fbpx

“Famiglia in crisi”, di Arcadio Damiani

Se consideriamo la “famiglia” il più piccolo nucleo sociale per converso ed
estensione quando parliamo della sua crisi dobbiamo riferirci ad una crisi ben più
profonda ed ampia ossia quella dell’intera società, del nostro modello di vita, delle
nostre abitudini relazionali, che negli ultimi decenni hanno subito una spaventosa
défaillance in termini di eccessi dei diritti e penuria di doveri.

Per nostalgia non
possiamo non rammentare l’importanza del “pater familias” come quella dell’
“angelo del focolare” riferendoci ai ruoli paritetici del genere maschile e femminile.

Questa istituzione vive oggi una crisi che non ha precedenti nella storia! Per paura
del futuro non si fanno più figli, vediamo nero in questo mondo surriscaldato ed
infetto fra “Climate-Change” e Covid, l’avvenire come una minaccia.

Il pessimismo
di una donna di 31 anni “Non voglio dare alla luce bambini in un mondo morente
anche se voglio ardentemente essere madre… Mi sento come se in buona coscienza
non potessi costringere un bambino a cercare di sopravvivere a quelle che
potrebbero essere condizioni apocalittiche”.

Paure destinate a moltiplicarsi e a
pesare sempre di più sulla scelta della maternità e paternità, come prevede
Matthews Mayerson dello Yale-College di Singapore e tra i cittadini statunitensi
sembra che una buona fetta abbia come motivo principale, alla resa del progetto
famiglia, il Climate-Change.

Nel 2019 decine di donne del UK hanno aderito allo
“sciopero delle nascite”, uno dei modi più efficaci per limitare la produzione di gas
serra nell’assioma “Green inclination, no kids”.

Estremizzazione se non riduttiva
interpretazione della “Decrescita felice” di Serge Latouche, economista e filosofo
francese, per il quale la qualità della vita non deve dipendere dal Pil, una critica
culturale dello sviluppo, dell’ossimoro “sviluppo sostenibile” che salva la religione
della crescita di fronte alla crisi ecologica, nell’idea di farci ritrovare il senso del
“limite” soprattutto per l’invadenza del capo economico finanziario sulle nostre vite.

Non decrescita per meno nascite!

In Italia siamo meno ideologizzati, forse più
pragmatici ed è soprattutto l’incertezza economica scatenata dalla pandemia a far
crollare i parti.

Già siamo in trend negativo nascite/morti e a fine anno i nuovi nati
sarebbero 408.000 contro i 420.000 del 2019, e in previsione secondo l’Istat nel
2021 le nascite scenderebbero a 391.000.

Fa da contraltare Alessandro Rosina,
docente di “Demografia” all’Università cattolica di Milano “Una natalità bassa come
la nostra ha varie conseguenze negative, tra cui meno sostenibilità del sistema
sociale, minori investimenti sulla formazione dei giovani e sulle soluzioni innovative
per un uso più efficiente delle risorse del pianeta.

Più giovani ci saranno a dar forza
al cambiamento e meno si potrà essere pessimisti sul futuro dell’ecosistema”.

Ma
l’epidemia e la crisi economica prodotta dalla misure restrittive anti-contagio non
hanno fatto altro che colpire innanzitutto le fasce più deboli della popolazione e dunque pure dell’infanzia, facendo lievitare i casi di “rifiuto” (circa 400 ogni anno i
neonati rifiutati alla nascita e quindi abbandonati negli ospedali italiani, se non
rinchiusi in buste di plastica e gettati in un cassonetto) motivato dalla mancanza di
risorse economiche adeguate alla cura della prole.

La pestilenza che avrebbe
dovuto renderci migliori, ci ha resi invece più soli e disperati.

Il nostro Paese vive
sull’orlo di una crisi di nervi: una larga e profonda “depressione” attanaglia la gente
nei suoi più intimi alveari, da quella strisciante e sommersa a quella che abbisogna di
psicofarmaci.

A ciò si aggiunge la comunicazione dei media che stigmatizzano la
“famiglia” come fonte di tutti i contagi, la vita in casa fino a ieri considerata un
rifugio di sicurezza.

