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…CONTRADDIZIONI

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Ci sono tante occasioni in cui verrebbe spontaneo pensare “Perché da un verso sì e dall’altro no?” nella marea di una superficialità e di omissioni sorprendente che non fanno merito e orgoglio alla mente umana che mai ha vissuto una tale disarticolazione di pensiero. Prendiamo il caso delle nostre 124 grandi attrici firmatarie dell’appello “Noi donne senza paura”, sedicente documento di queste donne che denunciano in maniera grossolana e amorfa le regole vigenti nel loro mondo pieno di passerelle anche divanistiche oltre che in tutti quegli ambienti ove si presume un potere maschile altamente infoiato dal potere. Queste Erinni molto belle e di successo si sono sentite il dovere di scendere nell’agone mediatico a difesa di quelle donne altrettanto belle e desiderabili dall’altro sesso come se ci trovassimo di fronte agli orchi che si nutrono di carne umana ma di prima scelta perché per le seconde scelte manco a parlarne. Ma se l’occasione fa l’uomo ladro vuol dire che c’è una proprietà da svaligiare e queste accuse verso questo mondo fanno acqua perché a meno di qualche nome fatto per il resto si guardano bene dal “dagli all’untore” specie se questi è stato all’origine del loro successo. La dignità è una prerogativa e un valore umano senza distinzione di sesso. E per non trascendere nel musulmanesimo il fatto che ti trucchi, accorci la gonna, tacco a spillo 12, vestiario negligè parrebbero forti stimoli agli ammiccamenti e alle cadute di stile e come in una reazione chimica certi componenti vengono tenuti lontani fino alla voluta reazione. Vorremmo tutti che si eliminassero l’estetica del segno e della forma a conformare quell’erotismo che ha tanto prodotto nel progresso della civiltà umana? Non credo, ma ritengo che l’utilizzo corretto dell’opera, anche divina nell’ipotesi creazionista, sia alla base di ogni discernimento umano più o meno finalisticamente accettabile. Ma queste “icone del desiderio collettivo” perché non difendono la donna “tout court” ma solo quelle della ribalta mediatica? Se difendono i diritti delle donne a non essere molestate sui tappeti rossi perché non difendono anche il diritto delle donne che qui da noi immigrate da paesi ove la civiltà è ancora tribale vengono sottoposte a torture indicibili come l’infibulazione? Come, fa scandalo “Ila e le ninfe”, il meraviglioso dipinto di William Waterhouse del 1896, deposto dall’Art Gallery di Manchester in quanto troppo “osé” con ovvi ridicoli commenti di chi apprezza l’arte e non fa scandalo la mafia nigeriana che gestisce il traffico di essere umani affidandosi a riti “juju” per tenere soggiogate le ragazze disperate che lasciano l’Africa per raggiungere la gloriosa via della prostituzione in Europa? Il rito juju contempla lo spogliarsi delle ragazze davanti allo stregone o sciamano, tagliuzzare loro le braccia cospargendo le ferite di cenere nella quale hanno trovato rifugio gli spiriti che così amalgamati nel loro sangue renderà loro impossibile non tenere fede agli impegni assunti diventando schiave del loro protettore. Che meravigliosa condizione femminile degna di non essere combattuta! Il 6 febbraio è la giornata mondiale contro la mutilazione dei genitali femminili in nome della pratica islamica della infibulazione e clitoridectomia che secondo l’OMS conta in Italia 80.000 casi l’anno ma che rappresenta solo un retaggio misogino scambiato per tradizione poiché nel Corano l’infibulazione non è neanche menzionata. Sono solo dati statistici che non meritano neanche denuncia per paura di ricevere altre torture e pestaggi e neanche considerazione dalle accolite di “Metoo” perché anche loro potrebbero incorrere in spiacevoli stalkeraggi di integralisti islamici oramai padroni assoluti del terreno che calpestano. Alla faccia! Certo una solidarietà di genere da parte del mondo della cultura e dello spettacolo potrebbe essere decisiva per queste povere donne sfortunate per topos ed etnia. Ma di quale cultura stiamo parlando di quella “corretta” o di quella “universale” perché la seconda si è estinta nel primo novecento, non avendo visione di giganti e titani nei talk-show o negli elzeviri giornalistici da un bel pezzo.

