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FAMIGLIA ARABA FENICE?

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bambino Fino a qualche anno fa la famiglia rappresentava il più piccolo nucleo sociale dotato di propria autonomia progressiva ed espansiva con quella sana autarchia che ne permetteva l’appartenenza identitaria ad un lignaggio più o meno fortunato, nel primo caso cercando di conservare nel secondo cercando la motivazione e il fine per progredire. E vi erano ruoli ben definiti a partire dalla patronimica figliale, dalla responsabilità dei fondatori nell’accudire la prole, dallo scarso ricorso alla recessione del vincolo fino all’accettazione dei possibili eventi negativi che si verificassero. Quindi famiglia come zoccolo duro e primordiale e base di crescita del tessuto sociale, tanto per rifarsi alla primitività umana con l’uomo cacciatore e la donna raccoglitrice, fondata secondo i nostri dettami costituzionali sul matrimonio che reca in sé il significato etimologico di “mater” per la cui espressione necessita sicuramente del “pater”. E non sempre la famiglia o l’appartenenza ad essa è stata storicamente accettabile dati i patriarcati, i matriarcati, il nobilato, l’aristocrazia, la partitocrazia, il feudalesimo, l’allargamento con le congreghe, lobbies, associazioni molto spesso al servizio del crimine, la definizione freudiana di “peggiore luogo di perversione”, che hanno minato alla base quella naturale e sacra verticalità infinito-finito del Dio-patria-famiglia. Struttura assodata come principio del divenire umano, culla affettiva del mutuo soccorso. Ma che fine ha fatto? Svanita, trasparente, inavvertibile, liquida! Stiamo diventando orfani della nostra storia e di questa istituzione delittuosamente abbattuta per non sopportarne l’onere a mentire una condizione di estrema inanizione sociale e culturale molto pericolosa per noi e molto utile ai “controllori”. Perché in fondo la famiglia presuppone almeno un figlio come in quella “sacra” ma qui scatta il terrore della coppia per un futuro di responsabilizzazione che limita fortemente quella libertà e quella rincorsa alla felicità che non troveranno mai nell’impeto e nel vuoto della sola carnalità perché qualsiasi ambito relazionale non potrà mai limitarsi all’uno-due dati anche la storica visione sociologica dell’uomo come “animale sociale” ed il senso dell’autostima del sé edificabile solo “ab estrinseco”. Il figlio come incidente di percorso, ostacolo, da combattere e distruggere dall’inizio con l’aborto attualmente riconducibile ad un raffreddore: basta una pillola! In questo modo si aggirano i medici obiettori(grande problema), si spende meno in ambito sanitario(date le scarse risorse) per questa malattia da cui guarire il più velocemente possibile. Si chiama “Ru486” la pillola-bomba di ormoni distribuita sperimentalmente nei consultori delle regioni Lazio e Toscana e non più solo in ospedale, diversa da quella del “giorno dopo” venduta anche nelle farmacie. Ed è sempre e solo la donna a gestire il tutto e solo su di lei ricade interamente l’onere della scelta. Del padre neanche a parlarne. Indubbiamente un grande passo avanti! E se dovesse malauguratamente nascere? C’è sempre un cassonetto dei rifiuti ove gettarlo o abbandonarlo in un qualsiasi pronto soccorso perché un “qualcuno” se ne occupi. E qui intervengono le Istituzioni benefiche che di “benefico” hanno ben poco. I minori orfani o allontanati dai genitori in Italia sono circa 35.000. Per la loro gestione non esiste un registro ufficiale, ma c’è una galassia di case-famiglia e strutture che per ogni bimbo arrivano a percepire fino a 400 euro al giorno. Un business che spiega perché le adozioni sono difficili e solo una famiglia su 10 viene giudicata idonea come riporta Manila Alfano in un suo report. C’è chi è stato respinto perché sovrappeso, chi per eccesso di scolarizzazione (due docenti universitari), chi per un semplice difetto di pronuncia, altri ancora perché coppia “troppo unita”. Aspiranti genitori adottivi bocciati e umiliati senza possibilità di appello. A riguardo l’avvocato Cristina Franceschini ha fondato una Onlus “Finalmente Liberi” per studiare il fenomeno ed raccogliendo dati è giunta a conclusioni oserei dire raccapriccianti. Ha scoperto che fino al 2016 c’erano 211 