Invertendo la realtà perché sarebbe la “danneggiata finale” dai
luoghi pubblici e dai trasporti mentre si glorifica come virtù la mancanza di relazioni,
il pregio della vita da soli con la famiglia quale luogo più infido e pericoloso!

Apriti cielo se qualcuno prova a porre rimedio in termini di assistenza anche economiche
a donne gravide in franca povertà.

Guai a chi vuole intrepretare fino in fondo i
dettami della legge 194 sull’aborto come recita il suo articolo 5 “Si prescrive il
compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della
gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche e sociali o
familiari sulla salute della gestante, di esaminare le possibili soluzioni dei problemi
proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della
gravidanza offrendo tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza che dopo il
parto”.

E proprio in base a questo conteso che la Regione Piemonte ha dato via
libera a convenzioni con associazioni a sostegno della maternità e con la sua
avvocatura che ha bloccato il “colpo di mano” del ministro Speranza che con la sua
circolare ministeriale consentiva di estendere i limiti di utilizzo della pillola abortiva
Ru486 dalla 6° alla 9° settimana ammettendo la sua somministrazione anche negli
ambulatori e non in ambienti controllati che possano avvertire e curare le sue
complicanze.

Questo significa stare dalla parte delle donne! E non come Monica
Cirinnà la senatrice che sta dalla parte delle donne sostenendo l’utero in affitto e
l’identità di genere “misure di elementare civiltà”.

Come osserva il neurochirurgo e
neuropsichiatra Massimo Gandolfini, leader del comitato “Difendiamo i nostri figli”,
c’è da chiedersi a quale tipo di civiltà ci si possa riferire nel momento in cui si
legittima un’azione che allarga i tempi di una soppressione di una vita innocente e
nel contempo mette a maggiore repentaglio la vita di una donna che pratica l’aborto
“fai da te”.

E si chiede quando mai avremo la fortuna di ricevere la risposta alla più
semplice domanda: chi ci perde se nasce un solo bimbo in più? Non ci perde la
donna perché ha una scelta più libera e consapevole di interrompere la gravidanza
se non costretta dall’essere abbandonata solo a se stessa ma supportata anche sul
piano economico e sociale; Non ci perde neanche il nostro Paese, sterilizzato emummificato dalla denatalità; non ci perde il welfare che ha bisogno come il pane di
lavoro e consumi; non ci perde la legge 194 che troverebbe la sua piena attuazione;
non ci perde il bimbo salvato dai pesticidi chimici.

Bellissimo il caso di Molly la
neonata che ha 18 mesi meno della mamma, nata da un embrione congelato 27
anni fa e ci fa capire come sia importante l’essere umano se chi per infertilità è stato
aiutato dalla scienza, quella per la vita, a coronare il sogno di una famiglia con la
bimba che sta bene.

Il fatto tuttavia che se ben conservati gli embrioni possono
essere custoditi indefinitamente qualche dubbio lo pone.

Certo ognuno ha la libertà
di pensare come vuole e di avere le sue opinioni personali su cosa sia la “civiltà” e la
storia è zeppa di strumentalizzazioni vergognose di questo valore dal razzismo
all’eugenetica ma salvare una vita è sempre la vera cifra della civiltà umana liberata
dalla schiavitù ideologica.

Fermare l’inverno demografico è un’urgenza non più
rimandabile come dice l’assessore Elena Franceschini in un comune del bresciano.

E tanti altri Comuni si stanno attrezzando come Todi che puntano alla creazione di un
“Fondo di solidarietà” per le donne in difficoltà economiche che scelgono i portare
avanti la gravidanza, non supportate dallo Stato centrale.

Ma il buonsenso, che
necessita riflessione profonda, è stato sostituito dal più immediato, spiccio,
cortocircuito “ideologico”, il tavolo di confronto sostituito dalla piazza ove
diversamente dal primo in cui ci siede una minima competenza o istruzione, la
piazza è aperta a tutti come testimonia in maniera brillante la piattaforma Rousseau
col suo laconico fallimento della regola “uno vale uno”.

