fbpx

Etica e morale

Due differenti logiche neuronali sono all’opera quando si cerca di agire seguendo
una morale o cerchiamo di agire eticamente. La morale è spontanea, è un modo di
agire che abbiamo fatto nostro con la mente abituata a comportamenti moralmente
accettabili e condivisi, depositati nelle aree più automatizzate del nostro cervello,
come accade quando si inizia a suonare uno strumento musicale, dapprima si è
impacciati perché è la riflessione che guida le nostre mani, poi pian piano si crea
quell’automatismo nel sistema nervoso extrapiramidale che ci fa suonare anche
senza leggere lo spartito. Questo esercizio continuo che conduce all’automazione è
positivo se ci permette mirabili performances diventa negativo se si serve di
messaggi continui, d’ogni sorta, che lentamente plasmano il nostro pensiero al fine
di considerare atteggiamenti peraltro definibili “originali”, di uso comune. Per
essere allora un soggetto “etico” è necessaria una grande coraggiosa intimità
conversativa che nasce dalla volontà di consapevolezza perché l’etica nasce dal
dubbio e si avvale delle personali e distintive risorse neuro-sinaptiche della corteccia
prefrontale. E per questo non vi è etica senza riflessione e dialogo introspettivo che
sono funzioni corticali della mente, un esercizio del pensiero vigile e critico che
diventa poi la base di “autenticità”. La morale è un prodotto collettivo e
collettivamente può essere ignorata, modificata, adattata. Ed è al servizio della
collettività, dei suoi bisogni di sopravvivenza, di protezione, di conservazione, e
quasi mai accade l’inverso. Può essere una prigione che limita e inibisce, oppure
diventare deriva collettiva che legittima la coscienza nella violenza, nell’odio,
nell’intolleranza. Si può avere un modo di agire moralmente corretto, conforme alle
regole della collettività, ma essere poveri di etica perché ciascuno è solo nella
relazione col suo agire etico, è pura rivelazione individuale. La morale è ovunque, su
quasi ogni aspetto della nostra esistenza è presente un indirizzo morale che ne
stabilisce la direzione, l’etica è occasionale. Il dubbio etico “se sia giusto quello che
sto facendo” non ricorre sempre. Il filosofo Simmel ha scritto che “i valori che ci
appartengono si misurano in base agli altri valori che dobbiamo sacrificare per
realizzarli”. La morale considera le norme e i valori come dati di fatto, l’etica cerca di
darne una spiegazione razionale e logica. Certo, ogni individuo può essere
soddisfatto di avere una propria etica coerente e completa, ma come conciliare il
fatto che è concretamente impossibile arrivare ad un’etica totalmente oggettiva
(riconosciuta da tutti) con la necessità dell’etica per il corretto funzionamento della
società? I problemi sono due: primo, l’etica non può prescindere dall’unificazione
delle morali dei vari individui morali le cui incompatibilità sono ostacoli
insormontabili all’unificazione e quindi alla definizione delle regole etiche; secondo
la società ha bisogno di valori etici per un corretto funzionamento e per la
definizioni di regole pratiche (ad esempio le leggi). Ed è abbastanza evidente che
quando una società è formata da gruppi incompatibili (per me è un diritto ciò che
per te è un delitto) il rischio di tensioni è molto forte anche perché in genere le due
parti commettono continuamente “errori intersistemici” ossia dove un “assioma”
(preposizione che viene assunta come vera perché ritenuta evidente) vale un altro,
per dimostrare che hanno ragione. Ed è ovvio che la ragione invece ci dice che una
condizione facilitante per una società è quella di essere formata da gruppi
“compatibili”. Ed è altrettanto ovvio che anziché cercare un’etica “oggettiva”
dobbiamo cercare di allargare i nostri convincimenti etici smussando le
incompatibilità con chi ci è più vicino e consigliando la nostra etica perché di fatto
promuove un miglioramento sociale e la qualità di vita dei singoli. Fin qui pura
filosofia! Ma nella realtà cosa accade? Accade che il termine “etico” vie utilizzato
come aggettivo troppo spesso per celare condotte autoritarie che nulla hanno a che
fare con la condivisione dei diritti e dei doveri di una società. L’etica che nasce da
una riflessione soggettiva e razionale su come sia la maniera più conveniente di
comportarsi nel rispetto delle regole sociali, diventa indebitamente una
imposizione ab estrinseco francamente oggettiva ed uniformante che non ha a che
vedere col significato della parola stessa. Se si vuole dettare norme di
comportamento per appartenenza ad un nucleo sociale, aziendale, culturale c’è
libertà di farlo ma non si può usare il termine “etico” per indorare una pillola che
spesso contiene il veleno del ricatto o della sudditanza. Al Sisi ha un profilo twitter,
così come Erdogan e Kim Jong-un che non sono proprio soggetti che invitano
all’armonia dell’Universo o che hanno a cuore il benessere dei cittadini ma non sono
mai stati oggetto di censura da parte dei “social media”, ciò che invece è accaduto
all’ex presidente degli USA Trump anche quando era in carica perché i suoi
“cinguettii” erano contrari al “codice etico” dell’azienda. I codici etici sono il nuovo
vangelo come dice Francesco Bertolini in un suo articolo: tutte le grandi corporation
hanno un codice etico, l’aveva anche Enron, travolta da una truffa di 130miliardi di
dollari, l’aveva Lehman Brothers, travolta dai “mutui subprime”, l’aveva Parmalat a
sua volta fallita per comportamenti fraudolenti ed aggiungo la Coca Cola Company
che ultimamente ha indetto un corso facoltativo “Better Togheter” per insegnare ai
