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Educazione | Arcadio Damiani

Dal latino “ex ducere” tirare fuori, portare alla luce ciò che è dentro il costrutto
neurofisiologico di un essere umano o più in generale di ogni organismo vivente,
perché possiamo educare anche gli animali, specie quelli che ci fanno da compagnia
ed anche le piante per orientarle ad una vita più fiorente come piace a noi. Ma
questo implica due principi fondamentali imprescindibili: che l’essere abbia
geneticamente una reale capacità di adattamento e che chi lo educa abbia una
profonda consapevolezza delle possibili potenzialità dell’educando e soprattutto
sappia come farlo. Per questo motivo l’arte educatoria è una di quelle più difficili e
complesse. La natura seleziona alcuni “bonsai” (albero in vaso) che si possono
osservare con occhio esperto durante una passeggiata in montagna e pur piacevoli
allo sguardo sono testimonianza di un trascorso di durezza naturale che non ha
permesso nel tempo uno sviluppo più rigoglioso per un eccessiva esposizione alle
intemperie o per fatto di sviluppare le loro radici impedite dalla scarsità di terreno,
come fra le rocce. E sono alla base di quella saggezza educativa giapponese che ci
ricorda che l’essere in natura non possiede nulla di scontato. Noi possiamo
coltivare un bonsai in due modi o interagendo su un albero relativamente adulto per
trasformarlo nelle sue forme e nelle sue radici per porlo in vaso dopo adeguata
riduzione sia dell’epigeo, l’alberello che vediamo, sia dell’ipogeo, le sue radici che
nel tempo si adatteranno alla scarsità del terreno in vaso moltiplicando il loro potere
di scambio a mezzo di radici più sottili e numerose. Ma il risultato migliore si ottiene
se il bonsai viene da seme, in un tempo considerevolmente più lungo, ma che offre
più opportunità di educare l’alberello secondo le forme che vogliamo. In traslato
l’educazione più efficace è quella che dovrebbe occorrere fin dai primordi della
vita come una buona alimentazione della gravida tenendosi anche lontana se
possibile dagli stress. Ed è durante la prima infanzia che si pongono le basi del futuro
di ciascun individuo sia dal punto di vista comportamentale che da quello salutistico-
alimentare. La disconoscenza di questa fase educativa e soprattutto della sua
importanza ha condotto al dramma che stiamo vivendo nelle nuove generazioni
completamente abbandonate e senza alcun riferimento valoriale immerse in una
libertà senza limiti ma estremamente dannosa per una proficua e serena convivenza
sociale. Ed è il caso recente di un ventottenne assolto dal giudice durante un
processo per aver maltrattato e picchiato il padre con la motivazione che essendo
cresciuto in un clima di violenza, l’imputato ha creduto fosse naturale comportarsi in
quel modo in quanto il padre fin da piccolo alzava molto spesso le mani contro di lui
nonostante il comportamento del giovane fosse di fatti riprovevole come fumare
marijuana all’interno della casa familiare, costringendo i familiari ad inalarne il fumo,
ascoltando la musica ad un volume decisamente alto da disturbare anche il vicinato e rifiutandosi di abbassarlo nonostante le richieste. Certo il giovane assolto, ma chi
doveva tutelarlo dal padre violento? Quale istituzione pubblica doveva occuparsi
del degrado ambientale in cui viveva quel bambino? Ma quest’assoluzione non è
tanto diretta verso il giovane ma verso quel sistema che nel frattempo è divenuto
così marcio da depenalizzare tutti i reati per pene inferiori a tre anni come uno
stupro o atti di violenza in ambito familiare o meno o furti anche consistenti di
denaro e valori! C’è solo da vergognarsi: la toppa peggio del buco! Questa oggi è la
nostra società civilmente progredita, super tecnologica e globale! Non potendo
curare la causa si minimizza, fino a giustificarlo, l’effetto e l’orrore! Ma come può
una società cosiddetta civile e democratica non essere più in grado di avere una
generazione futura priva di qualsiasi forma di orientamento, di avere i giovani soli ed
in balia solo di loro stessi, in preda a quell’ “ospite inquietante” che è puro
nichilismo come apostrofa Umberto Galimberti? Come può una società civile non
ascoltare l’allarme lanciato dal grande vecchio intellettuale Edgar Morin nel suo
ultimo libro “Cambiamo strada” e che proprio in virtù della tragedia pandemica che
stiamo vivendo invoca una speranza, oramai vitale, nel proseguire il “risveglio delle
menti” che questa megacrisi ha stimolato? Siamo entrati nell’era delle grandi
incertezze ed un futuro imprevedibile è in gestazioni oggi se pensiamo che un
minuscolo virus in una città molto lontana della Cina ha scatenato lo sconvolgimento
del mondo. Bisogna rallentare la corsa frenetica allo sviluppo tecnico ed
economico, chiaramente fallimentare, perché l’umanità ha bisogno di ben altro!
