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America 2020, a cura di Arcadio Damiani

L’ultima kermesse elettorale per l’elezione del 46° presidente degli Stati Uniti non è stata un valido e plausibile esempio da parte della democrazia più grande al mondo.

E le ragioni non possono che non essere molteplici. In prima fila il viraggio in peius di una comunicazione che oserei definire “elettrica”, ossia alla velocità della luce, che la globalizzazione supertecnologica ci sta imponendo, a mezzo di tweet, frutto di un immanentismo devastante, dell’ ”hic et nunc” ben lontano da sagge riflessioni che considerino l’approccio futuro alla luce del pregresso di cui ogni nazione e storia è custode.

Soprattutto se la nostra storia è quella della “Civiltà Occidentale” costruita nell’ultimo secolo sulla base della millenaria tradizione giudaico-cristiana e che attualmente corre il grande pericolo di essere annientata senza alcuna immaginabile visione alternativa come d’altronde già espresso nel libro
del grande filosofo liberale Roger Scruton “Il suicidio dell’Occidente” ove si rimarca la tendenza dell’uomo occidentale a negare la propria identità storica e culturale e a cercare sempre nuovi riferimenti in un non meglio definito universo dei diritti.

E come osserva acutamente Marcello Veneziani mai come in questa tornata si è agitato lo spettro del conflitto civile fra due opposte fazioni sia nella società che nella vita privata richiamando alla memoria collettiva la spaccatura più drammatica nella storia degli Stati Uniti, quella fra “unionisti” e “confederali”.

Semplificando si ricordano i “nordisti” come i combattenti nel nome del progresso, della modernità, della democrazia e i “sudisti” come i razzisti, reazionari, schiavisti terrieri. In realtà
era evidente l’umanità di quel mondo del Sud, il rispetto delle tradizioni, l’intima consonanza di vita e di destino che accomunava bianchi e neri, padroni e servi, nel profondo Sud confederale con uno schiavismo del tutto anacronistico e inaccettabile.

Il Nord degli “yankee” aveva colpe, chiusure e intolleranze non certo minori del sud, a parte il genocidio dei nativi americani più cruento al Nord. Ma la matrice vera del conflitto non era lo schiavismo bensì la divergenza fra federalismo centralismo e sul fondo la divergenza profonda tra una società fondata sulla terra, famiglia e legami di sangue e una più individualista imperniata su un rampante capitalismo, anche finanziario, in cui le forme arcaiche di schiavitù cedevano il passo a forme di sfruttamento più moderne meno brutali ma più alienanti.

Il generale Lee guidò l’esercito confederale del sud in una serie di epiche battaglie col suo esercito più povero meno equipaggiato in forte inferiorità numerica fino alla capitolazione
finale, con l’onore delle armi da parte del generale Grant ma non espresse rancore verso i vincitori e fu “un esempio di moderazione carità cristiana ed incoraggiò i suoi compatrioti a sopportare virilmente la sorte” come riporta una sua discendente Blanche Lee Childe nel suo libro “Il generale Lee”.

E per ciò che stiamo assistendo sarà molto difficile intravedere un nuovo generale Lee! Due mondi contrapposti: “trumpisti” e “progressisti”.

Perché “trumpisti” e non “conservatori” o “repubblicani”? Perché Trump è “sui generis”.

Il suo comportamento, le sue azioni fanno parte di un fenomeno nuovo che si discosta per ragioni contestualmente storiche del “Reaganismo” e “Thatcherismo”, frutto dei tempi attuali. Marco
Gervasoni lo descrive come “l’inventore di una nuova destra”, di una nuova tradizione.

Trump è uno di quei leader che la scienza politica chiama “trasformativi” perché mutano in profondità la cultura politica della loro parte e al tempo stesso quella delle altre e di tutto il Paese, come trasformativi sono stati Reagan e la Thatcher o De Gaulle o De Gasperi e come osserva lo scrittore ha mutato il conservatorismo in almeno tre punti chiave.

Il primo è quello sociologico. Anche prima di Trump e in particolare con il primo Reagan esisteva un voto operaio e popolare di destra.

