CRISI INDUSTRIALE

Perché l’economia italiana non riesce a ripartire? Secondo Carlo Cottarelli la precarietà che ostacola la nostra ripresa economica non è legata ad un destino ineludibile che siamo costretti a subire. Deriva soprattutto da sette gravissimi errori che il sistema economico italiano continua a commettere. E sono 7 i peccati capitali della nostra economia come li elenca nel suo brillante pamphlet “I sette peccati capitali dell’economia italiana”: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, l’incapacità di stare nell’euro, il divario fra Nord e Sud. E come dargli torto? Ma a questi sette l’ex magistrato Carlo Nordio ne aggiunge l’ottavo che non è meno importante se non il più importante che va sotto il nome di “potere di interdizione”. E’ questo il più mefistofelico, il più sottile ed anche il più dannoso. Si vuole fare un progetto di rivalutazione di un’area geografica che necessita di riconversione in quanto disastrata dall’uomo o da eventi naturali? Non si può! Perché interviene l’ “interdizione” dei cosiddetti ambientalisti o naturalisti che nonostante siano acclarati l’importanza economico-sociale e lo scarso impatto ambientale, la presenza in quell’area di un’erbacea rara e del rischi di estinzione di un fatidico “uccello corvino” bloccano l’esecuzione del progetto. Ma nel contempo si posso impiantare delle costose pale eoliche, talora inutilizzate, poco vantaggiose dal punto di vista energetico, a deturpare paesaggi naturali splendidi che potrebbero essere vanto di un’industria turistica e che turbano il sonno al cultore dell’arte Vittorio Sgarbi. E come riporta in un suo articolo Francesco Carella dal nucleare all’acciaio non è cambiato nulla! Infatti l’Italia che sta facendo calare il sipario sulla produzione dell’acciaio è la stessa che dopo essere stata all’avanguardia nel campo dell’energia nucleare è riuscita ad azzerare ricerca e produzione vanificando i nostri sforzi compiuti a partire dagli anni ’50. Il tutto frutto una combinazione macchinosa fra una giustizia maldestra, una vistosa se non proverbiale inettitudine della classe politica verso i cui esponenti ho sempre avuto molti dubbi, o sono geni o sono adeguatamente “incompetenti”, ed una devastante deriva “ambientalista” che non sta né in cielo né in terra. Parlare di politica energetica, in un Paese che non ha scorte o possedimenti coloniali di idrocarburi ma che ha contrastato comunque la produzione nucleare avendone strutturato le prime basi scientifiche e che poteva renderci moderatamente autonomi e competitivi dal punto di vista delle imprese, è del tutto impossibile per la scarsa cultura tecnico-scientifica della classe politica generata dall’idiosincrasia degli italiani nei confronti del sistema industriale. E’ dai movimenti del ’68, dalla rivoluzione della sinistra che nasce la cieca vulgata popolare secondo cui l’economia di mercato si prefigge unicamente il profitto dei padroni, a scapito dei diritti degli operai e dei paradigmi ambientali. Questo è puro “analfabetismo della modernità” incarnato oggi dai pentastellati che, essendo in maggioranza alla Camera, non fanno altro che rappresentare degnamente questa continua crisi comiziale dei loro elettori facenti parte di quella che il sociologo Ricolfi definisce “Società signorile di massa” ossia di giovani che vivono la continua illusione di poter campare senza lavorare con il “reddito di cittadinanza”. E l’industria è in crisi non solo perché è in crisi energetica, competitiva sui mercati, ma perché non trova neanche le risorse umane che vi lavorano perché non sanno il mestiere, non sono preparati, non vogliono sporcarsi le mani col ferro arrugginito, e quei pochi che ancora esistono e si “sporcano” come i 20.000 lavoratori dell’Ilva godono del benservito di un prossimo licenziamento. Perché meglio il “Bioparco” dell’industria inquinante assolutamente da non riconvertire a minore impatto ambientale, magari con alimentazione a gas per “decarbonizzare” come i grillo-piddini auspicano ma anche ovviamente bloccando il “Tap” (Trans Adriatic Piepeline) cioè il gasdotto che dall’Azerbaigian finisce in Puglia in nome dell’elettorato grillino di Melendugno in provincia di Lecce che si è opposto al gas-terminal perché non ci sono recenti(sic!) autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie anche se le sue condotte bassano due metri sotto terra e sabbia e di 4000 Km solo 8 sono in Puglia. Cioè abbiamo un disperato bisogno di quel gas ma l’interdizione ambientalista e anti industriale di quella ristretta popolazione vince su tutto. Siamo tutti d’accordo sulla riconversione energetica da idrocarburi a rinnovabili ma ci vogliono anni e nel frattempo utilizziamo il gas che fra carbone e petrolio è meno inquinante. Meglio la “mitilicoltura” col problema che sono più i lavoratori da impegnare che le cozze prodotte? Ma quanto inquinano di più l’atmosfera