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…DIGITOCRAZIA

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Il termine cyborg o organismo cibernetico o anche organismo bionico indica l’unione omeostatica costituita da elementi artificiali e un organismo biologico e nasce come termine dalla contrazione delle parole inglesi “cybernetic organism”. Può trattarsi di un essere umano che ha in se innesti artificiali che consentono un controllo come può essere un defibrillatore sottocute, o vicariano una funzione persa come semplicemente un pace maker per la regolarizzazione del ritmo cardiaco o più complesso come può essere un arto artificiale con funzioni prensili sotto stimolo nervoso. O ancora più complessi come l’ultimo nato di un antenna che, connessa tramite fili e un ingresso USB per l’energia al cervello, consente di avere una possibile visione dei colori nei malati di acromatopsia o daltonismo (mancata percezione dei colori) di “vedere” il colore attraverso la trasformazione delle frequenze della luce dei colori in onde sonore anch’esse misurabili in frequenze. E’ il caso di Neil Harbisson che monta una antenna come terzo occhio a livello frontale interoculare che trasforma i colori in note musicali che una volta inviati al cervello ed immagazzinati gli impulsi consente ad Harbisson di vedere il mondo in tutte le sue sfumature. Ha così creato la “Cyborg Foundation” per la ricerca nel campo delle tecnologie che possono permeare in continuità la biologia convinto come afferma che si vive in un’era di forte cambiamento dove l’intelligenza artificiale sta stravolgendo il modo di vivere fino ad ora da noi conosciuto con la più grande sfida cha sarà utilizzare la tecnologia non come strumento ma come estensione delle nostre capacità e trasformare noi stessi in tecnologia. Bryan Johnson è il fondatore di Kernel che si occupa di impianti cerebrali per integrare l’intelligenza umana e quella artificiale convinto che l’intelligenza è la nostra più grande e potente risorsa e dalla sua naturale simbiosi con quella artificiale passa il futuro dell’umanità. E punta a sviluppare un piccolo chip da impiantare nel cervello, per acquisire, interpretare e modificare i segnali elettrici generati durante l’attività cerebrale e quindi consentire una comunicazione diretta fra noi e il computer. Il primo intento è quello di aiutare chi soffre di patologie neurologiche come Alzheimer, Parkinson, epilessia e depressione ma in futuro mettere a punto delle piattaforme e strumenti che ci aiuteranno ad incrementare le nostre capacità cognitive anche se il maggior ostacolo è rappresentato dal funzionamento del nostro cervello in gran parte ancora misterioso perché un conto è registrare scariche elettriche ed impulsi nervosi altro è comprendere come il mix di questi, analogamente ad un codice informatico, possano produrre effetti finali molto complessi come sono i ricordi, i sentimenti, le emozioni. Il miliardario Elon Musk, fondatore di Tesla, ha creato una nuova società chiamata Neuralink che ha lo scopo di realizzare chip da installare nel cervello umano e spiega così la sua visione “..Nel tempo penso che probabilmente vedremo una più stretta fusione fra intelligenza biologica e intelligenza digitale ed è soprattutto una questione di larghezza di banda, velocità di connessione tra il tuo cervello e la versione digitale di te stesso..” Il chip ci consentirà di scaricare direttamente nel cervello un libro o la dichiarazione dei redditi ma per fortuna la flessibilità della nostra intelligenza è difficile da imitare in tutte le sue sfaccettature. Altro concorrente è Google che dal 2012 ha assunto uno studioso di un certo rilievo tale Ray Kurzweill come Director of Engineering che è uno dei maggiori teorici mondiali della “singolarità” cioè del momento storico in cui le intelligenze artificiali diverranno autonome. E spiega che l’uomo è destinato a superare la propria biologicità per farsi integrare dalle macchine non avendo la benché