Bisogna porre fine a questa tragedia che si sviluppa in maniera inarrestabile e che fa
più morti di qualsiasi evento bellico d’altri tempi: uccide senza esplodere un colpo!
Gli esempi e le testimonianze oramai non si contano più ed ascoltare un notiziario
non è che un angoscioso elenco di eventi nefasti tra infetti, attentati, rivoluzioni,
guerre, morti dentro e fuori. Non possiamo più essere indifferenti se pensiamo che
lo iato fra i pochi ricchi e la moltitudine dei poveri si sta allargando in maniera
esponenziale, distruggendo quella gran parte dell’umanità che poteva vivere
modestamente e dignitosamente col proprio lavoro. Storicamente le rivoluzioni
sono sempre costate perdite e sangue ma tutte avevano chi più chi meno un fine
nobile: un benessere maggiore ed una società più giusta con meno disuguaglianze e
più solidarietà. Oggi la rivoluzione molto più sordida, capillare ed invasiva sta
travolgendo tutti i nostri valori, usi, costumi, tradizioni ed ha impiegato decenni per
mutare in peius il corso dell’umanità creando un linguaggio universale e
politicamente corretto, un incessante indottrinamento scolastico della “New Age”
molto totalitaria e poco democratica, un pensiero breve, poco riflessivo il cui esito
finale è l’analfabetismo funzionale molto utile al regime. Dobbiamo avere il
coraggio di deviare il corso di questo fiume carsico che corrode lentamente l’utopia del “buon selvaggio” a favore dell’ “homo homini lupus”. Basta con i giovani che si
uccidono fra loro perché qualcuno ha la pelle di un colore diverso o perché
qualcuno è felice con la sua ragazza o per un furto anche di pochi euro o per alterco
di un parcheggio improvvisato o per un innamoramento non condiviso. Questa è
l’educazione ricevuta: il diritto a soddisfare le proprie voglie senza l’obbligo di alcun
dovere, la certezza della vittoria e la negazione di qualsiasi sconfitta. Questa non
può essere convivialità, questa ha un solo nome: “solitudine”. Bellissima la lettera
ad un ragazzo del 2000 di Marcello Veneziani che negli anni ’60 veniva idealizzato
come un marziano che avrebbe abitato altri mondi e si sarebbe alimentato in altri
modi con le pillole "concentrate”. Ma poi la vita ha preso un’altra piega ed anche per
colpa nostra, over 60, abbiamo prodotto una generazione senza alcun futuro
migliore. Si è vero, sanno abitare la tecnica ed il globo meglio di noi ma a pensarci
bene il loro mondo è molto più piccolo di quello che abbiamo vissuto noi, ridotto a
quella fettina sottile e ristretta dell’Io che si chiama “Presente” e “Display”. Il
vecchio “paesano” non conosceva il mondo, non viaggiava né con Erasmus né con
Ryanair né con lo smartphone, però conosceva più mondi, quelli delle persone con
cui scambiava quattro chiacchiere, più natura, più vita, più storia. Avevano più
dimestichezza con la morte, con l’aldilà, con la religione. Al giovane abbiamo
sottratto il passato, l’avvenire, la trascendenza, quella fetta di interiorità che noi
primitivi chiamavamo “anima” non solo a livello psicologico, ma anche a livello di
formazione, di studi, di conoscenze. Sperduti nell’oceano del web e della tecnologia,
hanno acquisito, senza colpo ferire, la morte di Dio e la fine della religione, la
sconfitta del pensiero, la fine della filosofia con la sua rinascita marginale nelle vesti
micragnose delle “scienze umane” perché da tempo nella vita corrente, nella scuola,
nell’università è in atto una progressiva scomparsa della storia, una forma di oblìo
che fa rima con la rimozione del passato, dei ricordi nella sfera personale. Allora un
