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ENIGMI ALIMENTARI

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No, non voglio riflettere sulle turbe dell’alimentazione come può essere la bulimia, l’anoressia o la malalimentazione problemi per i quali sono state stese innumerevoli pagine e discussioni scientifiche o meno. Il busillis che sta invadendo con prepotenza il campo alimentare riguarda semplicemente il “Cosa mangiamo?”. E sinceramente non c’è da stare allegri in quanto tanti alimenti stanno cambiando connotati vuoi per neocolture che si vanno affermando, frutto di ingegneria genetica(Ogm) da non demonizzare a priori in quanto coltivabili anche in ambienti ostili e con meno veleni, vuoi per imponenti interessi commerciali da parte delle multinazionali che stanno distruggendo tutti i Dop di cui noi italiani siamo i principali produttori. Non solo, esiste oggi anche il problema, non secondario, di una enorme diffusione del commercio del cibo sia da strada (Street food) che nei ristoranti sempre meno controllati e sempre più in mano a pericolosi neofiti che nulla sanno dell’igiene degli alimenti, della loro giusta conservazione o metodo di cottura e che esprimono prelibatezze che fanno a pugno col buon gusto, non come lo si intende soggettivamente ma come lo si compone chimicamente secondo il delicato equilibrio acido-base. E se lo stesso grande chef Gualtiero Marchesi, scomparso di recente, ha ammesso di aver avuto tanti allievi ma pochi discepoli si comprende la sua amarezza nel constatare l’incomprensione verso un’identità culinaria fatta prima di scienza poi di cultura e filosofia. Purtroppo oggi ci si avvicina al mondo del “food producer” solo perché non si trova altro lavoro con possibilità sempre più vaste di utilizzare prodotti “già fatti” dall’industria. Basti pensare che possiamo aprire una pasticceria con bignè, cannoli, pasta sfoglia, pan di Spagna, creme, farine già pronti e senza averci mai sporcato le mani. Lo stesso settore vitivinicolo ci permette di fare un ottimo vino con uve importate chissà da dove molto simile ad un altro originario di terre molto lontane come testimoniano vini australiani o africani che hanno beffato molti sommelier nostrani. Il tutto frutto di esperti enologi che usando speditamente la chimica e la fisica riescono a comporre il prodotto finito in barba a tutta quella cultura che una volta legava strettamente il sito geografico alla bevanda di Bacco come in maniera esaltante riporta nel suo libro “Bevo dunque sono” il grande filosofo Roger Scruton “…I vini italiani sono un soggetto molto interessante. Sono tutti connessi con piccoli paesi, piccoli villaggi, santi, speciali varietà di uve, e in tal modo il vino italiano è una sorta di preghiera per i piccoli paesi, qualcosa che rappresenta l’intensità della vita che è stata localizzata quindi ha un grande significato filosofico-stai bevendo un pezzo di terra consacrata quando stai bevendo un vino italiano…”.  Stiamo purtroppo subendo una devastazione economica e commerciale da parte del mondo intero e soprattutto dai grandi Stati e dalle grandi Economie emergenti che non si fanno tanti scrupoli a nascondere il marcio sotto la patina del “Made in Italy”. Nel mondo “globalizzato” tutto è business alla faccia di tutte quelle generazioni di piccoli imprenditori non solo nostrani che cercano di salvaguardare il valore dei loro prodotti e la loro economia. Trattati come il Ceta col Canada o il Ttip con l’America, per fortuna fermato da Trump, non fanno altro che abbattere il Dop dei nostri prodotti per quel libero scambio che utilizzerà il nostro nome per alimenti costruiti in altre parti del mondo con una potenza di fuoco commerciale che fa impallidire i nostri mercati e le nostre filiere. Si potevano vendere aziende e lo abbiamo fatto alla grande come riporta Mario Giordano nel suo recente “best seller” “L’Italia non è più italiana” ma che si arrivasse a vendere anche l’anima come quella del cioccolato Pernigotti in mano ai turchi che sotto questo nome prestigioso utilizza loro materie prime di minore qualità ci lascia veramente sgomenti. Non è da meno il pomodoro che rappresenta uno dei cardini della nostra produzione agricola (Puglia, Basilicata, Molise 40%) e che rischia per i nuovi dazi di vedersi arrestato l’export verso la Gran Bretagna (un barattolo su cinque va verso il mercato d’oltremanica) mentre dalle nostre parti si fa un grande uso di salsa al pomodoro provenienti dalle grosse tanniche cinesi. E se consideriamo l’olio extravergine d’oliva (EVO), l’oro delle donne visto che si donava alle figlie che stavano per sposarsi come dote, non ci resta che piangere. Oltre la Xylella, sottovalutata dalla classe politica e derubricata a “problema marginale”, le ultime “gelate” hanno messo in ginocchio il settore olivicolo già profondamente provato con perdita di posti di lavoro e soprattutto della nostra sovranità nazionale dell’extravergine con un mercato estero (Grecia, Spagna, Marocco, Turchia) che sta già invadendo il nostro mercato con l’origine “UE” dell’olio etichettato nelle nostre bottiglie ad un prezzo molto più basso delle nostre produzioni. Il consumo nostro di olio crolla di un quarto da 12 kg a 9 kg a testa ma l’Italia continua ad importarlo.  