minima idea del pericolo della scomparsa dell’uomo nella sua fisicità e nelle sue imperfezioni. Che dire? Siamo di fronte ad un’avanzata tecnologica del tutto prevedibile se pensiamo alla trasmissione storica dagli amanuensi, al disco di vinile del grammofono, al nastro magnetico dei primi registratori e computer, al floppy disk, al DVD al microchip ma del tutto imprevedibile e terribile se l’uomo vie ridotto ad un semplice “link”. Il maggior numero di informazioni nel più piccolo spazio anche in un solo cervello! E qui si apre la porta a quella nuova corrente filosofica estrema che va sotto il nome di “post-umanesimo” o “trans-umanesimo” di cui tratterò a parte. E la lotta dell’uomo al possedere le informazioni che gli permettono tanto potere su tutto dalle nostre abitudini quotidiane e se possibile fino ai nostri pensieri decifrabili. Vedi l’esempio dei grandi organizzatori di reti informatiche che nel nome della libertà di movimento acquisiscono dati tanto utili al commercio globale e alle scelte politiche come nel caso di ZucKerberg patron di Facebook e forse i. l più giovane miliardario che ha comunicato la su possibile ascesa alla presidenza degli USA. E che dire di quanta tecnologia si avvale Google, il cui capoccia è Eric Schmidt, che ha solo 19 anni e più di 72.000 dipendenti ed è secondo la Bibbia del capitalismo “Fortune” il posto migliore in cui lavorare al mondo? Ma siamo sicuri? Gli uffici di Google , a Mountain View in piena Silicon Valley, comprendono spazi aperti, campi da gioco, mense gourmet, palestre per fitness, sale di musica e lettura con “tempo libero” riconosciuto per contratto. Nasce l’”Iperwelfare” la più grande e nefasta forzatura del secolo col “tempo libero” che fa parte della struttura e della vita lavorativa fino a non distinguere più l’uno dall’altra. Forma sottile di sfruttamento che passa per emancipazione! La “workplace culture”è il nuovo codice cui le grandi aziende devono uniformarsi specie quelle in materia digitale. Creare un ambiente di lavoro ove l’ufficio sia il luogo ideale meritocratico, virtuoso, felice ove non ci stancheremo mai di abitare per dare sfogo alla nostra creatività, alle nostre relazioni, alla nostra stima di sé, in altre parole una forma di stacanovismo ammorbidito e irriconoscibile. Non più il padrone della fabbrica novecentesca che assilla l’operaio schiavo ma il leader che sta al vertice del team non per dirigerlo ( a corto di idee! ) ma per assoldare cervelli vispi che allarghino l’empowerment aziendale caricandosi anche di responsabilità allargate che fanno scomparire l’alienazione e aumentano l’autostima. Si preoccupano anche delle maternità con incremento dei congedi delle dipendenti neomamme da 12 a 18 settimane. A san Francisco e in tutta la contea di Santa Clara si è creata un abolla immobiliare che ha portato gli affitti di un monolocale a 3000 dollari mensili, c’è penuria di appartamenti e abitazioni di qualsiasi tipo. Le famiglie emigrano, la demografia ristagna e non si costruisce da tempo. Michele Masneri sul Foglio ha dato notizia dell’esistenza di un camping che ospita case mobili e roulotte di dirigenti aziendali con la Google che si è messa subito a costruire prefabbricati per non farli allontanare troppo con cibo gratis. E Joe Cannella, ex senior account manager, descrive perfettamente l’aria che si respira in Google “..Fondamentalmente passi la maggior parte del tempo mangiando cibo di Google, indossando vestiti di Google, parlando per acronimi di Google, mandando e-mail di Google dai mobiles di Google cosicchè non sai più cosa significhi l’indipendenza dalla grande G. ed ogni aspetto della tua vita è studiato in modo da rafforzare l’idea che sei proprio pazzo a voler essere altrove..”. E Adrian Carballo, ex ingegnere software, aggiunge “..Assumono sempre la stessa persona; stesso background, stesse 10 scuole, stessa visone del mondo, stessi interessi. Non esagero quando dico che nei miei tre anni a Google ho incontrato 100 persone eccezionali e solo pochi di loro erano persone interessanti..”