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“Come gigli di mare tra la sabbia“


 Il nuovo libro della scrittrice Lucia Guida descrive le vicende umane all’interno di un condominio tra fiori dai significati simbolici

I condomini sono, in fondo, dei micro universi, isole abitate spesso da persone che hanno percezioni della vita, almeno quella trascorsa fra le sue mura, essenzialmente problematiche. La scrittrice pugliese Lucia Guida, pescarese d’adozione, con il suo ultimo romanzo, dal titolo “Come gigli di mare tra la sabbia”, di recente pubblicazione, conduce  i lettori proprio all’interno di uno di questi palazzi, mostrando loro, con schiettezza e al contempo altrettanta discrezione, le vicende umane che vi s’intrecciano, concentrandosi sugli essenziali punti di vista di quattro donne che lo abitano o ci lavorano.

Elvira, Elena, Serena e Lina, questi i nomi delle protagoniste, sono, nell’iconica immagine della scrittrice, i gigli di mare che danno il titolo al libro. Approfondiamo con lei alcuni temi riprese dalla sua opera, in esclusiva per le amiche e gli amici de La Dolce Vita, cui consigliamosenz’altro questa splendido libro da leggere e con il quale riflettere.

Lei  non ha certamente scelto per caso questi fiori, le cui piante nascono e crescono spontaneamente, in ambienti tanto affascinanti, quanto spesso ostili e il cui profumo, durante le caldi notti estive, pervade l’aria circostante con persistente intensità?

Gli esemplari di Pancratium Maritimum, i gigli di mare del titolo, erano assai diffusi in varie zone costiere italiane prima che si provvedesse, con sempre maggior frequenza e in maniera maggiormente ampia a ‘irreggimentarle’ per trasformarle in stabilimenti balneari. Per me hanno una simbologia molto forte: sono tenaci perché sfidano gli elementi per fiorire in tutta la loro scarna bellezza. Lo fanno a dispetto delle consuetudini, dell’ordine prestabilito, delle modalità ‘standard’ proprie di altre coltivazioni. Se ci pensi, sono una metafora potente della condizione umana: la Vera Bellezza continua a esserci pur apparendo con minore sfacciataggine, chiamiamola così, che in passato. Sta a noi scovarla per goderne appieno con occhi trasparenti, capaci di andare oltre.

 Lei e ‘ riuscita ad esprimere, con efficacia, alcuni degli aspetti predominanti legati alla femminilità, quali il senso del sacrificio e l’amore troppo spesso rivolto al prossimo più chese stesse. A ciò fa però seguìto la  rivelazione delle proprie potenzialità, che evoca una forte determinazione nelle scelte fondamentali, comportamento esclusivo e tipico dell’universo femminile. È così?

Descrivere le tante sfaccettature della personalità femminile è, a mio avviso, una specie di mission impossible: per quanto ci si sforzi, e per quanta buona volontà s’impieghi, ci sarà sempre un aspetto particolare che ci sfuggirà. Io ci sto provando da qualche anno perché credo fortemente nel potenziale femminile, che è, poi, potenziale umano tout court. Ciascuno di noi, e qui l’appartenenza di genere credo conti fino a un certo punto rispetto a criteri come, ad esempio la sensibilità che possediamo (in maniera più o meno accentuata) in situazioni di grande stress emotivo è capace di attingere da se stesso forza sufficiente per tornare a galla. Paradossalmente, talvolta è proprio la grandezza della prova da superare a stimolarci a farlo nel modo migliore possibile in quel preciso frangente. Qualcuno lo chiama istinto di sopravvivenza, qualcun altro resilienza… certo bisogna mantenersi un tantino allenati: se noi stessi non ci concediamo fiducia come possono farlo gli altri?Un’ultima cosa: noi donne abbiamo questa ‘vocazione al sacrificio’ che ci viene da retaggi culturali perpetuati generazione dopo generazione nel corso dei secoli. Ma sappiamo anche dire ‘basta’ quando l’oggetto del nostro desiderio e/o amore non è più meritevole delle nostre attenzioni. Io questa la chiamo ‘consapevolezza acquisita’: un gran bel traguardo cui puntare sempre.

Ho idealmente paragonato il suo  romanzo alla Festa della Donna. Come l’8 Marzo, è sì dedicato a voi, ma dovrebbe servire a far riflettere noi uomini, non crede?

“La Giornata Internazionale dei Diritti della Donna”, che ricorre l’8 marzo, è una celebrazione che sta a noi connotare positivamente. C’è poco da festeggiare se pensiamo che solo in Italia dall’inizio del 2021 a tutto agosto siamo arrivati a quasi settanta femminicidi, la maggior parte dei quali perpetrati in ambito familiare, il luogo in cui una donna dovrebbe sentirsi protetta e accolta appieno forse più che altrove.  L’idea di dover puntare moltissimo su forme preventive di educazione familiare all’affettività e alla sessualità dovrebbe essere propria di tutti, senza nessuna esclusione. Una Donna è, lo dicevo poc’anzi, in primis una Persona, soggetto di diritti e doveri. Più che essere nominati in maniera astratta concetti come il rispetto, la tolleranza, la solidarietà hanno necessità di essere proposti e supportati da buone pratiche concrete partendo dalla quotidianità spicciola e da un’attenzione rafforzata all’aspetto emotivo-relazionale del bambino. I nostri figli hanno tantissimo, forse troppo. Ora che un genitore avrebbe, almeno in teoria, tutti gli strumenti per agire di conseguenza (dati da un’alfabetizzazione di base diffusa, da strumenti operativi tecnologici maggiori, da un benessere materiale impensabile fino al secolo scorso e molto altro ancora) assistiamo a un impoverimento dei sentimenti. La capacità di ascolto, ad esempio, è fondamentale, ma quanti padri e madri la esercitano in maniera accettabile? Nei ricordi di un bambino del terzo millennio quanta importanza rivestirà in futuro l’essere stato circondato precocemente da dotazioni hi-tech ricchissime rispetto al fatto di non aver potuto parlare o giocare anche per pochi minuti al giorno con un adulto di famiglia di riferimento?
Ci sono presenze che a ben vedere sono assenze a tutti gli effetti. Forse è su questi concetti che dovremmo tutti riflettere con cura.

di Fabio Rosica