E poi con il latte che i pastori sardi per protesta stanno riversando sulle strade per una sua valutazione (solo 60 centesimi al litro) ben al disotto del costo di produzione e che è alla base del pecorino romano. Latte sopraffatto dai tarocchi americani e francesi perché su 100 forme di pecorino vendute negli USA ben 80 sono prodotte nel Wisconsin (Romano cheese) come l’imitazione del Parmigiano (Parmesan) o l’Auricchio americano, come anche la transalpina Lactalis che ha acquisito la nostra Galbani fa imitazione delle nostre specialità casearie italiane. E non c’è da stupirsi se all’estero molti ristoranti portano il nome italico di “Cosa nostra” o “Il padrino” perché è di 24 miliari di euro l’anno il giro d’affari delle “Agromafie” secondo il sesto rapporto elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità agroalimentare. E dentro c’è di tutto. Aziende e ristoranti aperti con soldi riciclati o cibi coltivati e lavorati senza alcuna norma di sicurezza. Tanto per fare qualche esempio la “mozzarella sbiancata con la soda” o con la calce o col perossido di benzoile tanto sempre di formaggio a pasta filante si tratta; il “Pesce rinfrescato” col cafodos un additivo di provenienza spagnola non commerciabile in Italia, usato da solo o insieme ad acqua ossigenata che rende più lucido il pesce specie quello grasso come il pesce verde e si prega di valutare gli occhi, ben tesi, e la consistenza delle carni prima di acquistarlo; Carni da macelli clandestini ovviamente “low cost” senza alcun controllo veterinario; Pane cotto con forni tossici clandestini che usano legname proveniente da mobili distrutti e ricchi di sostanza tossiche; Riso birmano o in genere asiatico da risaie ricchi di veleni da noi proibiti;  Miele “tagliato” con sciroppi di riso, mais e zucchero che ne gonfiano il volume e riducono il prezzo; il Tartufo “cinese” grande chicca d’affare per le mafie dato il costo elevato del tubero; Funghi porcini romeni spacciati per italiani; Vino con l’aggiunta di zucchero per  elevare il  tasso alcoolico o infine l’Olio di semi sbiadito che se colorato con la clorofilla può almeno cromaticamente essere spacciato per un EVO. Attenti anche alle borse specie di stoffa che riutilizziamo per fare la spesa: sono spesso veicolo di grandi proliferazioni batteriche. Ed allora che fare visto che la nostra dieta mediterranea è la più salutare al mondo ma anche la più attaccata e maldestramente imitata? Possiamo ogni volta chiedere il certificato di battesimo del prodotto che stiamo acquistando o consumando? Semplicemente dobbiamo chiedere con forza e determinazione ai nostri cari politici di interessarsi non tanto alle mazzette delle multinazionali ma alla salute di noi cittadini. In che modo? 1) Proteggere le nostre migliori produzioni e commercializzarle col marchio Dop nel mondo contro la pericolosa uniformità del marchio UE nella stessa maniera come si sta ristabilendo il “Diritto d’Autore” per chi utilizza e commercializza un componimento artistico o letterario non suo e condannando il rimarchevole ed evidente “plagio” (es. Parmesan) e se qualcuno stabilisce che la globalizzazione commerciale deve evitare il surplus che si trovi un’altra maniera per evitare di distruggere le arance siciliane per comprarne di marocchine o di importare alimenti cinesi; 2) come sostiene  Gian Maria Fara presidente dell’Eurispes bisogna aggiornare e potenziare l’attuale normativa perché quella vigente è obsoleta e controproducente in quanto invece di svolgere una funzione deterrente spinge a delinquere essendo tutto a favore dei benefici (ingenti guadagni) il raffronto coni rischi (sanzioni per irregolarità). Bisogna infatti discernere come per l’omicidio (doloso, colposo, preterintenzionale) la distrazione “non dannosa” per buona fede (oggi la più punita) dalla perpetrata condotta truffaldina come lo spacciare per nobile prodotto un materiale scadente o addirittura nocivo. In tal caso, non la multa, ma andrebbe comminata la chiusura dell’esercizio e l’interdizione perpetua dal servizio alimentare. Altro che!

Arcadio Damiani

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