. Amazon altra grande piovra in continua crescita, dal commercio alla serie tv, dal robot allo spazio, non ci sono limiti alla espansione del colosso creato da Jeff Bezos che ultimamente ha lanciato la sfida a Paypal e Apple nell’ecommerce col suo sistema di pagamenti digitali collegato ad altri siti con ovvio controllo di sempre più numerosi dati sensibili: conoscerà sempre in tempo reale quanto, quando e dove spendiamo i nostri soldi: un monopolio high-tech preoccupante. In altre parole un’azienda di commercio digitale che si trasforma in una banca centrale. Ciò comporta sia grandi rischi sulla privacy con inestimabile concentrazione di potere che un duro colpo alle banche costrette a reinventarsi tagliando filiali e dipendenti. Si compra tutto con lo smartphone senza digitare i dati della carta di credito e ricordare le password: tutto molto più semplice! Il pioniere è stato Paypal e poi subentrati con prepotenza Google, Microsoft, Samsung e Apple. L’inizio del 2017 è stato da record per Amazon con 724 milioni di utili in crescita del 41%. A ciò tuttavia va aggiunto le tasse non pagate nei paesi ove operano come l’Italia bensì nei paradisi fiscali con ovvie contestazioni della nostra Guardia di Finanza e le condizioni sovrumane lavorative cui sono sottoposti i loro dipendenti. Nel 2015 un’inchiesta del “New York Times” rivela le condizioni degli operatori di questi colossi costantemente monitorati a produrre sempre di più e di solito chi non regge il ritmo delle 80 ore settimanali viene cacciato via senza pietà. Già nel 2013 un giornalista Jean Baptiste Malet che si era fatto assumere in uno dei magazzini di Amazon, racconta di dipendenti-robot che fanno vino a 20 Km al giorno fra gli immensi depositi e scopre che i dipendenti non avevano il diritto di esprimersi sulle condizioni del loro lavoro, né sui media né con la famiglia con la compagnia che limita ogni forma di comunicazione. E sì sono questi i gestori e padroni dell’High Tech verso cui noi siamo proni e felici facilitando la loro espansione col nostro assenso. Concentrazione pericolosa di potere della Silicon Valley come si evince dalla sostituzione dei quattro Big di Wall Street Exxon, Generale Electric, Citigroup, Shell oil con Apple, Google, Amazon, Facebook, Microsoft. Altra prova ce ne fosse bisogno? Un “chip sotto pelle”, il Rfid, per i lavoratori della Epicenter(pool di aziende e di start up svedesi di information technology) che funzionerà come un badge per permettere loro di vivere sereni: in automatico timbrare il cartellino, aprire porte, azionare pc, fare la spesa avvicinando la mano ad un lettore etc. Vita facilitata da una siringa che non ti inietta eroina ma un chicco di grano fra pollice ed indice, la tua anima come la chiama Riccardo Ruggieri. Ma l’effetto più strano come annota il giornalista non è il disappunto del dipendente a quella che potrebbe definirsi una “marchiatura” d’imperio d parte dell’azienda o dello Stato, bensì la sua felice accoglienza ed è diventato così popolare che gli stessi operatori chiedono di essere “digitalizzati” riconoscendo che la scelta fatta anni fa dall’establishment svedese di concepire e formare una tipologia di liberti consumatori è stata ottimale. Infatti gli asili Egalia e Nicolaigarden erano luoghi antidiscriminazione sessuale ove il neutro della lingua svedese permette di eliminare l’uso di “lei” o “lui” e pure i nomi di battesimo sostituito da un generico “friend”. Via le fiabe sessiste come Cenerentola o Biancaneve e sostituite da delicate storie omosessuali fra giraffe e zebre. Da adulti pertanto avere un chip Epicenter non si vive come una imposizione ma come una iniziazione e un privilegio. Ironicamente il giornalista chiosa con la rabbia di un Adolf Hitler di non essere vissuto in quest’epoca ove avrebbe avuto a disposizione una tecnologia ed un substrato culturale e istituzionale che lo avrebbe relegato alla storia come leader del