Questo conservatorismo si è infranto contro Obama e su un partito repubblicano distrutto e contestato dai “tea party” (movimento politico schierato a difesa del libero mercato e su posizioni conservatrici emerso negli Stati Uniti nel 2009) ma è emerso un leader che ha rivoluzionato la sociologia elettorale. Infatti la destra è soprattutto il partito degli operai, dei lavoratori a basso reddito, del ceto medio impoverito.

Ovviamente i conservatori cercano voti anche nelle classi più abbienti e sono ostili alla lotta di classe ma il “core business” della destra è oggi soprattutto il popolo e questo non cambierà anche con Trump uscito di scena.

Il secondo fattore rivoluzionario e quella della “polarizzazione”. In un’epoca in cui sembrava che destra e sinistra fossero la stessa cosa, che parlavano allo stesso modo, Trump ribalta i canoni del politicamente corretto, dice ciò che pensa l’americano medio il “forgotten man” della crisi economica mai risolta in otto anni da Obama.
E soprattutto recupera l’essenza della politica cioè un modo per restituire dignità e autonomia alla politica contro la tecnocrazia, la burocrazia e oggi una “sanitocrazia” arrembante che vogliono comandare senza essere legittimate. Trump è convinto dell’incarnazione del potere nelle mani del capo, unto dal suffragio dei voti.

L’ultimo punto da sottolineare è quello “ideologico” anche se con l’ideologia Trump ha molto poco a che fare.
Ad una destra globalista, internazionalista, oramai indistinguibile dalla sinistra, Trump tende a sostituire una nuova destra che recupera il valore della nazione della patria e la nazione è veramente tutto ciò che possiede una comunità politica e con lui i conservatori diventano identitari, affermando l’identità americana che è poi quella occidentale in cui la religione cristiana possiede un ruolo fondamentale.

Ma lo fa in un modo “tutto suo” che non piace nemmeno al GOP, grottesco, arrogante, pronto a tutto pur di farsi odiare, con i capelli arancione e senza alcuna vergogna per ripetere tutto quello che non si può dire. L’impronunciabile per lui è come le pozzanghere per i labrador, appena se ne sente l’odore ci si butta dentro.

Trump si nutre di odio per sopravvivere ha un disperato bisogno di nemici.
Li ricerca, li individua, li battezza ed in questo modo genera consenso dando così voce a chi si sente spaesato, perduto, disprezzato.

Anche i nemici di Trump hanno però bisogno di lui e della sua gente, per sentirsi migliori, per maledire la grettezza umana o per salvare il mondo, per darsi una missione ed ingabbiare la vita in una ragnatela di regole minuziose. Si vive di rancore e nella paura e la scelta non appartiene a questi tempi dove ogni cosa anche la più cretina è binaria “like o dislike” e non c’è spazio per le altre parole!

Comunque finisca per la democrazia americana non è andata bene ed è evidente che il virus cinese non si propaga solo con una pestilenza in tutto il mondo distruggendo l’economia e limitando la libertà personale di ognuno di noi ma è riuscito a mettere in crisi il sistema di voto della superpotenza col risultato di gettare ombra e sospetto sul vincitore.

In questo ha contribuito con qualsiasi mezzo lecito e illecito il partito democratico che mai ha ritenuto legittimo il presidente Trump, con una lunga schiera di sodali fra media e sondaggisti, dipingendo Trump come un “imbecille” già dopo la sua vittoria su Hillary Clinton. La massa di centinaia di migliaia di voti per posta annunciati e comparse nella notte senza il minimo controllo sulla legalità sulla identità degli elettori è figlia non solo del virus cinese ma anche di una campagna denigratoria durata mesi, praticata dai giornali delle tv e alimentata dai sondaggi. Quella campagna ha raccontato la balla di un Biden trionfante e di un Trump respinto e ripudiato dalla nazione che si è rivelata completamente fasulla ma nessuna tivù americana, nessuna stampa democratica ha sentito il bisogno di rilevare queste osservazioni.

