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DIRITTISMO…

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Dal Novembre scorso gira in Italia la proiezione di un film dal titolo “Il figlio sospeso” ambientato in Sicilia a firma del regista Egidio Termine. E tratta il tema dell’utero in affitto in maniera intelligente ed elegante con la storia di un ragazzo ventisettenne alla ricerca della madre naturale. E qui il percorso diventa difficile anche se alla fine la sua identità di uomo è salva perché la cosa più importante è quella di sentirsi amato tanto dalla madre naturale che da quella che lo ha cresciuto. Ed il protagonista ha capito perfettamente e perdonato la madre affidataria che gli ha nascosto per tanti anni l’esistenza di una genitrice vera non avendogli neanche mai parlato del padre. Ha compreso il dramma di una madre che vuole essere madre ma non può e vorrebbe riempire un vuoto. Ma un figlio non è un diritto e nemmeno un oggetto di proprietà adatto alla vendita sia per chi lo ha portato in grembo e che comunque sa che qualcosa di suo gira per il mondo né per chi lo acquisisce vivendo una maternità per così dire “artificiale” e piena di timori e frutto talora di scelte frettolose ed egoistiche. Il film quindi non esprime nessuna condanna ma invita ad una serena riflessione su quanto sia complesso il processo riguardo la dignità di uomo che comunque cerca affannosamente la sue origini come anche i figli solo adottati che si impegnano a trovare, e di esempi ce ne sono, l’identificazione genica. Il diritto ad una paternità o maternità credo sia il più inconcepibile da un punto di vista cristiano solo pensando che durante la celebrazione matrimoniale il sacerdote avverte della progenie come un “dono” che Dio vorrà o meno concedere. Anche in natura esistono animali sterili e allora perché l’uomo dovrebbe essere diverso? Certo la tecnologia aiuta come nell’inseminazione in vitro ma non può varcare i limiti creando ex novo una genitorialità impensabile come fra due individui omosex. In tal caso si instaura un nuovo regno quello dell’”Homo Deus” ben descritto nel suo tomo da Harari. Di qui tutta una orizzontalità di diritti “minori” che imperversano nella nostra epoca a configurare un quadro antropologico del tutto nuovo ma che poco si addice al libero arbitrio, cioè al discernimento fra bene e male. Se tutto diventa possibile, se tutti hanno diritto a tutto, quali sono quelle proprietà che ci fanno diversi? E chi ne soffre è soprattutto la “democrazia”. Ne parla Alessandro Barbano, come riporta il giornalista Borgonovo, direttore del “Mattino” nel suo saggio dal titolo “Troppi diritti. L’Italia tradita dalla libertà” (Ed. Mondadori). In Italia afferma Barbano da circa 4 decenni si è instaurato il primato dei diritti sotto forma di una vera e propria ideologia politica e prevede che siano i tecnocrati-giudici a dare le risposte più attese costituzionalizzando i bisogni ma anche i desideri, trasformandoli in diritti ma sottraendoli alla lotta politica e anche al loro rapporto con i doveri. In pratica l’analisi del saggista e piuttosto meticolosa perché spiega “poiché la tecnica apriva, grazie ai suoi potenti mezzi, nuove possibilità, ciò che diventa possibile era di per se stesso anche giusto. Così le possibilità sono diventate desideri e i desideri diritti”. Così se ho la possibilità, posso prendere una pillola per interrompere una gravidanza o avere una maternità surrogata. In pratica non ci sono limiti e la politica si trasforma in un “dirittificio” col suo unico scopo e quello di soddisfare le richieste delle minoranze, dei gruppi e di chiunque altro si senta discriminato. E Barbano non è solo nelle sue riflessioni perché anche la celebre scienziata cognitiva Rosaria Conte nel suo pamphlet “La trappola dei diritti” (Ed. Castelvecchi) afferma che affidarsi alla cultura dei diritti vuol dire arrendersi all’idea di una società che si struttura come somma di individui e nella quale ognuno concepisce se stesso come la centrale di diritti senza doveri. Idee analoghe esprime Gustavo Zagrebelsky, guru del progressismo italico, nel suo libro “Diritti per forza”(Ed. Einaudi). Ed il giornalista Francesco Borgonovo riporta in un suo articolo anche la testimonianza di un docente alla Columbia University Mark Lilla che nel suo libro “L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica” biasima non poco i democratici americani rei di essersi occupati solo della difesa di identità particolari. La stessa cosa successa anche alla sinistra italiana che negli ultimi anni si è trasformata in una sorta di agenzia di pubbliche relazioni intenzionate a portare avanti le istanze di tutte le minoranze possibili e immaginabili. Come i diritti degli emigranti che vanno ben oltre l’aiuto umanitario come il wi-fi o un tetto dignitoso, il più vicino alla città, o cibi particolari di loro uso, un troppo benevolo atteggiamento giurisprudenziale nel loro confronti che hanno minato profondamente la sicurezza e il decoro del popoli che li accoglie senza avere in cambio nessun dovere. Come il diritto allo “ius soli” col sogno della cittadinanza facile. Come il diritto all’adozione per coppie omosex. Come il diritto alla propaganda di un pensiero unico uniformante contro chi dissente volendo solo mantenere la nostra civiltà, identità nazionale, la nostra sicurezza con quelle talora di avvilenti decisioni della magistratura che accarezzano i ribelli e processano le forze dell’ordine. Come il diritto di accogliere a braccia aperte chi palesemente professa un credo poco compatibile visti i risultati con la nostra cultura giudaico cristiana. Perché dovremmo accogliere chi non ci ama, non ci ringrazia per i nostri gravosi sforzi che compiamo nei loro confronti? Gli emigrati ci sono sempre stati in tutte le epoche storiche con due possibili esiti: o hanno bussato alla porta e atteso l’invito o producendo solo guerre. E diritti in questa prospettiva sono un bene di consumo come un altro e al centro esiste solo un profondo narcisismo, il desiderio sfrenato da soddisfare immediatamente e si formano così gruppuscoli che amano fare le vittime se non soddisfatta nei loro desideri. In realtà finalmente la sinistra ha pagato in ogni dove questo atteggiamento del tutto innaturale perché coccolando le minoranze hanno danneggiato, facendo perdere tempo e risorse meglio utilizzabili, la maggioranza fermo restando i diritti costituzionali civili e sociali di tutti. E viviamo purtroppo questa deriva, perché tale va definita, di uniformante spersonalizzazione accomunati solo dal ventre molle di una globalizzazione che ci fa comunicare senza condividere gli sforzi e il fardello dei doveri. Ne è un fulgido esempio questo delittuoso neoliberismo fondato solo sul consumo, sull’apparenza e non sull’essenza, sulle infinite possibilità senza costruzione del sé. Possiamo e dobbiamo accedere a tutto, alla felicità, a guidare un auto dei sogni, al sesso fine a se stesso, senza costruire nulla. Tutto possiamo affittare purché non ci sia lo sforzo di godersi un bene nelle proprie mani. Affittiamo la casa per l’incertezza di un lavoro stabile, affittiamo l’auto perché ci stanchiamo subito di quella che abbiamo e ne vorremmo sempre una migliore, affittiamo l’affetto e l’amore perché sappiamo che non possiamo reggerli a lungo con lo stesso partner. Legami instabili e leggeri da cambiare alla bisogna. Ma questo modo di vivere cosa produrrà? Solo una profonda solitudine che mercificando come un semplice prodotto di consumo il motore principale della evoluzione umana condurrà ben presto alla estinzione della nostra specie perché l’”Ionismo” ossia quella perversa ed innaturale preponderanza concettuale dell’”Io” non ha figli!

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