Eleonora Fonseca de Pimentel: la libertà tradita dal popolo

Eleonora Fonseca de Pimentel, una storia ancora attuale

Perché parlare oggi di Eleonora Fonseca de Pimentel, di una storia così lontana e conclusasi tragicamente 227 anni fa?
Perché è una vicenda simbolo di un potere che si finge amico e invece sfrutta e asservisce.
È anche la storia di una donna eccezionale che mette se stessa al servizio di un popolo che vorrebbe rendere libero, giusto e consapevole, ma da cui viene disprezzata e oltraggiata.

Quando il potere incombe, infatti, le voci libere disturbano. Di conseguenza, vengono penalizzate ed eliminate. Allo stesso tempo, il consenso si costruisce con elargizioni e invenzioni rivolte a chi accetta il vassallaggio, traendone un profitto che ritorna ai benefattori. È una storia antica, ma eternamente attuale.

Eleonora Fonseca de Pimentel e il pericolo dell’ignoranza

Questa vicenda è anche metafora della pericolosità dell’ignoranza.
Un’ignoranza che non sa difendersi, che non possiede strumenti critici e che si affida al più accattivante. Così facendo, si lascia confondere e non riconosce il proprio autolesionismo. Proprio per questo, la storia di Eleonora Fonseca de Pimentel parla ancora al presente. Parla di cultura come difesa. Parla di conoscenza come strumento di libertà.

Il risveglio illuminista

Il risveglio illuminista, rimettendo in discussione molti schemi sociali, offre finalmente un margine di azione anche alle donne.
In una società maschio-centrica, relegate al solo ambito domestico, le donne erano escluse dalla dinamica formativa e progressista. Tuttavia, poco alla volta, soprattutto nelle classi altolocate, riusciranno a raggiungere importanti traguardi culturali. Affiancheranno così la crescita sociale, assorbiranno l’orgoglio delle tradizioni e si batteranno per una ritrovata autonomia nazionale.
Nel Settecento, queste figure femminili sono numerose, sebbene spesso dimenticate dalla storiografia ufficiale.

Eleonora Fonseca de Pimentel e l’idea di un’Italia unita

L’idea di un’Italia unita era presente nell’immaginario italiano già dopo la dissoluzione dell’Impero romano. La divisione augustea in venti province dimostra come la penisola fosse concepita come un’unità culturale, linguistica e identitaria.

Con il Rinascimento cresce la coscienza di una storia comune e straordinaria.
Successivamente, grazie alla stampa, ai giornali, ai salotti letterari e alle Accademie, nel Seicento si sviluppa una fitta rete di rapporti culturali.
Nasce così la cosiddetta “repubblica delle lettere”. Parallelamente, si rafforza la passione archeologica e converge in Italia il meglio degli studiosi europei.
Le tesi illuministiche, insieme ai concetti di attenzione sociale e autonomia, rafforzano ulteriormente l’idea di unità nazionale.

Eleonora Fonseca de Pimentel nella Napoli del Settecento

In questo proto-Risorgimento emerge con forza la figura di Eleonora Fonseca de Pimentel (1752-1799). Diventa una protagonista della presa di coscienza unitaria, insieme a intellettuali come Alfieri e Foscolo. Figlia del marchese Clemente, di origine portoghese, si trasferisce a Napoli all’età di otto anni. Lascia così la Roma pontificia, chiusa alle innovazioni, per entrare in una delle capitali più avanzate d’Europa. Goethe la definirà l’unica città davvero vitale della penisola.

Eleonora frequenta importanti salotti letterari, come quelli del duca di Belforte e del principe Filangieri. Qui si discutono riforme, progresso e miglioramento delle condizioni delle classi più povere.

Eleonora Fonseca de Pimentel tra cultura e emancipazione

Una voce centrale per la sua formazione è quella dell’abate Antonio Genovesi, tra i maggiori illuministi italiani. Genovesi sostiene la cultura come strumento di crescita e come uscita dalla minorità prodotta dall’ignoranza.

Eleonora assimila idee di rinnovamento economico, istruzione per tutti, abolizione dei gravami feudali e riscatto dalla povertà. Parla più lingue, è poetessa, conosce discipline giuridiche, mediche e matematiche. In questo senso, è una femminista ante litteram.

La sua grandezza intellettuale, tuttavia, provoca la violenza del marito. Subisce maltrattamenti che la porteranno a due aborti. Solo l’intervento del padre le permetterà di ottenere il divorzio.

La Repubblica Partenopea

La sua straordinarietà incuriosisce la regina Maria Carolina, che la nomina bibliotecaria privata. Tra le due nasce un’amicizia sincera, almeno inizialmente. Tuttavia, la Rivoluzione francese segna una svolta. Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta, rivela il suo vero volto. Da riformista apparente diventa feroce oppositrice delle idee illuministiche. Nel Monitore repubblicano, fondato da Eleonora nel 1799, si parlerà di “nove anni bui”.

Quando i reali fuggono a Palermo con l’arrivo dei francesi, la Repubblica Partenopea riempie il vuoto di potere. È la vittoria della classe colta, ma il popolo, manipolato e ignorante, non comprende il significato della libertà.

Il sacrificio finale

Nonostante episodi di violenza nel regno, a Napoli la Repubblica tenta di costruire leggi giuste. Il Monitore Napoletano diventa uno strumento fondamentale di informazione e consapevolezza. Benedetto Croce lo definirà di straordinaria modernità.

Con il ritorno dei Borbone e l’esercito sanfedista del cardinale Ruffo, inizia la repressione.
Maria Carolina si distingue per una crudeltà inaudita.

Eleonora, nonostante un salvacondotto per l’esilio, viene arrestata. Chiede la ghigliottina, che le spetterebbe per rango, ma le viene negata. Chiede almeno di indossare le calze, per dignità personale. Anche questo le viene rifiutato. Sarà l’ultima a essere impiccata, tra le derisioni del popolo. Tuttavia, il suo sacrificio non sarà vano.

Eleonora Fonseca de Pimentel e l’eredità civile

Un anno dopo verrà giustiziata anche Luisa Sanfelice.
Anche quella morte contribuirà a far crescere uno spirito di ribellione.
Uno spirito che esploderà vent’anni dopo con i moti carbonari.

Oggi viviamo in una repubblica democratica fondata sulla libertà di espressione e autodeterminazione. Tuttavia, questa conquista va difesa. Morale e cultura restano le uniche vere formule di salvezza e dignità.

estratto da un articolo di Gabriella Izzi De Benedetti*

*Presidente Società Vastese di Storia Patria

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