invito se non un auspicio per le nuove generazioni a riscoprire quei mondi negati,
interdetti, proibiti che si chiamano storia, filosofia, fede, arte, pensiero, politica che
porterebbero a scoperte straordinariamente vitali e che la nostra generazione non
ha saputo trasmettere col dovuto zelo e che per loro mancanza vi siete ridotti ad
essere picchiati e sfruttati come lo schiavismo dei “rider” testimonia. Noi sognammo
la conquista della Luna e dei pianeti, tu giovane prova la conquista della Terra, del
cielo, della vita. Leggendo questa lettera angoscia, colpa e speranza si fondono
insieme perché non può essere così repentino e catastrofico oltre che bizzarro una
cambio di paradigma tanto decostruttivo se non francamente inopportuno.
Modifiche ammesse, stravolgimenti no! Cari giovani dovete riappropriarvi della
scuola, unica vera “magister vitae”, “palestra educativa” perché se non ve ne siete
accorti, è proprio questa che vi ha reso fragili, vulnerabili, senza pensiero e senza futuro. Un domani sarete genitori e senza cultura e consapevolezza sul da farsi come
potrete gestire la crescita dei vostri figli? Alleverete teste autonome, libere, pensanti
o nuovi schiavi alla bisogna della malvagità del potente di turno? Si perché il
potente di turno sa dove andare a scuola! Scuola che è stata messa ai margini
dall’agenda di questo governo, come prassi della sinistra storica (basta vedere il
calibro ed il curriculum degli ultimi ministri dell’Istruzione): indottrinare più che
istruire! Adolfo Scotto di Luzio è uno storico della pedagogia ed i suoi giudizi non
sono lusinghieri a riguardo se non drammatici. Afferma che le nuove generazioni
saranno meno preparate e quindi meno competitive alle prese con un
impoverimento culturale che ridurrà l’Italia ad un ruolo sempre più subordinato a
livello internazionale come testimonia l’assenza del nostro Paese nei tavoli
decisionali che contano sul piano strategico, diplomatico, industriale e geopolitico
come il disastro partecipativo nel Mediterraneo. E non è affatto d’accordo con
docenti e pedagoghi che descrivono la “Didattica a distanza” (DAD) come
un’esperienza formativa importante per i giovani, incuranti del vuoto di
apprendimento causato dall’interruzione prolungata delle lezioni in presenza per
carenza di quei link emotivi con i docenti e i compagni. La scuola è stata disarticolata
per mancanza di una catena di comando che allora era di competenza dello Stato
centrale oggi delle Regioni se non dei Comuni e degli Istituti: in pratica con le
“autonomie” scolastiche ognuno ha i suoi programmi, spesso ridicoli e poco
formativi. Questo “vulnus” è emerso con maggiore evidenza nell’emergenza Covid:
la moltiplicazione dei centri di potere trasmette ai giovani il triste messaggio
dell’assoluta marginalità della scuola, con insegnanti inutili e fannulloni, come si
evince dai continui andirivieni decisionali: apertura-chiusura, presenza-a distanza,
date di inizio, aleatorietà assoluta ed inaffidabilità! E la conseguenza della perdita di
1 anno di scuola sarà l’aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle
spalle risorse familiari ed economiche e di relazioni se la caverà sapendo di poter
compensare l’anno perso con lezioni private di supporto e con l’andare nelle migliori
università straniere; tutti gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid
immersa in un processo di smantellamento culturale che dura da anni. La crisi della
scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e selezione
delle classi dirigenti. La riprova è che negli ultimi decenni le elite che hanno assunto