millennio del Reich globalizzato. E Google o Facebook in merito alle emergenti “ fake news” delle quali è pieno il web con la scusa di “ripulire” dalla informazione digitale ciò che è vero da ciò che è falso hanno lanciato una nuova opzione che permette di sorvegliare l’affidabilità delle notizie sul Web in realtà un altro modo per controllare il pensiero ritenuto scorretto e non conforme alla loro logica uniformatrice: negazione del dissenso! Reich o Soviet non fa differenza! E Popper si chiedeva “..Come controlliamo chi comanda? Come possiamo organizzare le istituzioni in modo da evitare che governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?..”. Ed è questa la domanda sottesa ad una società “aperta” con la caratteristica essenziale della democrazia che mette sotto controllo il potere politico. E’ questo il caso, il momento epocale? Non credo. Sempre ricordando Popper nella società aperta gli uomini hanno imparato ad assumere un atteggiamento in qualche misura critico nei confronti dei tabù e basare le loro decisioni sull’autorità della propria intelligenza, dopo una discussione. È questo il momento più alto: la dialettica per la democrazia! E il nostro filosofo Dario Antiseri rincara la dose ricordando che non esiste individuo, un ceto, una razza, una classe che sia venuta al mondo con l’attributo della sovranità sugli altri. E se la società aperta trova il suo primo e non unico presupposto nella fallibilità della conoscenza umana, il primo fondamento della società chiusa sta esattamente nella presunzione di quanti si reputano legittimi possessori di verità assolute, interpreti del giusto e ineluttabile senso della storia o illuminati da una indiscutibile visone di società perfetta. Costoro saranno divorati dallo zelo di imporre questa loro presunta Verità assoluta e la loro politica sarà inevitabilmente, come insegna la storia di ieri e quella di oggi, una politica di carnefici. La società chiusa è una società magica, collettivistica, crudele. E’ una società bloccata, pietrificata, è sempre l’esito di una tenace follia per tornare e restare nella “gabbia della tribù”. E finalmente qualcuno si risveglia come Jonathan Taplin che nel suo recente libro “Move fast and breack things. How Google, Facebook, and Amazon comered culture and undermined democracy” secondo l’assioma del “muoviti rapidamente e rompi le cose” o James Ponsoldt che ha scritto e diretto il film “The Circle” che racconta le ossessioni totalitarie del mondo di Silicon Valley e secondo Brad Stone di Bloomberg News i giovani stanno comprendendo come i baroni di Silicon Valley sottraggano loro il lavoro e iniziano a non osannarli più cogliendone i pericoli e rifiutando sia il declassamento a cittadini consumatori che il fascino del reddito di cittadinanza perché vorranno un lavoro vero, il rispetto e la dignità perché la nuova corrente di pensiero progressista teorizza una società la cui robotizzazione cancellerà molte forme di lavoro e di partecipazione umana al ciclo produttivo con l’uomo ridotto alla sopravvivenza con i sussidi statali. La “Jobless Society” o “regime di piena disoccupazione” come definito da Martin Ford sembra una liberazione ma è la peggiore forma larvata di un neocomunismo. E’ incredibile pensare a quanti pensano ad un futuro senza lavoro ed una vita da sussidio ma con tanto tempo libero da trascorrere in un “ozio creativo” sempre però nei recinti del potere. Come il sociologo Domenico De masi nel suo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati” (ed. Rizzoli) si auspica che il progresso tecnologico riceva il massimo incoraggiamento attraverso un lungimirante finanziamento pubblico e privato della ricerca in tale senso. I disoccupati potranno organizzarsi via Web su come trovarsi un trastullo occupazionale o integrarsi nel volontariato con salari fantasma derivanti da un reddito finanziato tassando i possessori di robot come proposto dal divino Bill Gates: meglio pagare l’imposta sul robot che l’operaio certamente