Ideologie pure quella post
sessantottina, quella malthusiana di bloccare le nascite per il pericolo di
sovrappopolazione, quella che un nuovo nato non fosse sempre un dono ma una
sciagura, quella del sesso “usa e getta” sganciato dalla procreazione con ovulazione
bloccata chimicamente o naturalmente dalla eccessiva magrezza delle modelle,
quella del narcisismo spinto che riduce la gravidanza al terrore di ingrassare, come
certe attrici che commissionano “gestazioni per altri”, ossia affittano l’utero di
qualcun’altra.

E poi è arrivata Greta col suo “Riprodursi è fare un dispetto al Pianeta”.

In Georgia esiste uno strampalato monumento costituito da 5 blocchi di
marmo che ne reggono un sesto chiamato “Guidestones” imitando Stonehenge,
questo sì grandioso, il primo vergognoso come una chiesa gotica in cartongesso.

Su questi blocchi sono scolpiti i “nuovi 10 comandamenti” in otto lingue: 1-Mantenete
l’umanità sotto i 500 milioni, in equilibrio perpetuo con la natura (trovate il modo di
scartare le eccedenze ad esempio con un etnocidio!); 2-Controllate la riproduzione
in modo saggio, migliorando l’efficienza e la diversità della specie (spingere
l’eugenetica!); 3-Unite l’umanità con una nuova lingua viva ( rendere l’uomo amorfo
e zombie possibilmente con una lingua digitale del tipo Alexa); 4-Dominate passione,
fede, tradizione e tutte le cose con ragione temperata( solo catena di Dna sul documento di identità); 5-Proteggete tutte le persone e le nazioni con leggi eque e
corti giuste ( Corte universale e unica: giustizia secondo “l’Homo Deus”); 6-Lasciate il
governo interno alle nazioni e le dispute internazionali ad una corte mondiale (E’
chiaro per 500 milioni di cittadini ne basta e avanza una); 7-Evitate leggi futili e
funzionari inutili (decide solo il Gran Muftì); 8-Mantenete i diritti personali in
equilibrio con i doveri sociali (attenersi alle avvertenze del “bugiardino”); 9-Non siate
un cancro sulla Terra, lasciate spazio alla natura( con soli 500 milioni di abitanti hai
voglia alla natura che si espande, il problema sarà la comunicazione interpersonale
anche questa in disuso se non vietata) e soprattutto alla semianalfabeta Greta che
se ne va in giro in catamarano costato come un ospedale africano.

Succo del
messaggio “scolpito”: distruggere la fertilità!

Questa già in crisi per conto suo per
l’età più avanzata della gestante e le miriadi di sostanze chimiche nei farmaci e nei
cibi oltre al magma elettromagnetico che dovrebbero spingere uno spermatozoo a
vestirsi da marines nella guerra per raggiungere la meta.

Grande America!

Siamo abituati alle foto “choc” ma solo a quelle propinate dal governo come quella del
vecchio morente intubato in terapia intensiva, con un voyerismo del dolore
diventato “chic” e da Oliviero Toscani come quella della modella anoressica pelle-
ossa di 30 kili, un vero pugno allo stomaco, o quella del 1993 raffigurante un pube e
un sedere in primo piano marchiati con la sigla “HIV positive” per descrivere una
società che discriminare i sieropositivi.

Guai a pubblicare un manifesto dei “Pro Vita” come quello che simula una donna-Eva che muore per aver morso la mela
avvelenata dalla Ru486 e la scritta “Stop alla pillola abortiva” ma i progressisti,
sempre geneticamente affetti da schizofrenia dissociativa, la salute va imposta a
difesa dal Covid ma non dalla pillola abortiva, come le loro campagne di odio (v.
Saviano) contro il pensiero diverso ma sempre protettivi con le malefatte dei centri
sociali o degli immigrati.

Rispettano le donne “sinistre” e demonizzano insultandole
le donne “destre” (v. Meloni, Ravetto). Loro possono “provocare” i liberali non
s’azzardassero!

E subito è scattata la protesta dei “migliori” per togliere i manifesti.

Analoga sorte per i manifesti Pro Vita comparsi a Roma nel 2018 dove era
raffigurato un feto col suo cordone ombelicale e la scritta “Se vuoi salvare i pianeta
salviamo i cuccioli d’uomo”.

Troppo scioccante, atto di violenza, diritti alla gogna o in
tribunale, non può essere considerato un “monito” ma il vecchio morente sì!

