Italia complice: il caso Anan Yaeesh e la criminalizzazione della resistenza palestinese

Il Caso Anan Yaeesh Italia rivela le contraddizioni di un Paese che nega giustizia e diritti a chi resiste per la libertà.

Caso Anan Yaeesh Italia: diritti negati e silenzi politici

Dal carcere di Melfi, la storia di Anan Yaeesh rivela l’ipocrisia di un Paese che processa la resistenza palestinese in nome delle sue alleanze.

“Non si può vivere felicemente senza vivere saggiamente, onestamente e giustamente.”
— Epicuro

Da sabato 4 ottobre, in una cella del carcere di Melfi, Anan Yaeesh, cittadino palestinese, è in sciopero della fame. Il suo corpo, martoriato da undici proiettili e quaranta schegge, è oggi l’ennesimo campo di battaglia di una giustizia che ha smarrito il senso della parola umana. Ma il suo caso non riguarda solo un uomo: riguarda l’Italia, la sua dignità, la sua coscienza giuridica e politica.

Anan non è un terrorista. È un uomo che ha combattuto per la libertà del proprio popolo. E oggi, paradossalmente, rischia di morire in un Paese che si proclama democratico, ma che sembra pronto a processare la resistenza palestinese per compiacere un alleato militare e commerciale: Israele.

Il Caso Anan Yaeesh Italia: un processo politico travestito da giustizia

La vicenda di Yaeesh è tanto chiara quanto scandalosa. Dopo anni di persecuzioni, torture e tentativi di assassinio in Palestina, nel 2013 trovò rifugio in Europa, aprendo un piccolo ristorante a Mestre. Israele ne chiese l’estradizione: la Corte d’Appello italiana la respinse, riconoscendo il rischio di tortura e trattamenti disumani.

Ma invece di tutelarlo, la Procura dell’Aquila avviò un nuovo procedimento, accusandolo di terrorismo internazionale ai sensi dell’articolo 270 bis del Codice penale, per presunta appartenenza alle Rapid Response Brigades of Tulkarem, gruppo di resistenza in Cisgiordania.

Si tratta di una manovra giuridica e politica, costruita per allineare l’Italia alla narrativa israeliana, che da decenni confonde deliberatamente resistenza e terrorismo, autodifesa e odio, diritto internazionale e ragion di Stato.

L’avvocato Giuseppe Romano, dei Giuristi Democratici, parla di “processo alla resistenza palestinese”. Ed è esattamente questo: un tentativo di riscrivere la storia della lotta di un popolo occupato, trasformando i suoi combattenti in criminali.

Il doppio standard dell’Occidente

Il punto centrale lo ha espresso lo stesso Yaeesh in aula:

“Se in ballo vi fosse stato un altro paese occupante, la Russia ad esempio, avreste riconosciuto la legittimità della resistenza. Non mi state processando in base al diritto internazionale, ma ai vostri rapporti diplomatici.”

Una frase che pesa come una sentenza morale. Perché è vero: in Occidente il diritto internazionale vale solo per gli amici.

Se un ucraino imbraccia un fucile contro l’invasore russo, diventa un eroe. Se un palestinese resiste all’occupazione israeliana, diventa un terrorista. La legge, piegata agli interessi geopolitici, ha smesso di essere universale.

Le Convenzioni di Ginevra riconoscono chiaramente il diritto di un popolo occupato a difendersi, anche con le armi, dall’occupante militare. La Carta delle Nazioni Unite tutela l’autodeterminazione. Ma evidentemente, per l’Italia e per l’Unione Europea, questi principi valgono solo quando non disturbano Tel Aviv o Washington.

Israele e Italia: un’alleanza di ipocrisie

L’Italia si vanta di essere “amica di Israele”. Lo è negli affari, nelle forniture militari, nelle dichiarazioni di sostegno “incondizionato” anche di fronte a crimini evidenti. Ma un Paese amico della giustizia non può essere complice di una potenza occupante che bombarda ospedali, affama civili e imprigiona bambini.

Nel caso Yaeesh, lo Stato italiano non solo si è piegato alla pressione diplomatica israeliana, ma ha scelto di sostituirsi a Israele nella repressione.