più instabile del primo. Visione simile esposta da un altro guru progressista il filosofo Massimo Cacciari. A suo parere la tecnologia libererà che le macchine e i robot renderanno superflui e gli uomini potranno dedicarsi a cose ben più nobili “liberati” come nell’utopia di Marx e potranno godere del tempo vitale come meglio credono, leggendo, visitando città, musei o godendosi l’ambiente rurale. Occorre liberarsi da questa etica del lavoro che è propria di civiltà primitive rispetto alle nostre. Abbiamo i robot! Un po’ giocattoli e un po’ prodotti tecnologici avanzati che nel tempo hanno cambiato connotati, funzioni, caratteristiche che intrigano i confini dell’identità umana. La UE già sta studiando le regole per stabilire i diritti e i doveri della “personalità elettronica” che ruberà il lavoro agli umani dapprima nelle situazioni più pericolose o gravose come lavorare in ospedale, assistere gli anziani e poi si vedrà come averlo in casa come faccendiere elargendo parole, musica e sorrisi elettronici. Ma a ben vedere abbiamo già in mano dei piccoli robot come gli smartphone o i tablet, gli hipad che suonano, registrano, spiano, ci avvertono, ci connettono per renderci l’esistenza sempre più semplice e consapevol Ma fu vera gloria la sua?

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Secondo uno studio realizzato dai ricercatori di Oxford Carl Benedict Frey e Michael Osborne nei prossimi 20 anni il 47% dei lavori disponibili sarà automatizzato con l’ovvia ragione di Jerry Kaplan celebrità della Stanford University quando scrive che “le persone non servono” pur sapendo che queste si realizzano anche col lavoro. Ma che mondo sarà mai? Città automatizzate, smart, che possono fare a meno di amministratori e tecnici, vetture senza guidatore con i camionisti e tassisti che scompariranno dalla faccia della terra come si estingueranno in questa glacialità tecnologica i “quadri intermedi”(Middle Management), i venditori, i camerieri, gli addetti ai Call Center già con remunerazioni basse, sostituiti da macchine con cui i clienti possono ordinare i pasti e robot che li servono a tavola, da “chatbot” cioè software progettati per interagire tramite voce o parole con gli esseri umani ai quali si può chiedere di tutto come aiutare a scegliere un vestito, o aiutare in problematiche legali come contestare una multa o anche in ambito intellettuale a sostituire i giornalisti con algoritmi selezionatori di notizie o con algoritmi selezionatori di un percorso specialistico sanitario più appropriato e veloce decretando la scomparsa del medico generico o “Practitioner”. Ma come si può non conoscere o dimenticare la profezia del filosofo Herman Keyeserling autore del capolavoro “Presagi di un mondo nuovo”. Scriveva “..Dovunque penetri la tecnica non resiste alla lunga alcuna forma di vita dell’era pretecnica..” Ma il lavoro va protetto come “patrimonio dell’umanità” pur ammettendo che nel contesto attuale che stiamo vivendo il lavoro è “apolide” e tuttavia va ricollocato, con la sua dignità, al centro di tutta la vita civile altrimenti saremo circondati o vivremo da zombie ma super connessi. Come recensisce Riccardo Ruggieri in un suo “Cameo” con alcune battute tratte dall’”Economist” Bibbia del liberismo: a) sostenitori e avversari considerano le multinazionali le più grandi predatrici mondiali; b) possiedono o gestiscono filiere produttive che movimentano il 50% del commercio, contribuendo con appena il 2% all’occupazione mondiale; c) i loro stessi padri le accusano di produrre diseguaglianza; d) gli accordi sovranazionali, Tpp e Ttip sono falliti, gli arbitrati internazionali sono stati percepiti come modalità per aggirare i tribunali nazionali, sono ormai squalificate sul versante delle tasse e delle imposte. Credo quindi che “primum vivere deinde philosophari” e che vita sarebbe se non si conosce l’emozione o la fatica di un lavoro che stimoli l’uomo stesso che lo renda esecutore di un progetto, di un fine, di un’ambizione? Come