giudici minorili onorari (psicologi, avvocati, psichiatri), per intenderci quelli che sentenziano l’eventuale affidabilità agli adottanti ed il cui giudizio è pari a quelli dei magistrati di carriera, in una situazione di possibile incompatibilità, ovvero franceschinicon rapporti professionali ed economici con le case-famiglia. Quindi il bambino in una struttura è una risorsa soprattutto se il giudice è anche il dirigente. Perché mai dovrebbe sottrarre alla struttura una entrata assicurata? E l’assurdo è che questo tema non è mai stato sollevato o controllato e solo dopo la denuncia della Franceschini il Csm si è mosso per mettere mano al problema emettendo una circolare con la quale stabilisce una incompatibilità evidente. In Italia funziona tutto così: non si ripara una strada se prima non ci scappa il morto! E la magistratura oramai scandisce ogni secondo della vita etica di noi cittadini italiani che abbiamo delegato loro tutte le possibili interpretazioni delle leggi visto che il potere legislativo parlamentare (politici sic!) fa acqua da tutte le parti. Talvolta la decisione di un giudice appare auspicabile e mi riferisco alla quattordicenne del Bangladesh che vive qui da noi con la famiglia e che si è ribellata ai suoi genitori per non voler indossare il velo islamico. Giustamente punita dalle loro abitudini umiliandola con il taglio a zero della capigliatura. Il fatto finalmente non è sfuggito ad un giudice che, contrariamente alla prassi oramai consolidata del “non vedo, non sento, non parlo” dei nostri poteri di controllo, ha addirittura tolto la patria e la matria e potestà allontanando la ragazza da un consesso familiare poco incline all’osservanza dell’integrazione rispettando semplicemente le leggi che vigono nel nostro paese e che vietano la tortura specie di un minore. O dell’altra ragazza allontanata ugualmente perché torturata volendo integrarsi con gli usi dei nostri costumi. Già finalmente un giudice che applica la legge e che non ha il timore di essere tacciato di islamofobia o di una rappresaglia dei seguaci di Allah. Talaltra i loro verdetti sono del tutto personali se non fuori luogo come nel caso dell’allontanamento della bambina dai genitori biologici perché giudicati troppo anziani quando nel mondo numerosi vip sono diventati padri anche sotto canizie a testimoniare un vezzo da gossip ma intoccabili e si offre la possibilità di riconoscere a coppie gay una genitorialità non biologica (più del legame biologico conta il contratto fatto all’estero! Sic!) con interpretazioni di legge a tutela del minore come se la responsabilità su di esso debba essere affidata ad un giudice la cui fluidità di pensiero orripila facendosi scudo dietro leggi contraddittorie scritte nella “Costituzione più bella del mondo” e fregandosene dell’articolo 29 che riconosce il diritto della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e tutela l’unità famigliare. E fa giustamente da contraltare nello stesso ambito anche il presidente aggiunto onorario della Corte di Cassazione Bruno Ferraro che sottolinea l’importanza della scienza psicologica orientata sulla insostituibilità della diade madre-figlio per l’equilibrata crescita del minore adducendo ragioni a prima vista insuperabili; non è possibile giuridicamente né ammissibile umanamente sopprimere la figura materna per soddisfare un desiderio meramente egoistico di due partner dello stesso sesso. E aggiunge che pensare che sia nell’interesse del minore mantenere un rapporto materiale con due figure omosex che, in assenza di un legame genetico, ottengono all’estero un provvedimento che non sarebbe possibile ottenere in Italia, significa ammettere il principio che si può eludere la legge italiana semplicemente creando una situazione all’estero per poi “travasarla” nel nostro ordinamento. E prega i suoi colleghi di rinunciare alle loro interpretazioni creative sostituendosi al legislatore. Siamo infatti in preda ad una pluralità di ridefinizioni che si adattano alle necessità dei singoli ma sempre meno paragonabili o accorpabili. Si va dalla famiglia “nucleare” (solo coniugi e figli, parenti esclusi), a quella “di fatto” ove genitori eterosessuali hanno generato figli senza vincolo matrimoniale, alla convivenza “more uxorio”(relazione affettiva fra uomo e donna senza prole), a