In pratica media e sondaggi pilotati hanno avvelenato i pozzi elettorali! Un voto precoce e massiccio per posta non tutela la libertà e la segretezza, non certifica chi abbia realmente compilato e imbucato la scheda; favorisce il voto di scambio, si presta all’imbroglio, alla sostituzione, al voto multiplo, al voto di persone morte da tempo. Pratica che Trump temeva fortemente ma che comunque ha dato i risultati sperati alla compagine cosiddetta “progressista”. Tutti i media occidentali ed orientali a partire dalla Cina e dall’Iran sono estremamente felici della vittoria di Joe Biden e tutti pronti ad esecrare l’untore, questo strano ed arrogante miliardario (i suoi miliardi puzzano quelli di George Soros no) che ha sconvolto gli equilibri mondiali di una sinistra arroccata negli attici dei palazzi come descriveva Tom Wolff e molto attenta ad evitare il contatto con una plebe infetta dalla povertà, dalla paura e dall’insicurezza del futuro, e perfino la morte di un cittadino afroamericano per mano della polizia è diventato motivo per attaccare Trump anche se la polizia in America dipende dai sindaci e il sindaco di Minneapolis è democratico. A nulla sono valse le conquiste e i progressi geopolitici che questi quattro anni di presidenza Trumpiana hanno prodotto per l’America e per tutto l’Occidente. In questi anni Trump ha dato lavoro e dignità molte categorie, sulle quali si facevano solo chiacchiere all’epoca di Obama, come gli ispanici e i neri; durante la supposta gestione disastrosa del virus ha dato soldi a fondo perduto tanto che non sono disperati come gli italiani; le riforme fatte in precedenza favoriscono una rapida ripresa del Pil e occupazione mentre noi qui in Europa marciamo spediti verso il baratro economico; non ha ingaggiato una sola guerra m’abbia sparato un solo missile freddando Soleimani, il capo dei servizi segreti iraniani, senza colpo ferire; ha iniziato una nuova politica estera ben diversa da quella disastrosa di Obama e delle primavere arabe, ma anzi in Medioriente ha fatto accordi di pace tra paesi arabi e Israele; ha intrapreso finalmente una battaglia contro la Cina (tutti gli altri hanno svenduto il loro know how facendo affari propri e non quelli della nazione di appartenenza) per evitare che una dittatura si appropri dei dati delle comunicazioni di mezzo mondo; in quattro anni ha rifatto la Corte suprema e questo è un fatto che nessun giornalista riuscirà a cambiare. No non basta! Ernesto Galli della Loggia definisce “anarcoide e amante delle armi chi sta con Trump” e Saviano afferma “negli USA vi è un’immensa ignoranza” o Gianni Riotta “Lusso e machismo. Il marchio di Trump che affascina i neri”. Ma non vi è nessuna “marea Dem” nell’America profonda nonostante i sondaggi del “deep State”: Biden vincerà ma come dice qualcuno è un’ “anatra zoppa” con raggio d’azione limitato perché il Senato è in mano ai repubblicani e perché ha perso tutto l’establishment che va dal “New York Times” al “Washington Post” alla “Silicon Valley”. Federico Rampini uno dei pochi giornalisti della sinistra illuminata che da vent’anni vive in America osserva che questa tornata elettorale ha smentito una rappresentazione dell’America che da quattro anni prevale sui media progressisti raccontando una reazione di rigetto verso Trump che non c’è stata.