Ridicola quanto anacronistica la levata di scudi contro il bracciale elettronico che Amazon vorrebbe mettere al polso dei suoi impiegati per meglio controllarne l’attività, gli spostamenti come eccessivo dominio sul prestatore d’opera a configurare quella forma di schiavitù digitale tanto temuta ma poco considerata. Si è svegliato il nostro premier Gentiloni con la sua sortita “la sfida è il lavoro di qualità e non il lavoro col braccialetto”; il nostro ministro del lavoro Giuliano Poletti si è precipitato ad incontrare i vertici di Amazon che hanno risposto con la loro disponibilità a riprendere il confronto con le organizzazioni sindacali a livello territoriale, figurati; chiosa splendidamente il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda che ha spiegato ai vertici dell’azienda che “una cosa come quella in Italia non ci sarà mai!”. Che uomo! Smargiassi sul nulla! Innanzitutto è stato proprio il nostro governo ad accordarsi sulla “mancia” da pagare per evasione fiscale più massiccia di questi giganti Hi-Tech per non parlare delle mirabolanti proposte del nostro ex premier, veramente bullo, Matteo Renzi che si faceva fotografare a Napoli con Tim Cook promettendo la creazione di nuovi impieghi che nessuno aveva mai visto o quando prima di andare in pellegrinaggio alla Silicon Valley spiegò agli italiani “..Vado negli USA per imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo digitale, nel mondo dell’innovazione..”. ma la stessa Silicon Valley pullula di pentiti che dopo aver fatto i soldi ci mettono in guardia contro i pericoli dei social network. Ma tutto è riducibile ad una sterile polemica da campagna elettorale perché questo è solo un brevetto depositato da Amazon relativo ad un apparato ad ultrasuoni che dialoga con i sensori delle scaffalature e i server logistici al fine di rendere più celere e meno soggetto agli errori il procedimento dei colli per il loro istradamento alle fasi successive di inoltro. Ma in Italia la materia è già disciplinata per legge in quanto se tali dispositivi sono introdotti unicamente per il controllo della produttività e per il rispetto contrattuale dei lavoratori necessita la concertazione sindacale ma se l’apparato introdotto è finalizzato per l’ottimizzazione della produzione e dei suoi processi e solo accidentalmente anche al controllo del lavoratore, allora va data solo comunicazione al lavoratore stesso, sempre nel rispetto della sua privacy, come d’altronde succede col badge elettronico negli uffici per le entrate e le uscite e in Svezia alcuni impiegati di un’azienda addirittura si sono fatti anche mettere un chip sotto pelle fra pollice e indice per non avere più la scocciatura del badge che a volte risulta perso o irreperibile. Anche perché chi ha una vaga idea delle logistica di massa, dovrebbe sapere che dalla grande industria fino al più piccolo supermercato ove circolano prodotti commerciali, gli addetti alla movimentazione delle merci usano palmari elettronici per interrogare i componenti in giacenza nei magazzini. E per finire come ci si può sentire schiavizzati se siamo continuamente geolocalizzati col nostro smartphone in tasca o se siamo diventati file nei “Big Data” ogni volta che usiamo un pc in rete per ricerche su Google o altri browser?

E vogliamo considerare la polemica magistrale dei direttori museali stranieri messi in discussione dal Consiglio di Stato col ministro dei beni culturali Franceschini che chiosa “E’ davvero difficile fare riforme in Italia”? Ma come siamo in Europa dove non ci sono più barriere ove la qualità dovrebbe prevalere sul clientelismo e ci ritroviamo di nuovo a cavillare giuridicamente se un esperto straniero non possa dirigere un museo italiano? Che peraltro i migliori successi sono stati ottenuti in termini di visitatori (Capodimonte e Paestum) proprio da direttori stranieri? Vicenda questa puramente kafkiana. Un protezionismo culturale che vale solo perché sono enti dotati di autonomia amministrativa e gestionale, alias clientele, non certo per patriottismo se vediamo che fine ha fatto la nostra lingua italiana e che diranno di noi nel mondo specie in quelle città straniere che hanno nominato direttori italiani per i loro musei? Parole, parole, parole soltanto parole…come nella bella canzone di Mina ma questa un artista, gli altri solo saltimbanchi. Come siamo ridotti!

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