E Milano censura i manifesti “Pro Vita”, pur ammettendo il Comune di non avere il
potere di rimuoverli, ma alla faccia della democrazia, opera una “moral suasion” sul
concessionario allo scopo di oscurare il messaggio per conto di gruppi di cittadini
sconvolti (Saviano, il Pd e un pugno di associazioni di sinistra) alla faccia degli altri
cittadini che non hanno possibilità di esprimere le loro idee.

Se questa non è censura in che altro modo definirla? Si dovrebbe indire un “festival dell’assurdo” ed ho qualche idea di chi farebbe il botto!

Allora facciamo tutti uno sforzo e cerchiamo di ridare importanza alla famiglia per la sopravvivenza della nostra società e che non è solo aggregazione di persone affini ma che ha le sue regole e le sue
responsabilità dove tutto è gratuito, sussidiario, ma che può costare molto caro.

Perché, secondo un rapporto “Caritas” 4 milioni di italiani “under 40” vivono a casa
con mamma e papà causa la precarietà economica che non permette l’indipendenza
dei nuovi giovani e la pandemia che non aiuta con 9 milioni di persone che vivono in
alloggi inadeguati.

Ci auguriamo uno sforzo comune, non so quanto efficace, sia dei
genitori che dei figli, tutti e due con enormi carenze culturali, sociali ed
organizzative.

Col più grosso dilemma: i genitori sanno educare i figli così
“connessi”, così “sconnessi”?

Da quel che vediamo tutti i giorni si fa sempre più
chiara l’evidenza del profondo abbandono in cui versano i nostri figli: parcheggiati
sui social con la figura di riferimento del genitore che gioca col cellulare.

Nessuna parola, discorso, condivisione di prossimità, solo socialità virtuale.

Questa è la prateria in cui galoppano i bambini, senza una guida e senza una futura coscienza
del bene del male, in attesa del prossimo lecca-lecca elettronico.

Dov’è finita l’educazione paziente e quotidiana? Genitori? Latitanti, assenti!

Ricordo ero al
mare e leggevo sotto l’ombrellone quando ho sentito a poca distanza una signora
che parlando con un amica le confessava che un giorno non trovando più il suo
cellulare era così terrorizzata di più se si fosse smarrito il figlio! Sticazzi!

Chiara Pazzaglia presidente delle Acli di Bologna ha passato mezza giornata in una scuola
elementare per celebrare il 20 novembre la “Giornata mondiale dei diritti
dell’infanzia”, per parlare di “Economia etica”.

Risultato: 15 su 20 hanno un proprio
cellulare, 6 hanno una pagina Instagram, 15 usano Tik-Tok (social network cinese) e
per Natale chiedono quasi tutti tablet e consolle di videogiochi, solo una ha chiesto
la macchina per il gelato!

Sono convinti che le fragole siano un frutto invernale, che
le patate siano un frutto a forma di bastoncino, che le banane originino dal Sud
Italia.

Da grandi vogliono fare gli You Tubers o le Influencer e se hanno qualcosa da
chiedere preferiscono farlo con la maestra.

Anche in tal caso avessero guide
“valide” che prendono a cuore i loro problemi e la professionalità indispensabili
starei anche zitto, come ai miei tempi quando gli ambienti famigliari erano ricchi di
povertà e incultura, ma il maestro era un punto di riferimento, autorevole, che ha
permesso la crescita morale e culturale delle nuove generazioni arrivate poi a
risultati strabilianti e che hanno permesso la rinascita postbellica del nostro Paese.

Oggi la scuola fa acqua da tutte le parti, volutamente bucherellata nei suoi serbatoi,
malconcia nella sua edilizia, per creare tanti fuchi e ben poche api regine, queste
difficili da manipolare e sempre più migrati in altri lidi.

Scuola e genitori molto
spesso in conflitto di “competenze” e di giudizi e con i ragazzi che non sanno a chi santo votarsi.

Forse ha ragione lo scrittore americano Rick Riordan quando afferma
“Le famiglie sono un disastro e le famiglie immortali sono un disastro eterno”.

