un patto di aggressione al resto del mondo all’insegna dell’anticapitalismo, dell’antisemitismo, dell’antioccidentalismo, condividendo la promessa del “bene assoluto in terra” Artefici? Quelli in sintonia d’intenti come annotava Simone Weil, ebrea, che osservava come le parole d’ordine dei nazisti e comunisti sono state quasi identiche e non si poteva non notare l’esistenza di una certa simpatia fra di loro tanto che nelle discussioni fra operai nazisti e comunisti si cercava affannosamente un punto di disaccordo e tra i secondi spesso si udiva il grido “meglio nazisti che socialdemocratici”. Hanna Arendt sottolinea la convergenza fra nazismo e comunismo, l’ammirazione di Hitler per il geniale Stalin che a detta i Krusciov si fidava di un solo uomo: Hitler. Come Alain Besancon nota che Russia comunista e Germania nazista ebbero in comune la parola “lager”. Ma qualche differenza va fatta, come annota Marcello Veneziani, perché se i nazisti promisero di ridare bellezza al mondo, i comunisti promisero di ridare bontà al mondo. E qui la maggiore pericolosità e perversione perché il comunismo uccide a “fin di bene”, è pedagogico ed obbliga le sue vittime ad interiorizzare le sue nuove regole morali che hanno prodotto ben 85 milioni di cadaveri tanti di più del suo alleato. Ed è per questo che ha bisogno di un controllo assoluto sulla cittadinanza ove tutti possono diventare suoi nemici. Bene, chiamasi “totalitarismo” sconfitto quello del ventennio, in ottima salute quello odierno non più catalogabile, bensì universalizzato nella cosiddetta “globalizzazione” che prevede solo sudditi e non padroni. Ma è proprio la stessa globalizzazione che annienterà se stessa perché le differenze sono sempre esistite, siano esse antropologiche o culturali e cominciano ad emergere tanti fastidi di un negazionismo non più sopportabile (vedi la storia degli italiani innocenti “infoibati” dai partigiani titini). Ed oggi basta vedere il dominio fattuale del “pensiero unico” che colpisce senza distinzione tutti i sui dissidenti col pregio di vantarsi di una “democrazia moralmente superiore”. E la lotta è divenuta senza quartiere in un mondo interconnesso, digitalizzato ove l’unica regola del motore è la “censura”. Basta vedere i colossi della comunicazione digitale che filtrano perfettamente i contenuti dei messaggi e delle parole “non allineate” prontamente eliminati. E tutte le Istituzioni, governative, sovranazionali, economiche, finanziarie, culturali, artistiche sono sul piede di guerra a loro difesa contro chi vorrebbe condividerne lo scettro. E sono disposte a tutto, anche a cambiare le regole d’ingaggio ed i motivi fondanti di un contratto. Credo che l’esempio più lampante, ma semplicemente prevedibile, sia stato quello della compagine pentastellata che dopo aver fatto perdere la pazienza all’alleato leghista, peraltro ben giustificata e documentata, decide di provare a cambiare alleato di governo rivolgendosi al Pd con una svergognata sfrontatezza che non ha di simile nella nostra storia. Ma per un movimento nato da un comico e da un visionario non per un progetto costruttivo ma solo “distruttivo” non potevamo aspettarci qualcosa di diverso essendo frutto della goffaggine ed incapacità dei governi che li hanno preceduto almeno da vent’anni. Capisco che l’interpretazione delle parole una volta era stile di una politica più ragionata e meno aggressiva ma oggi non si va per il “sottile” e le parole, anche se pesano come macigni, spesso si possono occultare, distruggere, sminuire, negare. Una prova? Vediamo cosa ha detto l’ex bibitaro pentastellato a proposito del Partito Democratico “il movimento è nato in reazione al Pd, al loro modo di fare politica e oggi offre un stile nuovo…il Pd ha un’idea perversa della democrazia…nel Pd hanno una questione morale grande come tutto il Pd…il Pd è simbolo del voto di scambio e del malaffare…il Pd è il partito dei privilegi, della corruzione, delle ruberie, a casa…il Pd è il male dell’Italia…parlare col Pd è un