La Corte ha escluso quarantasette testimoni della difesa, tra cui la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, affidandosi unicamente ai rapporti della Digos dell’Aquila. Come può un processo fondato sul silenzio delle voci palestinesi definirsi equo?

La verità è che questo non è un processo per accertare dei fatti, ma per costruire un messaggio politico: chiunque osi difendere la Palestina, anche da lontano, può finire incriminato.

Il linguaggio come arma

“Terrorismo internazionale”: due parole che bastano a cancellare il contesto, la storia, la realtà.
Nelle mani del potere, il linguaggio è un’arma più potente di qualunque fucile. Serve a confondere chi resiste con chi opprime, chi è vittima con chi è carnefice.

Yaeesh non è mai stato accusato di attacchi contro civili. La sua militanza, come quella di molti palestinesi, è sempre stata inserita in un quadro di resistenza armata contro un esercito occupante.

Eppure, per i tribunali italiani, la sola appartenenza a un gruppo che combatte Israele basta per diventare “terrorista”.

Criminalizzare la lotta di liberazione significa negare la legittimità stessa della libertà.
È come se durante la Seconda guerra mondiale qualcuno avesse definito “terroristi” i partigiani italiani perché sabotavano i treni tedeschi.

L’erosione del diritto e della coscienza

Il caso Yaeesh è il simbolo del degrado morale e giuridico del nostro tempo.
In nome della sicurezza e delle alleanze strategiche, l’Europa sta smantellando il diritto internazionale umanitario che essa stessa aveva costruito dopo la barbarie del Novecento.

Quando un giudice italiano processa un palestinese per terrorismo, ignorando il contesto dell’occupazione e delle torture documentate da ONG come Addameer, non sta applicando la legge: sta recitando una parte in un dramma politico scritto altrove.

E quando i media tacciono, partecipano alla stessa ipocrisia. Ogni silenzio è una forma di complicità.

Mi vergogno di ciò che è divenuta L’Aquila, mia città di scelta e di adozione, che ha avuto nella sua storia Buccio da Ranallo, Jacopo di Notar Nanni, Scotello, Tommasi, Attilio Cicchetti, Arturo Conte, solo per fare alcuni nomi.
Una città che ha conosciuto la forza del pensiero libero, dell’indipendenza e del coraggio civile, e che oggi rischia di piegarsi alla logica del potere e della paura.

Il Caso Anan Yaeesh Italia: La fame come ultima voce

Oggi Anan Yaeesh non parla più con le parole, ma con il suo corpo.
Lo consuma giorno dopo giorno in uno sciopero della fame che è insieme protesta e preghiera.

Non chiede pietà: chiede giustizia.
La sua cella a Melfi è un microcosmo della Palestina — un luogo chiuso, sorvegliato, soffocato, in cui l’unica libertà possibile è quella del rifiuto.

In un Paese con una memoria più viva, il suo gesto scuoterebbe coscienze.
Invece, l’Italia ufficiale tace. Si compiace dei propri “successi diplomatici”, mentre un uomo che ha già conosciuto la tortura si lascia morire in silenzio.

Non si può essere neutrali

Non c’è neutralità possibile davanti all’ingiustizia.
L’Italia deve decidere se stare dalla parte del diritto o della forza.
Se essere il Paese che diede rifugio a Abdullah Öcalan, riconoscendo il rischio di tortura, o quello che chiude gli occhi davanti alla sofferenza di un palestinese perché Israele è un “alleato”.

La storia giudicherà. Come sempre accade, non perdonerà il silenzio.

Un nome da ricordare

Anan Yaeesh non è solo un imputato.
È un simbolo. È la prova vivente che la parola giustizia non coincide più con la verità.
Che la libertà non si misura nei proclami politici, ma nella capacità di riconoscere il dolore dell’altro.

Quando uno Stato democratico processa un resistente come terrorista, muore un pezzo della sua democrazia.
E quando i cittadini accettano in silenzio questa menzogna, muore un pezzo della loro umanità.

L’Italia, oggi, non sta giudicando un palestinese. Sta giudicando sé stessa.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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