propri dipendenti ad essere “meno bianchi” perché secondo gli esperti di
“antirazzismo” alla carnagione chiara è associato un particolare modo di pensare e
di comportarsi, di sentirsi intrinsecamente superiori, cosiddetti “suprematisti
bianchi” rei di colonialismo, schiavitù, omofobia, etnofobia. Come docente di
“sbiancamento” è stata scelta Robin DiAngelo per la quale la razza è come il genere
sessuale, un costrutto sociale creato dai bianchi per opprimere tutte le altre
minoranze, a partire dai neri. Ed il suo saggio “Fragilità bianca” è stato tradotto da
poco anche in Italia e nessuno osa mettere in discussione i codici etici: decidono
cosa è giusto e cosa è sbagliato in una deriva oramai fuori controllo. Tutte le
tragedie della storia e le dittature sono nate su valori cha al tempo erano
convincenti e dalla parte giusta ma avevano spesso un attore protagonista un
paranoico ma convincente e carismatico. Oggi i veri protagonisti sono loro, le
“piattaforme social”, in grado di manipolare miliardi di persone in un tempo
infinitamente più breve rispetto al passato. Quanta ipocrisia nel rivendicare il ruolo
degli Stati, quando la salute, l’informazione e la comunicazione sono totalmente in
mano a soggetti privati, quotati in borsa, espressione di patrimoni enormi, ma che
hanno un “codice etico” che tutela i loro clienti-utenti-fornitori. Un codice etico,
come osserva Bertolini, stilato dal “paranoico moderno” che non ha bisogno di
avanzate militari perché il mondo l’ha già conquistato con i suoi principi etici che si
diffondono più del virus infettando le menti di tutti coloro che dovrebbero essere
tutelati, in realtà manipolati e schiavizzati nonché colpevolizzati e condannati se si
permettono di dissentire minimamente dai principi del codice etico. Rischiamo la
dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione
dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo “oligarchi”. Bergoglio tuona che
“vaccinarsi è un dovere etico”. Il piano pandemico del ministero della sanità
decreta “I principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da
fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiore
probabilità di trarne beneficio” e vuole significare che con l’etica scegliamo chi
salvare e chi no! Come osserva Veneziani, nel mondo globale la tecnologia e la
finanza hanno massacrato, cercando di occultarne i cadaveri, tutti quei valori della
tradizione di una comunità lasciando un solo erede universale: l’etica! Perché se
perfino un Papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità
si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno
del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati
del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono vuol dire
davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana, giustiziera del pianeta. Interviene
dappertutto, decide discrimina, punisce, censura ma guai a parlare di Stato etico
perchè in odore di fascismo. E cos’altro sarebbe? Il richiamo costante alla bioetica,
all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici segna il dominio di
questo principio indeterminato. Ma chi decide, chi prescrive o proscrive quello che
va fatto, detto, pensato? Non una tradizione o un’esperienza storca consolidata,
non una religione o un Dio, né un dovere patriottico ma a stabilirla è una “casta”,
un’oligarchia in veste di tutori dello “Zeitgeist”, lo “Spirito del tempo”, i virtuosi
custodi dell’eticamente corretto, un nuovo “razzismo” che sorveglia la società e la
controlla come una cupola dividendola in due razze, una “dannata” e l’altra
“dominante”: il “razzismo etico” è più subdolo e invasivo del “razzismo etnico”!
Anche la giustizia è in mano ai “pasdaran” dell’etica: sentenze, divieti, condanne e
assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima
che delitti e reati. Ai custodi dell’etica anche l’errore è concesso in suo nome come
il fallimento di questa Europa in merito alle misure anti-pandemiche come l’acquisto
dei vaccini al ribasso a tutela delle farmindustrie francesi e tedesche, ai
provvedimenti in campo economico, alla sostanziale inconcludenza del loro
dispendioso moloch burocratico che non ha nulla a che vedere con l’unità politica e
gestionale degli Stati e che fa orecchie da mercante sui provvedimenti intrapresi da
quelle nazioni dominanti che a tempo debito alzano i muri dei loro confini per le loro
autarchie. Eppure tornando a bomba l’etica che abbiamo conosciuto dagli studi
classici, da Aristotele, a Spinoza a Hegel era una dimensione civile, culturale,
educativa fondamentale. Tuttavia assunta a regina solitaria del mondo, dopo aver
fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee,
somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile autoproclamato desta più di un
allarme e una profonda inquietudine. Perché può generare una spirale di
intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza
come gli eventi di questi anni recenti stanno a dimostrare con la “Cancel Culture”, le
rivolte dei “Black lives matter”, con il “multiculturalismo o col problema
dell’immigrazione clandestina. L’etica, continua Veneziani, è l’alibi di questo
“controllo globale” e a differenza della politica è al riparo dal consenso e dal
dissenso, impermeabile al voto, è perentoria, assoluta benché arbitraria, ci può
portare ovunque perfino alla liquidazione dell’umanità e all’avvento del
transumanesimo. Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto di
sottrarsi alla vita con l’eutanasia o il suicidio assistito nel nome della dignità alla vita.
Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in
primis la vita del nascituro. Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e
può essere etico al contrario dare priorità ai giovani. L’etica non può esistere senza
la passione della ricerca della verità! E la verità spesso fa male ma è questa che
dobbiamo glorificare a meno di scomparire in questo neomodernismo ove
assistiamo al primato della scienza e della tecnica sulla natura e sulla politica. Di qui
il problema: ma con quale morale è possibile rapportarsi agli eventi tecnico-
scientifici di oggi? La “morale cristiana” ha una storia grandiosa perché su di essa è
fondato l’intero ordine giuridico europeo e si qualifica come “morale
dell’intenzione” nel senso che per giudicare una persona occorre considerare
l’intenzione che ha promosso la sua azione ma in quest’epoca non è di grande
utilità; la “morale laica” potremmo riassumerla nella preposizione di Kant “L’uomo
va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo” ed anche questa è una
morale dell’ ”intenzione” anche se prescinde da qualsiasi riferimento teologico e per
questo “laica”. Agli inizi del secolo scorso Max Weber ha teorizzato una morale,
riproposta negli anni ’80 da Hans Jonas e si tratta della “morale della
responsabilità” che si contrappone a quella dell’ “intenzione”, perché dice Weber
non dobbiamo guardare alle intenzioni con cui gli uomini compiono le azioni, bensì
gli effetti delle azioni stesse, aggiungendo “finchè gli effetti sono prevedibili” ma va
detto che è caratteristica propria delle tecnica produrre “effetti imprevedibili”.
Nessuna di queste morali è oggi in servizio, né quella dell’intenzione più o meno di
riferimento teologico, né quella della responsabilità perché l’unico effetto
prevedibile è il “caos” che gioca un ruolo preponderante nell’entropia del nostro
sistema. Il profetico Norberto Bobbio amava dire “La computer-crazia non favorirà
la democrazia diretta e nulla uccide la democrazia come l’eccesso di democrazia” ed
abbiamo avuta la grillina piattaforma Rousseau per fortuna in condizione di malattia
terminale. Democrazia che si basa per definizione sul volere della maggioranza del
popolo trasmutata in dittatura della minoranza che non ha nulla a che fare con il
rispetto a lei dovuta in una società veramente democratica e liberale come
testimonia l’invasione delle nostre scuole e contesti socio-culturali delle teorie
gender che decostruisce il ruolo femminile per cui hanno tanto lottato, giustamente,
le vetero-femministe nella seconda metà del secolo scorso per dire con Bruckner “Il
femminismo del progresso si è trasformato in un femminismo del processo”. Tutta
la cultura, cinema, teatro, editoria è in subbuglio per descrivere, revisionare la
storia, tingere di un colore diverso la pelle bianca nelle storie, nei film, nei cartoon.
Qualche decennio fa il filosofo francese Pascal Bruckner pubblicò “Il singhiozzo
dell’uomo bianco” ove denunciava il sentimentalismo terzomondista che dominava
in una certa sinistra e l’autolesionismo di una elite bianca, consumata da un
delirante odio di sé, dall’idea che tutti i mali della Terra trovassero origine in
Occidente. Per questo venne attaccato come “vecchio maschio bianco
eterosessuale” ma ne ha fatto un motivo di fierezza e continua ancora oggi a
combattere i suoi avversari. Ed infatti lancia l’allarme per la progressiva decadenza
dell’Occidente e del progetto universalista dei Lumi, a benefico di una società
tribalizzata in preda ad una lotta di generi, razze e comunità dove l’uomo bianco è il
nuovo “Satana”. Molte neo-femministe americane cui le colleghe francesi si ispirano
presentano l’ “uomo bianco” come uno stupratore in potenza, ontologicamente
predatore ma tacciono quando a macchiarsi di aggressione sessuale sono le
minoranze arabe e africane che vivono in Occidente. Il nuovo “antirazzismo”
esaspera le identità, si concentra sul colore della pelle e resuscita un concetto di
razza che si credeva abolito, creando le condizioni di un nuovo “apartheid”: meglio
essere scuri che pallidi, omosessuali o transgender che eterosessuali, donne
piuttosto che uomini, musulmani anziché ebrei o cristiani, africani, asiatici e indigeni
piuttosto che occidentali, ed è in corso questa vasta impresa di rieducazione,
all’università, sui media, che chiede ai “bianchi” di rinnegare se stessi. Questi i nuovi
fanatici della “Cancel culture” che vogliono affossare l’Occidente e con esso l’uomo
bianco. Etica vò cercando….