E grosso modo la geografia elettorale è invece stabile con i rapporti di forze dei due schieramenti rimasti al 2016 con la maggioranza degli operai che ha continuato a votare Trump. E sottolinea che “la maggior parte degli intellettuali progressisti e dei giornalisti di sinistra non prova neppure a capire l’America profonda. Preferisce giudicarla, usando categorie morali: razzisti, ignora, fascista, bigotta. Ma Trump è andato un po’ meglio del previsto anche tra gli afro- americani a dispetto di tutta la retorica sulla rivoluzione antirazzista di “Black Lives Matter. Certi afro-americani considerano positivo il bilancio economico dei primi tre anni di Trump e non gli addebitano il disastro della recessione post pandemia anzi pensano che le sue ricette siano più adatta a tirare fuori l’economia da questa crisi e le proteste antirazzismo in certe zone hanno danneggiato la sinistra perché se sei afroamericano e commerciante o piccolo imprenditore o proprietario di ristorante e hai visto gli spacciatori capi gang del tuo quartiere mettersi le magliette di BLM, impugnare le mazza da baseball, spaccare le vetrine per svuotare i negozi, giustamente voti per chi sta dalla parte della polizia”. E ricorda inoltre che Trump ha avuto successo tra gli ispanici in Florida perché l’idea che gli ex immigrati siano naturalmente di sinistra è un’illusione del partito democratico. Gli ex immigrati venuti da Cuba ma anche dal Messico o da Portorico, se hanno avuto qualche successo economico diffidano di una sinistra che istintivamente cura ogni problema a colpi di tasse e spesa pubblica. Se hanno ottenuto la cittadinanza americana nel rispetto delle leggi, diffidano di una sinistra radicale che vuole aprire le frontiere anche a chi entra violando le leggi. Svelata inoltre la menzogna di Twitter e Facebook ovvero che l’opinione dell’ultimo cittadino vale quanto quella di un capo di Stato. Infatti si sono rivelati i nuovi padroni del pensiero ed è successo quando Twitter ha cercato di frenare la libertà d’espressione del presidente Trump avendo dichiarato di temere le mosse di chi vuole rubargli la vittoria. Ma la colpa del presidente non è cinguettare dubbie verità ma di non piegarsi al politicamente corretto. Zelantissimi nel censurare le idee di Trump e di altri detrattori del pensiero unico in altri casi si guardano bene dal cancellare dalle proprie bacheche i proclami dei terroristi dell’Isis, gli annunci dei signori della droga o i messaggi di trafficanti di uomini ricattatori sessuali e quando si tratta di trasformare in proventi pubblicitari quei click infami non esistono remore politiche sociali o morali. Accodate anche le tv americane, “Abc” e “Cbs” che hanno interrotto il discorso del presidente ancora in carica e con la CNN che ha trasmesso l’intervento con la scritta “sena prove”. A pensarci bene bisognerebbe interrompere il discorso qui da noi spegnendo il microfono quando Domenico Arcuri dice di aver fatto un lavoro straordinario, quando il presidente dell’Inps Tridico dice che le casse integrazioni sono state pagate, quando Nicola Zingaretti dice che nel governo regna armonia, quando Matteo Renzi dice che a lui le poltrone non interessano. Questo il grande business dell’etica social e mediatica pronta a trasformarsi nella nuova invisibile “dittatura globale”. Ecco allora l’America divisa in due sia socialmente sia culturalmente: le città sono di Biden, le zone rurali industriali aperte sono di Trump. Il mondo suburbano più povero è attaccato ai valori tradizionali, vuole prospettive concrete, ama l’immagine dell’America che dirige e salva il mondo ma nello stesso tempo che si fa paladina del bene universale. Praticata o sottintesa, la fede in Dio né è una caratteristica di questo mondo che non è razzista né fascista ma è lontano dalla cultura dominante nelle elite della sinistra urbana, contro tutte le oppressioni, con al centro la religione della natura del clima e per morale la cultura della colpa che, estremizzata, porta ad abbattere i monumenti a deplorare la nostra civilizzazione come colpevole della schiavitù, dell’oppressione femminile, degli indiani, dei gay ed è interessante notare che nella foga movimentistica gli ebrei, identificati con Israele sono stati messi nella lista dei “cattivi” specialmente da un gruppo di parlamentari democratici il cui capo, futuro presidente, deve ora decidere se pacificare un Paese diviso o fare solo da apripista alla vicepresidente Kamala Harris. Problema di non facile soluzione perché se le divisioni sono nel GOP, nemmeno i “liberal” godono grande armonia fra catto-progressisti e ultra-radicali. Comunque ne vedremo delle
“belle” che in realtà sono “brutte” per il destino molto incerto dell’umanità!

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