funzioni di governo sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza
secondo lo spregevole algoritmo puramente tecnico e molto poco umanistico con
risultati che sono sotto gli occhi di tutti: ingenti ricchezze per pochi ingente povertà
per molti! Bisogna o no fare marcia indietro? Dipende anche da voi cari giovani. Noi
qualche molotov l’abbiamo lanciata ritenendo cosa buona e giusta, forse era meglio
non farlo ma abbiamo pagato l’errore. Voi dovete avere il coraggio di avere docenti all’altezza e guidarli ad un senso di maggiore autodisciplina e potete tirargli anche
il cestino sulla cattedra ma solo se vi accorgete del suo pressapochismo,
superficialità e fannullaggine. Dovete essere vigili e attenti se vi accorgete del
“pensiero unico” che non permette l’alterità di opinione. Dovete allenare il vostro
sistema nervoso he è “binario” e che durante un percorso formativo e di vera
istruzione deve avere modo di scegliere continuamente. Solo dopo questa fase si
può parlare di “addestramento” che prevede modelli univoci e corretti per
preparare un’azione. State attenti perché vi stanno propinando il “percorso
inverso”! Interessante il libro del pedagogista Luigi Ceriani “Figli, Rischi e Villaggio
globale” che riporta al centro il dramma di una educazione senza “affezione”. La
relazione con i figli è piacevole se è educativa ma si può parlare di “educazione” solo
se l’adulto si espone con un progetto, con un criterio ed afferma secondo lui ciò che
è bene e ciò che è male, prende insomma una posizione. Il dramma attuale è che i
genitori fanno l’errore di astenersi dalla proposta per paura e per assecondarli. Per
migliaia di anni la tradizione educativa è stata quella della trasmissione dei propri
criteri, buoni o cattivi, che potevano essere assunti o respinti secondo un proprio
giudizio libero e diverso; tradizione che si è interrotta nel ’68, periodo che ha
portato novità reali e necessarie in molti ambiti, non in quello educativo dove il
consolidarsi di alcune certezze stanno producendo danni gravi. Franco Nembrini,
educatore e anima dell’Istituto paritario “La Traccia” rinforza il problema dello
spavento genitoriale del rischio educativo ed alla prima difficoltà tendono a
medicalizzare il problema col ricorso ad esperti quali psicologi e psichiatri che nella
scuola sono stati in grado di combinare disastri, perché raramente il problema è
psicologico, spesso è semplicemente “confusione” per mancanza di sicurezze e
proposte “alte” specie durante l’adolescenza. Ed è il genitore che deve inventarsi un
sistema per entrare nel cuore e nella testa, nei bisogni del figlio, quando non si può
più farlo per via ordinaria! Ed è l’insegnante, al pari, quando ha davanti trenta
ragazzi, ognuno diverso dall’altro, per ciascuno deve trovare la giusta finestra
d’ingresso. E non c’è possibilità di passaggio di conoscenza, di apprendimento i
valori, etici, economici, politici se non c’è prima assunzione di “responsabilità
affettiva” nei loro confronti, altro che DAD. Quando un genitore sgrida un figlio per il
rispetto di alcune norme magari condivisibili non deve dimenticare di far percepire
che in questa richiesta c’è stima e riconoscimento del valore. Stiamo vedendo una
nuova generazione che a differenza della nostra che provava “schifo” per le
istituzioni ed una vita pubblica da cambiare, questa prova schifo e colpa anche di se
stessi, di essere nati, perché fanno fatica ad incontrare un adulto che voglia loro
davvero bene, anche perdonandoli.

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