si può concepire la vita come un semplice trascorrere del tempo senza la prospettiva di una vittoria o l’amarezza di una sconfitta? Quali motivazioni dovrebbe avere un cervello col suo sistema semplicemente binario nello scegliere una cosa invece di un’altra? E cosa significa l’ozio creativo? Se si crea qualcosa bisogna lavorarci su per renderla quanto più possibile universale e questo implica ovviamente un “lavoro” e allora perché non dovrebbe essere adeguatamente retribuito? La stessa filosofia ha modo di essere in quanto interpretazione metafisica della realtà fisica, espressione maieutica dell’azione umana ma cessando il fine di quest’ultima? Già la famiglia, primo nucleo sociale, è stata ampiamente destrutturata nella sua essenza, ora si tenta di delegittimare i parametri l’agire umano in quanto obsoleti. E i pericoli dove li mettiamo? Il futuro che ricrea un mondo e una “realtà virtuale”. Su “la Verità” Maria Elena Capitanio riporta una conversazione avuta con Pier Mattia Avesani ingegnere informatico amministratore delegato ed e fondatore di Uqido software house attiva dal 2010 che opera nel settore della realtà virtuale immersiva. Il soggetto è del parere che questa tecnologia sarà lo standard come mezzo di comunicazione al pari dei giornali e della tv. Ci sono infatti calcolatori talmente potenti e visori con una risoluzione elevatissima tanto da permettere una realtà molto immersiva. L’utente si troverà in una stanza con un ambiente controllato dove potrà vivere nella realtà virtuale con tutti i sensi: sentirà profumi, toccherà oggetti e così via. La si potrà adottare nel turismo, architettura, nel settore industriale. Negli USA l’addestramento militare passa quasi del tutto dalla realtà virtuale e addirittura in Russia viene utilizzato l’elmetto dotato di visore per pilotare i droni da remoto così che si risparmieranno i “boots on the ground” cioè i soldati combattenti a terra potendo però bombardare comodamente le popolazioni civili ed u n giorno forse avremo eserciti di robot controllati con la realtà virtuale. Tra poco potremo visitare tante città tramite visore, assistere alle funzioni religiose stando in salotto. E la realtà virtuale sarà grande veicolatrice di messaggi politici utili nelle campagne elettorali ma sarà anche un enorme campo minato ove si diffonderanno notizie false, messaggi distorti, come potranno allegramente servirsene le maggiori frange terroristiche mondiali con il loro sanguinolento “storytelling”. Anche la psicologia potrà servirsi della realtà virtuale come nella terapia dei disturbi post traumatici da stress. Ma se da un lato l’interlocutore confessa che gli effetti collaterali più grandi di questo mezzo sono l’individualismo e l’isolamento che aumenteranno in modo esponenziale dall’altro si auspica che il suo sogno è di arrivare a non avere più bisogno di mezzi tecnologici ma di utilizzare chip organici godendo di una sorta di “sogno lucido” ove l’estrema applicazione coincide con la scomparsa o l’estrema invisibilità. Più che sogno a me pare allucinazione da acido lisergico(LSD)! Infatti la sindrome di Stendhal, dallo scrittore francese che per primo la sperimentò durante la visita alla basilica di Santa Croce a Firenze è una patologia psicosomatica a tipo schizofrenico “dissociativo” che può insorgere al cospetto di un’opera d’arte particolarmente evocativa ovviamente in soggetti dotati di cultura e sensibilità e si manifesta fisicamente come una sensazione di malessere diffuso alla quale si aggiungono crisi di panico, ansia, palpitazioni, difficoltà respiratorie, vertigini e sensazione di deliquio e psicologicamente come un vago senso di irrealtà che si accompagna ad un improvviso bisogno di tornare alla propria terra d di parlare la propria lingua. E che dire dello stravolgimento psicopatologico indotto negli ultimi tempi dallo smartphone? Stefano Lorenzetto in un suo illuminante articolo riassume magistralmente i pericoli dell’oggetto ricordando che è la prima