quella “allargata” ove coniugi separati si risposano con affido condiviso dei figli, alla più recente famiglia “arcobaleno”( unione fra omossessuali con o senza figli). Addirittura in alcuni paesi quando si richiede la documentazione necessaria per il matrimonio sono inclusi anche moduli per un eventuale divorzio a testimonianza di quanta poca credibilità o affidabilità goda oggi il vincolo. La sfera domestica non più agognata come incipit di autonomia ma temuta come un campo minato irto di imprevedibili oneri che lederebbero il sacrosanto diritto alla felicità, e alla libertà, beni questi non più condivisibili con l’alterità. E tuttavia anche con panorami diversi, la famiglia presuppone ancore tutele legali e responsabilità anche penali. Ma non per tutti. Se è vero che gran parte del diritto è stato mantenuto anche per le unioni civili fra omosessuali non deve sfuggire il fatto che la pratica divorzile per questi è molto più semplice: basta una semplice “raccomandata” con ricevuta di ritorno per abbandonare l’alveo comune. E l’invadenza del diritto è giunta a decretare la distruzione del legame biologico genitore-figli, quanto di più innaturale potesse avvenire! Legame non più necessario per l’appartenenza a qualsivoglia nucleo famigliare, peraltro desiderato solo per contrastare quella solitudine costruita lentamente ed inesorabilmente con l’avvento della tecnologia digitale tanto utile per il confronto e l’informazione, tanto dannosa per l’estinzione di quella fisicità che nessun aggio virtuale può trasmettere. Allora si cerca di mantenere il nome “famiglia” per questi vari postriboli perché abbiamo ancora bisogno di quel senso? Si cerca ancora un figlio per sentire quella genitorialità che è alla base della storica istituzione? Si cerca ancora quella componente di trasmissione che la natura non permette per le persone dello stesso sesso ma che la tecnologia ha reso possibile con la procreazione assistita eterologa, l’utero in affitto e quant’altro e i tribunali e i giudici, anche contro legge, tutelano e ammettono? E’ veramente sconcertante l’utilizzo che può fare l’uomo di norme nate a tutela ed ausilio della natura. L’ “America society for reproductive medicine” stabiliva che la surrogazione di maternità dev’essere utilizzata solo quando sussiste una condizione medica tale da precludere una gravidanza o mettere al rischio la futura mamma o il feto. E invece come la si utilizza? “A la carte” attraverso il pregevole neoconio di “social surrogacy” ovvero la maternità surrogata che permette la maternità/paternità senza rinunciare ai propri impegni quotidiani e senza rovinare il proprio corpo. E già cosa vuoi che conti quella sensazione unica di lasciarsi crescere una vita nel proprio ventre, avvertire la sua quiete o il suo risveglio, ammannirla con quell’armonia esterna di una musica dolce o una parola sussurrata in un ambiente scevro da quel bombardamento elettromagnetico in cui la vita odierna ci incarcera a prendersi cura fin dal concepimento di quell’esserino col quale si interagisce con l’empatia dei neurotrasmettitori e degli ormoni. Un legame di tal fatta non è solo biologico! E’ anche ambientale, sociale, educativo, plasmatico, non potrà mai essere sostituito da un amorfo mercenarismo progenico. Ma è più importante la realizzazione del “sé” immersi in quel profondo egoismo che non mutua, non discute, non ragiona, evidenziando inconsapevolmente la miseria della propria condizione umana, l’avarizia nel donarsi, la repellenza verso il sacrificio, la riluttanza dell’apparire non conforme come se la storia l’avessero fatta gli umani inanimati. E a diventare mamme “in surrogatio” sono sempre più i divi del piccolo e grande schermo come l’attrice Ellen Pompeo, la modella Tyra Banks, Nicole Kidman, Sara Jessica Parker, l’attrice indiana Prianka Chopra con ricche carte di credito e terrorizzate dalla smagliatura del ventre o dall’assentarsi dal lavoro per paura di perderlo. Il “pancione” come gioia divenuto condizione di disabilità con effetti anche permanenti. E se sono giunte a tale scelta di assoldare altre donne per diventare madri senza fatica queste “wonder woman” è perché la loro storia, a differenza dei “miti”, non interessa più a nessuno e continuiamo ad osannarli e seguirli in quanto “symbol” di qualsivoglia follia e mai