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Accademia Italiana della Cucina: l’avvocato Mimmo Russi passa la Campana al nuovo delegato Giuseppe Di Giovacchino

La campana suonata a tre mani annuncia il passaggio di consegne e
il via al conviviale dell’Accademia Italiana della Cucina – delegazione Pescara Aternum -, che venerdì 27 agosto ha riunito al ristorante Villa Alessandra di Alanno delegati, accademici, postulanti e ospiti. La cerimonia del Passaggio della Campana tra il nuovo delegato, Giuseppe Di Giovacchino, e il past president Mimmo Russi, ha visto la presenza di 53 commensali accolti attorno a un tavolo imperiale degno delle grandi occasioni. Un rito che ha avuto come testimone e garante il vice presidente vicario nazionale dell’Accademia, Mimmo D’Alessio.

Dal 1953, anno della sua fondazione, l’Accademia Italiana della Cucina difende e valorizza la cultura della gastronomia del territorio, della tradizione e della stagionalità delle “cucine” italiane, tanto che nel 2003 ha ottenuto il riconoscimento di Istituzione culturale della Repubblica Italiana. Il prestigioso ruolo di guida della Delegazione Pescara Aternum è ora rivestito dal medico urologo Giuseppe Di Giovacchino. A portare il loro saluto anche il prefetto di Pescara Giancarlo Di Vincenzo, il legato per lo Stato Pontificio monsignor Michele Fiorentino, il coordinatore territoriale dell’AIC e presidente del Movimento Turismo del Vino Abruzzo Nicola D’Auria, il delegato dell’AIC Pescara Giuseppe Fioritoni, il delegato della Marsica conte Franco Santellocco Gargano e altri rappresentanti delle delegazioni abruzzesi. Tra gli ospiti il consigliere regionale Antonio Blasioli e la dirigente scolastica dell’Istituto Alberghiero De Cecco di Pescara Alessandra Di Pietro.

Prima del Passaggio della Campana, il delegato uscente, avvocato Mimmo Russi, ha preso la parola per ringraziare quanti lo hanno sostenuto durante gli otto anni di guida della delegazione Pescara Aternum, e per ricordare le numerose attività di studio svolte sul territorio per far conoscere e diffondere la cultura gastronomica e la Civiltà della Tavola, attività che le restrizioni causate dalla pandemia hanno frenato per un lungo periodo. L’Accademia Italiana della Cucina ha contribuito a scoprire ricette dimenticate o perdute, che grazie alle testimonianze di vecchi cuochi e alle ricerche negli archivi di Stato e delle Diocesi è stato possibile riportare alla luce. E così le ricerche sulla cucina dei Templari, sulla cucina della cultura Arberesh di Villa Badessa, sulla mostarda angelese o sul brodetto che i pescatori preparavano sulla barca durante le lunghe giornate di lavoro in mare, sono state di volta in volta elaborate e poi gustate dagli accademici.

A D’Alessio il compito di rappresentare il presidente nazionale dell’AIC Paolo Petroni, e dopo i saluti di rito ha appuntato sul bavero della giacca di Di Giovacchino la spilla con lo stemma che lo contraddistingue come Delegato. Ed è stato a questo punto che il nuovo delegato ha preso la parola per illustrare il suo programma, ricordando innanzitutto la figura di Fausto Oddone Celestini, giornalista Rai ed accademico recentemente scomparso. «Il mio obiettivo primario sarà quello di adoperarmi per avviare iniziative idonee a diffondere la migliore consapevolezza della storia e delle tradizioni della cucina italiana, e in particolare di quella abruzzese», ha detto Giuseppe Di Giovacchino. «Obiettivo, non meno ambizioso, sarà quello di avere un dialogo virtuoso con le rappresentanze pubbliche locali, organizzando convegni di studio, tavole rotonde ed eventi vari, nonché intrattenendo rapporti con gli organi di informazione, necessari e preziosi per diffondere al meglio le finalità dell’Accademia». Di Giovacchino ha infine presentato la sua “squadra”, ovvero i membri della Consulta che lo affiancheranno nei lavori accademici: Franco Falcone (vice delegato), Maria Cristiana Serra (segretario), Nicola Candeloro (tesoriere) e Claudio Ciamarone (consultore).

Il suono della campana ha suggellato il passaggio di consegne e dato il via al convivio. A presentare i piatti scelti per la serata è stato il professor Leonardo Seghetti, docente di chimica agraria, enologo, assaggiatore esperto di olio e formaggio nonché accademico dell’AIC. Dopo aver sottolineato come la ricerca dei prodotti e degli abbinamenti abbia riguardato la territorialità e la stagionalità, Seghetti ha posto l’accento sull’essenzialità (la sostanza più che la forma) del piatto di entrata, la cosiddetta “attesa”, composto da acqua di pomodoro con fritto di verdure, ricotta e zafferano, pizza fritta con prosciutto cotto nostrano e maionese al peperone dolce e una rivisitazione della pallotta cacio e ove. «La crisi climatica ha portato l’acidità del pomodoro da 4,4 a 4,8», ha sottolineato il professor Seghetti «e quando le nostre nonne cucinavano le bottiglie con la salsa di pomodoro rimaneva sempre l’acqua in superficie. Quell’acqua non andava mai buttata, ma utilizzata per condire pane o verdure. Ebbene, quell’acqua così leggera e saporita è il condimento che abbiamo scelto per intingere il nostro fritto di verdure». Altra tipicità della cucina povera e contadina è la pizza fritta, «che in questo caso», ha proseguito il professor Seghetti «abbiamo arricchito con del prosciutto cotto nostrano che è stato riportato in cottura e condito con una maionese al peperone dolce». Altri prodotti poveri e caratteristici della cucina dell’entroterra utilizzati per la cena sono stati le acciughe, che hanno condito la patata al coppo, e il baccalà, con le cui scaglie è stato servito un gustoso burgher con peperone. Primo sale fritto con senape e miele, lasagnetta alle tre carni con patata al rosmarino e pomodoro bruciato, maialino scottato alle erbe in doppia cottura su soffice di patata e cipolla ai lamponi e chiusura con fetta di pizza doce sono state le altre proposte realizzate magistralmente dalla brigata di cucina di Villa Alessandra guidata dallo chef Nunzio Visconti, il tutto servito sotto l’attenta supervisione del responsabile di sala Renzo De Melis.

Dopo gli interventi del prefetto Di Vincenzo e dei vari rappresentanti delle delegazioni invitate, è stato il vice presidente Mimmo D’Alessio a concludere la cerimonia con un intervento che ha ripercorso le tappe che, dal fondatore Orio Vergani a oggi, hanno portato l’Accademia ad essere la custode della civiltà della tavola e delle tradizioni gastronomiche d’Italia. «Noi siamo le sentinelle del gusto», ha detto il vice presidente vicario nazionale dell’AIC, «e le nostre parole d’ordine sono gusto, stagionalità, tradizione».

Dopo il brindisi finale, accademici, postulanti e ospiti si sono stretti attorno al loro nuovo delegato e alla sua signora Anita Trozzi in un grande e affettuoso abbraccio simbolico, formulandogli complimenti e auguri per la nuova avventura alla guida della delegazione.

di Marzia Falcone e Luigi Di Fonzo