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AUTORITA’ E AUTOREVOLEZZA

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La vera autorità è sempre pacifica” (Alexandre Kojève). Esistono molte teorie dello Stato e della forma migliore di governo che questo dovrebbe avere ma c’è un concetto che precede lo Stato stesso ed è quello di “Autorità”. Spesso distinguiamo l’autorità dall’autorevolezza attribuendo alla prima un potere coercitivo mentre alla seconda un potere pacifico. Il filosofo francese di origini russe Alexandre Kojève scrisse nel 1942 la “Nozione di autorità” chiarendo e sfatando molti luoghi comuni ancora oggi presenti. “L’Autorità è la possibilità che un agente ha di agire sugli altri senza che questi altri reagiscano nei suoi confronti pur essendo in grado i farlo”. Tale assunto fa cadere la distinzione fra autorità e autorevolezza. L’autorità esclude la forza poiché la forza occorre se vi è una reazione all’autorità ma in tal caso essa non esisterebbe. Infatti il riconoscimento dell’autorità implica una rinuncia cosciente e volontaria a reagirle. Ed individua quattro tipologie di autorità connesse ad altrettante teorie: quella del padre sul figlio (teoria della scolastica); quella del signore sul servo (Hegel); quello del capo sulla banda (Aristotele) e quella del giudice (Platone). La prima implica un trasferimento ereditario di autorità dal padre al figlio; la seconda nasce da una lotta dopo la quale il vinto riconosce il vincitore; la terza vede nel capo riconosciuto quello che sa progettare il futuro migliore; la quarta si fonda sulla giustizia. La durata dell’autorità dello Stato è illimitata ma quella del supporto umano attraverso cui opera è necessariamente limitata nel tempo. Abbiamo oggi uno Stato che ha completamente dimenticato il suo ruolo e soprattutto il corretto utilizzo della sfera politica che agisce in suo nome. Abbiamo coì professori che vengono pestati dagli alunni o dai suoi genitori; i capotreni pestati dai viaggiatori senza biglietto e non sono solo extracomunitari, carabinieri e poliziotti pestati dai dimostranti facinorosi o da veri propri branchi criminali, arbitri malmenati dai tifosi; padri e madri sviliti nel ruolo dalla precarietà psicologica dei propri pargoli consci del preponderante uso sociale del “vietato vietare” di sessantottina memoria. Il vero dramma è che se una volta gli oppositori ribelli avevano davanti un regime e un tiranno, oggi si oppongono, si ribellano per sovvertire una democrazia definita tale con qualche dubbio. Ora delle due l’una: o questa che stiamo vivendo non è una democrazia o, peggio ancora, chi vi si oppone vuole solo sovvertire tutti i criteri della umana civile convivenza, soprattutto demolendo quell’autorità che mette l’individuo al servizio della comunità. Siamo passati da un Autorità che era semi divina come il Re Sole al controllo di una giungla di bulli, miserabili perseguenti solo bisogni individualistici al solo scopo di giustificare la propria esistenza. Non c’è da stare allegri perché stiamo assistendo ad un tracollo post ideologico e post razionale che non identifica le falle (corruzione, soprusi, scandali) per poi sanarle ma gettano nel calderone fumante tutti i simboli di qualsivoglia autorità. Così gli arbitri sono tutti cornuti; gli imprenditori tutti evasori; i sacerdoti tutti pedofili, arrapati o africani morti di fame; i politici tutti ladri; tutti i poliziotti sono bastardi al servizio del regime; tutti gli scienziati sono al soldo dell’industria o delle case farmaceutiche. L’azzeramento di tutti i sistemi di controllo dovrebbe partorire una nuova entità per poter vivere civilmente e consapevolmente: l’”Autocontrollo”. Questa è una proprietà fra le più alte e sublimi virtù del genere umano che si contrappone all’”Homo homini lupus” di hobbesiana memoria. Sono ben altri i sistemi che nel corso dei secoli hanno tenuto ferma la vita civile e contribuito al progresso e forse il più importante è quello del credo spirituale che in mancanza di una oggettiva evidenza ha saputo annientare il “buon selvaggio” che ognuno ha dentro di sé come l’agricoltura ha permesso l’allungamento della vita sostituendosi pian piano alla caccia. Già, la “Fede”, entità metafisica eterna per definizione ma dequalificata, oggettivata, vilipesa, usata per fini sciocchi se non pericolosi. La Fede verso un credo che puzza di superlativo come il “credulone” che ingoia qualsiasi cibo anche quello velenoso nonostante la natura ci ha fornito mezzi gustativi per tutelarci. Allora compaiono pseudoscienziati “allitterati” alla bisogna che si inventano cure alternative alla medicina ufficiale, scie chimiche evocanti quali disastri ambientali, internet che ci fa medici in un attimo o linguisti provetti u n un paio di settimane. Stiamo assistendo all’annullamento della competenza in nome di un rovinoso egualitarismo come il passeggero che si convince di una rotta sbagliata e fa fuori il pilota e finendo per schiantare l’aereo e lui stesso. E come riporta il giornalista Marco Zucchetti in un suo articolo questo è un terreno molto fertile per questo disastroso mutamento “..Ed è responsabile una intera società sempre meno disponibile alla gerarchia e al senso del dovere; di una certa accondiscendenza ribellista verso chi si oppone a qualsiasi comando. A forza di considerare l’autorità un rudere antidemocratico e la disobbedienza un valore a prescindere, ci stiamo accorgendo di quanto questo assiduo lavorìo di demolizione delle fondamenta stia facendo vacillare l’intero consesso civile. Si è passati da “né Dio, né Stato” a “Né arbitro, né insegnante, né poliziotto”. E dovremo fare ancora appelli per recuperare il senso civico e di conseguenza il rispetto dell’Autorità? Appelli per chi e a chi? A quei rivoluzionari che invece di rappresentare il terzo Stato della famigerata rivoluzione francese rappresentano solo un’armata Brancaleone di incivili, maleducati, ignoranti che vogliono viaggiare senza biglietto, non vogliono essere bocciati a scuola e pestare insegnati e carabinieri? Neppure gli anarchici erano arrivati a tanto! Ma credo sia oramai troppo tardi. Ai posteri l’ardua sentenza!

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