generatrici di messaggi più vitali e concreti secondo un sincretismo nichilista e superficiale che ben si adatta alla povertà esistenziale che viviamo oggi. Un bel salto in avanti non c’è che dire! Arriva il bestseller della sociologa israeliana Orna Donath dal titolo “Regretting motherhood” tradotto anche in italiano per la Boringhieri “Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù” ed è ovvio come tale argomento infuochi gli animi. Ma non sono solo mamme piagnone, viziate ed egoiste sono anche mamme che lamentano quanto la loro condizione sia poco apprezzata e svantaggiosa nell’attuale società competitiva. E non è solo una questione economica perché anche i ricchi che una volta i figli li facevano oggi non si dedicano più alla maternità. E non è solo la fatica, le preoccupazioni e le rinunce ai propri bisogni e desideri. Ascoltando le loro storie la Donath è convinta che l’atomizzazione sociale e l’iperindividualismo non sono la causa ma l’effetto di politiche che hanno minato alla base l’impegno procreativo. La politica deve fare di più a protezione delle donne che vogliono avere figli non per dovere perché esistono donne che sono felici e realizzate anche senza avere figli e per questo vanno apprezzate di più quelle madri che donano il prodotto del loro ventre insieme al coraggio e ai sacrifici che dovranno affrontare perché il nostro mondo sociale e affettivo continui. A loro diciamo grazie! E come non citare anche il nuovo romanzo di Ian McEwan “Nel guscio” col protagonista che stavolta è un feto e dietro la patina avvincente del thriller classico si fa largo una riflessione profonda e sensibile sul venire al mondo, la maternità e il legame naturale e potente fra genitori e figli. Col piccolo nascituro che ascolta telegiornali, trasmissioni radiofoniche che controlla tutti i pensieri e le voglie materne non sempre benevole e esprime l’amore non sempre meritato verso la madre e il padre con note di delicatezza uniche. A criticare il “supermarket dell’identità e l’ossessione odierna per le minoranze. Nel guscio e fuori dal coro! E’ questa solo una chiave di lettura ma quella solitudine che si tenta di esorcizzare impera in certe scelte a dimostrazione del profondo egoismo dell’uomo pervaso di quello spirito animalesco che rende sempre più probabile l’ipotesi darwiniana. E dov’è più il confronto visivo, l’afflato di una parola, la lacrima che non mente, quella comunicazione cha ha fatto degli uomini e donne da bambini che oggi naturalmente a difesa rifiutano la dialettica col tutor di turno, richiudendosi nella loro stanzetta a discettare con lo spazio infinito del web ove sono molteplici i gatti e le volpi alla Collodi? Come riporta Melania Rizzoli in un suo articolo che fra i ragazzi gira una frase molto divertente ma indicativa “..sono rimasto qualche ora senza connessione internet ed ho conosciuto delle persone simpatiche qui in casa, che dicono di essere la mia famiglia..” . Famiglia che nonostante il tentativo di disfarla per sostituirla con un amorfo “progetto genitoriale” stranamente viene rimessa al centro dalla provincia di Trento(centrosinistra autonomista) che approva una norma che argina a mio parere il main stream del politicamente corretto: riportare in auge il primato educativo della famiglia ed il diritto sacrosanto dei genitori o di chi esercita la potestà parentale di venire informati sui percorsi non strettamente didattici che la scuola dovesse proporre ai propri figli come quelle azioni di sensibilizzazione , volte al contrasto del bullismo omofobico ma da tenere ben lontano dai discutibili progetti “pro-gender” e tentativi di indottrinamento. Ed in caso di assenza non servirà una giustificazione. Sarà questa solo una chiave di lettura ma non mi aspetto granché dagli uomini di domani visti i presupposti cioè di essere solo eventuali discendenti di soggetti che hanno distrutto e non creato, modificato ma non sostituito, che avranno la pensione rubandola al domani dei figli che rappresentano oggi l’unica generazione storica che regredisce ed ha meno possibilità rispetto ai padri. Credo che questa lettura meriti più che una riflessione una scesa in campo per non fare la fine dei lupi di Herman Hesse(troppo pochi ma speriamo con i denti affilati)!

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