suicidio…escludo categoricamente qualsiasi alleanza col Pd…Mai col partito di Bibbiano che ha rovinato tante famiglie innocenti portando via per venderli al miglior offerente i loro figli”. Ma oggi si esprime con tutto il suo contrario “il nostro primo interlocutore è il Pd con l’attuale segretario e con le persone che in questi anni hanno lavorato bene”. No comment! Ma non è solo questa la rivoluzione progettuale perché esiste alla base una evoluzione maturativa del movimento, meglio definirla “metamorfosi” perché stiamo realizzando qualcosa di diverso che non c’era prima. E molto attentamente Francesco Maria Del Vigo in un suo articolo ne elenca le “abiure”. 1) La “democrazia diretta”. Per anni hanno glorificato la consultazione in tempo reale via web interpellando i loro iscritti sulla piattaforma Rousseau; oggi hanno messo in soffitta la loro piattaforma e stanno fuggendo dalla suprema forma di democrazia diretta: le elezioni; meglio una forma di democrazia “indiretta” che potrebbe farti governare con chi ti garba meglio anche col funesto Pd benché il web grillino è di parere diverso, meglio “disconnettersi”, ne va delle poltrone! 2) Lo “streaming”. Strumento a piede di porco per scardinare i giochi di palazzo. Le dirette dei vari colloqui fra loro? Non si vedranno più. D’ora in poi tutto avverrà in segrete stanze, in tuta mimetica, barbe finte ed occhiali da sole a mezzanotte. Dalla “Trasparenza” all’ “Opacità”. 3) “Uno vale uno..o l’altro”. Uno dei cardini del movimento cioè la volontà di non scendere a patti con nessuno ma poi il patto con la Lega ed ora il patto col PD: uno vale l’altro! 4) “Diversità antropologica”. I grillini hanno sempre sostenuto di essere diversi dai tradizionali politici. Ma presto hanno imparato il politichese contorto dei vecchi democristiani senza averne la cultura. 5) “il governo contro il popolo”. Qui la nemesi di Giuseppe Conte che ha giudicato Salvini in maniera indegna con la sua oratoria in Senato accusandolo di invocare le piazze ed usare i social per fare politica. Lui paracadutato a Palazzo Chigi da un movimento nato sul web e cresciuto sui social, emblema di un movimento che ha portato migliaia di persone in piazza al grido di “vaffanculo”. Ma dove andranno a pararsi questi benemeriti ed acclamati paraculi pro Ue e pro Cina! E Salvini come poteva non staccare la spina a questo governo e con questi alleati? E’ certo che “chi tocca i fili muore” come recita il cartello sotto i tralicci dell’alta tensione! E così non è difficile comprendere che la battaglia politica che si sta configurando non si combatterà fra progressisti e sovranisti ma fra statalisti-conservatori e liberali- innovatori. Scrive Friedrich A. Von HayekLa concorrenza è il mezzo più efficace per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini che ciascun individuo si propone. Ed è per questo che il liberale ama il merito, perché valorizza i migliori, mentre odia il privilegio, perché promuove solo gli affiliati di partiti o corporazioni”. E Luigi Einaudi ricordava nei suoi pensieri che “Lo statalismo fa l’uomo ladro. Quando si vive in un sistema in cui tutto dev’essere disciplinato e dove tutti devono ottenere permessi, licenze ed autorizzazioni, è evidente che la corruzione è fatale”. Francesco Carella ricorda che nel pensiero liberale un grande rilievo viene dato al concetto di uguaglianza inteso come parità dei punti di partenza mentre si lascia la possibilità di produrre esiti diversi da individui diversi non dimenticando di farsi carico della solidarietà che è alla base di una sana e serena convivenza civile. Tutto questo verrà combattuto dal possibile nuovo governo Pd-5s nella fioca luce di una speranza che non ottenga il placet dalla Presidenza della Repubblica che ha sempre declamato con Mattarella di “non essere solo un notaio” ma il problema resta comunque la sua appartenenza ad un establishment già noto. Molto difficile, per taluni terrificante (v.M.E.Boschi), avere un Capo dello Stato “liberale”, visti i predecessori!