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Addio a Claudio Coccoluto, il re dei dee-jay che amava l’Abruzzo ed il suo popolo della notte

Con la scomparsa di Claudio Coccoluto se ne va un pezzo della giovinezza di molti, forse di troppi che hanno frequentato i club dagli anni 90 fino al passaggio nel nuovo millennio e oltre.

Lo conoscevo personalmente da trent’anni come tanti, come forse tutti quelli della nightlife.

Lo chiamammo insieme ad altri organizzatori per suonare in estate alla Villa ad Alba Adriatica per una serata che rimase epica. Come tutte quelle che fece in Abruzzo dall’Underground City a tanti altri club (sarebbe davvero difficile nominarli tutti) sino al Supporter Beach dove aveva curato una mirabile stagione estiva molto seguita anche dai giovani che apprezzavano le performance del figlio Gianmaria, unendo più generazioni di amanti della musica.

Quel popolo della notte che proprio la Dolce Vita ha raccontato nelle sue leggendarie gallerie fotografiche, è un prezioso album di ricordi per un’epoca dove l’edonismo non era ancora virale.

Claudio Coccoluto simpatico, cordiale, caloroso, vulcanico. Si imbarazzava un po’ quando sparavamo le luci in consolle per documentare la sua performance e strappargli qualche battuta
al microfono. Ma era la televisione di allora, prima dei social. Rivedersi su tante tv locali all’infinito o quasi e conservare le cassette da sentire in macchina e poi i cd. Perché lui era il vinile perfetto, introvabile, il passaggio musicale che ti lasciava estasiato. Quando poi lo andavamo a trovare nei migliori club di Rimini e Riccione, invidiati e copiati, con gli amici pierre riconosceva e salutava tutti, abbracciava i suoi ammiratori e i giovani dee-jay per i quali era inarrivabile.

La vibrazione: lui creava subito la sintonia con la pista e la portava a muoversi con le battute sincronizzate al suo battito cardiaco, quasi con il suo respiro.

Ballare, sognare, sentirsi al di fuori del tempo. Questo è il mistero un po’ sciamanico della consolle, dei suoi riti, delle animatrici e degli animatori che sembrano andare in una trance ipnotica. Difficile descriverlo senza rivivere quella particolare sinestesia del club, quella amplificazione sensoriale, distruttiva per alcuni e oggi sottoposta ad una rimozione collettiva. Era anche un’abitudine salvifica per una generazione che viveva la propria spensierata e imperdibile felicità. I giovani avrebbero sempre diritto a vivere i loro riti di passaggio, l’allontanamento dal nido e la scoperta dell’amore in ogni forma.

La cultura del club, diversa dall’immensità del concerto rock, meno tribale del raduno afro che comunque ti prendeva le viscere. La seduzione dell’house music, era dirompente, quella cantata in particolare, ma anche tutte le sonorità del jazz e la forza delle battute in crescendo che trascinano sino all’alba e oltre.

Un’epoca cancellata dalla crisi e dalla pandemia che comunque accomunava i club di mezzo mondo da New York a Londra, fino alla nostra riviera, ora deserta più che mai. La potremmo chiamare primavera della privazione oppure dell’attesa di un nuovo Coccoluto, di un musicista e intellettuale che restituisca forza e dignità al mondo della notte, ai suoi cavalieri ed alle sue principesse, sconfiggendo i draghi della miseria e della solitudine.

Americo Carissimo