le centrali a carbone della Cina, dell’India, della Russia (vagli a dire a questi della riconversione ad impatto zero!) e che dire del paventato pericolo nucleare, ricordiamo la lontana Chernobyl, se appena oltralpe abbiamo la Francia con le sue 40 centrali nucleari? Per l’Ilva il resto è solo storia giudiziaria che parte dal procedimento contro gli ex proprietari, la famiglia Riva, e giunge all’apertura di un fascicolo da parte della Procura di Milano. Nel frattempo perso lo scudo penale, Arcelor-Mittal avvia lo spegnimento degli altiforni e con esso lo spegnimento del sistema industriale italiano! Certo può essere anche la scusa per dismettere il comparto siderurgico italiano per la crisi sul mercato dell’acciaio se andiamo a vedere l’importazione quadruplicata di acciaio cinese ma nel nostro Paese i licenziamenti fanno paura perché l’alta burocrazia che ingessa il mondo del lavoro non permette nel modo più assoluto di riconvertirsi in altre mansioni od opportunità proprio perché l’industria è malvista e vessata a livello imprenditoriale, agli opposti del sistema anglo-americano. Marco Gervasoni, il professore licenziato dalla Luiss in quanto semplicemente liberale conservatore, ricorda la citazione di Georges Clemenceau, l’arguto politico francese ribattezzato “tigre” che umiliò la Germania alla fine del 1° conflitto mondiale “La guerra è cosa troppo seria per lasciarla ai militari” e per assonanza dopo quanto accaduto a Venezia afferma che “l’ambiente è cosa troppo seria per lasciarla agli ecologisti”. E non vorremmo che passasse l’idea che il disastro idrogeologico di Venezia e di moltissime altre realtà geografiche sia dovuto ad una perversa politica industriale votata alla distruzione deliberata dei territori. C’è da dire che sicuramente agli albori dell’industrializzazione del 19°-20° secolo non si andava tanto per il sottile in quanto ad inquinamento ambientale e tutela dei lavoratori, si pensi ai minatori morti nelle viscere della terra, alle silicosi, alle malattie da amianto ma allora il problema delle malattie infettive come la tbc era molto più assillante e “life-threatening”. Ma negli anni ’90 i provvedimenti di tutela industriale sono stati molto esaurienti e tuttavia ogni progetto di grande respiro per i territori e le città è stato bloccato o rallentato da renderlo inutile alla fine. Responsabili? Dapprima gli ambientalisti “Verdi” da sempre nell’alveo della sinistra oggi i Corifei pentastellati della “Decrescita felice” che non si astengono dal portare in piazza a protestare popolazioni locali, black bloc, centri sociali contro interventi utili sui territori come il Tav o la Variante di valico fino a bloccare cantieri già in opera come il Tap già detto. Ed è oramai sotto gli occhi di tutti che questo ecologismo “sinistro” è fallito perché abbiamo da un lato, nonostante i divieti e le masturbazioni simboliche dei “comuni denuclearizzati”, un disastro ambientale mai visto come testimonia una pioggia più insistente che allaga città, rompe argini, decompone strade e viadotti, frana intere colline, distrugge raccolti e campagne e che ci fa vivere in una condizione di perenne allerta meteo come le sirene della grande guerra che ci avvertiva di ripararci per l’arrivo dei bombardieri nemici. Dall’altro una grave perdita del patrimonio industriale che nonostante l’avvento dell’era post industriale digital-virtual-tecnologica non può fare a meno di esistere in qualsivoglia sistema economico forte e dignitoso in quanto la “delocalizzazione” non porta certo ricchezza al territorio. E come riafferma Gervasoni la destra, i moderati, i liberal conservatori hanno la stessa legittimità di considerarsi difensori dell’ambiente, anzi dovrebbero vantare più crediti dei progressisti e cita Roger Scruton, il massimo filosofo conservatore vivente, secondo il quale nessuno dovrebbe tutelare più l’ambiente dei conservatori perché difendono il luogo (oikos) basandosi sul legame tra le generazioni, tra i vivi, i morti e quelli che nasceranno, la priorità del “locale” e la difesa della “casa”. Purtroppo i partiti conservatori sono stati più attenti allo sviluppo sottovalutando l’ambiente lasciato troppo spesso nelle mani della sinistra. Ed è ora di ripensarlo per conservarlo e rivitalizzarlo secondo un sistema dinamico diversamente dai vecchi ecologisti che fondano il rispetto ambientale sull’ “inazione” sul “non fare”, sul blocco dello sviluppo. Bisogna invece intervenire sul territorio per tutelarlo con un’industria attiva sapendo cosa fare per arginare la natura che spesso non è così benevola evitando come per il “Mose” che se Mosè spartiva le acque il Mose spartiva tangenti! Urge un cambio di passo soprattutto mentale degli italiani che continuano imperterriti a “chiagnere” “fottendo”. Pura realtà “fattuale” come direbbe Feltri.

Arcadio Damiani

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