volta nella storia che gli uomini si illudono di tenere in pugno il pianeta attraverso aggeggi da taschino che fra l’altro consentono di comunicare da molto lontano con la voce e questa funzione, antesignana e motivazionale, sta perdendo la sua appetibilità. E credono i possessori di sapere tutto di poter monitorare in tempo reale qualsiasi evento della vita, nell’idolatria del “sempre”: connessi, attivi, informati, immobili perché in realtà non ci sarebbe più bisogno di guardarsi negli occhi o di spostarsi per raggiungere piazze, biblioteche chiese, uffici pubblici, edicole, banche, cinema, ambulatori ed è così, recita l’editorialista, fino a quando di bloccano la carta di credito e dalla MasterCard ti avvertono che devi recarti alla sua agenzia di cui ovviamente ignori l’esistenza la sede e il personale impiegatizio. Lo “smartphone”, il dio di quest’epoca i cui sacerdoti che lo hanno generato ne officiano i riti divenendo padroni dell’universo invincibili e intoccabili ma come Al Capone potrebbero avere solo guai per tasse inevase. E descrive lo sconcerto provato durante una recente visita alle Fosse ardeatine ove osservava una scolaresca in visita che nulla aveva di che condividere col ricordo e la solennità del luogo ma albergava nella scala d’accesso compulsando sulla tastiera dei loro telefonini e ben li ha definiti “una trentina di zombie”. Ma se gli insegnanti li avessero portati dentro al davanti del messaggio testamentario di uno dei 335 eroi che recitava “Quando il tuo corpo non sarà più, il tuo spirito sarà ancora più vivo nel ricordo di chi resta. Fa che possa essere sempre di esempio” forse qualche nubecola di riflessione poteva sorgere. Sergio Saviane aveva ribattezzato profeticamente i telefonini col termine di “pantegane” in quanto roditori che ti rosicchiano la vita ed Alessio Vieno, docente di psicologia dello sviluppo sta cercando di comprendere il fenomeno e la patologia ha già un nome “IAD”( Internet disorder addiction ). Colpisce il 5-9% dei ragazzi fra i 15 e i 19 anni ed ha le caratteristiche di tutte le dipendenze come alcool, droga, gioco d’azzardo. Provoca isolamento, insonnia, scarso rendimento a scuola o nel lavoro, alimentazione sregolata e stili di vita poco salubri. Sono circa il 62% dei bambini che navigano in internet all’insaputa dei genitori, il 13% in più della media europea e diventano “web addicted” e già avanza una nuova patologia “Fomo”( Fear of missing out ) cioè paura di perdersi qualcosa o di perdere la “connessione” che alimenta comportamenti irrazionali come annota giustamente Lorenzetto perché se un figlio non risponde alle nostre chiamate scatta subito il presagio della disgrazia, se un professionista non ne dispone crolla la fiducia, se una moglie non risponde subito si insinua il sospetto( ironicamente annota )che sta rotolandosi nel letto di un motel più che spingere un carrello da supermercato. Ma sono i genitori stessi che inoculano ingenuamente il virus della dipendenza digitale fin da tenera età. Ma come si fa a non dotare il pargolo del “ciuccio informatico”? Ce l’anno tutti, teniamoli buoni! Alcuni timidi risvegli si fanno palesare come quella scuola romana che ha aderito all’”aut-aut” dello psichiatra Paolo CrepetO si va in gita senza cellulare o salta la gita” evitando come accaduto a Venezia ove liceali in visita venivano avvertiti dal docente a voce alta i pericoli del percorso come scalini e balzelli visto che gli alunni erano assorti nello schermo nero luccicante. A Treviso numerose associazioni di genitori si sono accordate nell’evitare di regalare telefonini durante compleanni, comunioni etc. il sindaco di Vigonza ha lanciato un concorso per allievi di una scuola media “Una settimana senza telefonino” ove il vincitore vince una gita premio a Gardaland pagata dal comune. Iniziative da incoraggiare ma non sappiamo con quali risultati visto che la nostra natura ci spinge alla percezione dei colori e del movimento come da bambini si veniva attratti dalle figurine e dai filmini di casa. Ma come chiosa l’elzevirista alla rivoluzione del guardare gli smartphone hanno semmai aggiunto quella dell’essere guardati. E questa è la vera disgrazia del terzo millennio perché favorisce ovviamente tutti quei deliri di povertà identitaria che sfociano in delitti efferati come lo stupro o l’omicidio tanto per essere compiaciuti sul web. Ci troviamo di fronte al paradosso che se da una parte si cerca affannosamente di strappare dalla mano degli adolescenti questa “droga digitale” dall’altra si erogano milioni di euro a pioggia con il Piano nazionale per la scuola digitale varato dal ministero dell’Istruzione! E non ci meravigliamo se questi bambini dimostrano da adulti di aver ben imparato la lezione! Infine, “Repubblica” riporta in questi giorni l’attacco hacker fra i peggiori mai visti sui sistemi informatici di più paesi nel mondo come Russia Ucraina Taiwan, Gran Bretagna, Spagna, ed anche in qualche università italiane come la Bicocca di Milano. Computer inchiodati ovunque dalle strutture sanitarie pubbliche inglesi ai computer di FedEx, fino ai server della telco spagnola Telefonica, con una schermata che dice “i tuoi dati saranno perduti per sempre se non paghi un riscatto di 300 dollari. Il ransomware è un tipo di virus/malaware che blocca le macchine che vengono infettate finché non viene “inoculata” una procedura di sblocco a pagamento. Un vero e proprio riscatto elettronico. Sugli schermi dei computer presi di mira, che non possono essere riavviati, appare un messaggio che chiede una somma in bitcoin. Secondo alcune informazioni, i portafogli di bitcoin apparentemente associati con i cybercriminali stanno intanto già incassando. Ma pagare potrebbe essere inutile: non è assolutamente detto che i responsabili rilascino i codici di sblocco dopo aver incassato le somme. Secondo le ricostruzioni degli esperti, la falla utilizzata dai cybercriminali sarebbe nell’Smb Server di Windows, un “buco” già noto e anche già tappato da Microsoft con un security update dello scorso marzo. Ma che se fosse confermato come l’origine dell’intrusione, rivelerebbe gli scarsi controlli di sicurezza nelle divisioni IT del mondo intero, anche in strutture sensibili come gli ospedali inglesi che in questi giorni non riescono nemmeno ad accettare i pazienti in pronto soccorso con ambulanze che non riescono a comunicare. Pochi giorni fa è uscito il rapporto annuale della sicurezza informatica Verizon secondo cui nell’ultimo anno su 42.068 incidenti di sicurezza e 1.935 violazioni censiti dall’istituto la maggior parte ha colpito banche, enti pubblici tra cui servizi finanziari e sanità. Ma dove stiamo andando? Già è assodato che la tecnologia sostituirà anche la politica purtroppo molto assente ed evanescente se non inopportunamente collusa e in malafede negli ultimi tempi. Possiamo dire “fermi tutti voglio scendere”? Non credo ci siano molte speranze forse una saggia condivisione dei pericoli e dei danni della digitocrazia potrebbe alleviare, rallentare e rendere meno cruenta con un maggiore controllo e l’approvazione di regole universali questa eutanasia della libertà, del pensiero e dell’agire umano. Fermiamoci! Perché è vero che il mondo digitale può semplificarci la vita, favorire la ricerca, migliorare l’approccio e la gestione dei nostri bisogni come la conoscenza in tempo reale di fatti eventi, storie, l’eseguire un check-in a casa per un viaggio aereo senza file umane allo sportello, comunicare oltreoceano senza fantasmagoriche e lente, costose connessioni ma non dimentichiamo quel sottile confine che esiste fra una “schiavitù consapevole” e una “schiavitù indotta”, insopportabile umanamente, cruenta nel nome di una falsa libertà che permea ovunque la nuova concezione della “pseudodemocrazia”. Ma dalla hobbesiana memoria dell’”homo homini lupus” e dalla controparte debole e assonnata(da qui “giovani sveglia”) non c’è da spettarsi un granché!

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