Un tempo la famiglia non era una cosa importante, era “tutto”! “La prima cellula
essenziale della società umana” per papa Giovanni XXIII e la “Patria del cuore” per
Giuseppe Mazzini, il luogo di mutuo soccorso e condivisione nella gioia e nel dolore,
in ricchezza e povertà, in salute e malattia, la base della nostra religione cattolica
con la “Sacra Famiglia”.

Oggi tutto sembra essere un problema in famiglia: la nascita
del primo figlio o del secondogenito, la gestione di un adolescente che va male a
scuola o quello della ragazzina che passa ore sul suo telefonino sognando di
diventare una modella.

Per non parlare del cambio di casa o del lavoro.

Vita normale se permettete ma diventa un problema ogni evento disallineato dal piacere o
dall’acqua cheta.

Allora si ricorre all’analista per colmare le interazioni divenute
tossiche con i figli che usano la madre per arrivare al padre o genitori che usano i
figli per far arrivare messaggi al partner.

Il mestiere del genitore non è facile o sono
assenti o troppo presenti, pressanti e invadenti.

Il risultato? Semplice i figli sono
senza guida, incapaci di comprendere la differenza tra il bene e il male, il lecito e
l’illecito, il morale dall’immorale.

Pian piano costruiscono quello che Umberto
Galimberti definisce “L’ospite inquietante”, il canovaccio comportamentale
nichilista.

Diceva lo scrittore Jules Renard, autore di “pel di carota” “Non tutti hanno
la fortuna di essere orfani” per affermare che in quella sventurata condizione umana
vi può essere la luce della propria crescita e maturità evitano il danno di una
genitorialità molto poco gratificante o edificante.

Una coppia di giovani fidanzati
viene massacrata a Lecce da un giovane loro amico, senza motivo.

Altra coppia a
Prato subisce una mattanza da parte di un loro amico senza motivo, un ragazzo a
Colleferro pestato a morte da alcuni energumeni, senza motivo.

Un bambino di 11
anni a Napoli si suicida lanciandosi dall’undicesimo piano, senza motivo.

Casi diversi
e patologie differenti ma un solo filo conduttore: chi uccide anche se stesso non è
mosso da niente di vero e reale, solo frutto di costruzione mentale fuori dai ranghi
come l’invidia della semplice felicità altrui, il delirio di onnipotenza fisica verso il più
debole, l’imitazione di figure macabre nei social come Jonathan Galindo, il simil
Pippo incappucciato che ti chiede di seguirlo all’inferno compartecipe un
sonnambulismo dissociativo del sognare ad occhi aperti.

Come definire questi casi?

Veneziani propone di chiamarli “nichilicidio”, ammazzare per niente, ancora più
grave dei “futili motivi”. Cosa abbiamo donato ai nostri figli? La libertà!

Ma non quella antica del “vò cercando” dantesco, quella di oggi è l’aberrazione concettuale
di ogni pallida motivazione di vita, di ogni visione che giustifichi l’esistenza, le dia un
senso o un compito, una proiezione. Religione espiantata e perdita del timor di Dio,
sradicato il legame comunitario con una comunità, patria o famiglia; perdita di ogni

orizzonte ulteriore, inaccessibilità di ogni apertura spirituale, culturale, metafisica,
vuol dire vivere isolato in un deserto, senza motivo, nella demente euforia del tuo
spietato narcisismo che fa del male il tuo piacere: finalmente liberi e semplicemente
“bestiali”.

Inutile dire che tanti dovrebbero fare un esorcistico “mea culpa” a
partire da quelli che in sordina hanno minato le fondamenta del vivere insieme
perché nessuna strada non ha un percorso, nessun fiume non ha sponde, nessun
legame non ha la sua storia motivazionale.

I genitori non sono una categoria umana
a parte, sono loro la società, la scuola, il lavoro, altro che l’ “Imagine” di John
Lennon che prevedeva una società di pace universale scevra da ogni punto di
riferimento!

Come potremo oggi riprendere tutti questi fili che possano rianimare i
personaggi di una pur minima rappresentazione teatrale godibile dai più? Il quadro
è piuttosto fosco con una politica in mano alla più bieca stupidità e incompetenza
con minoranze che dettano legge, in mano ad una magistratura ridicola, grottesca e
corrotta, una Chiesa che ha radicalmente abdicato alla sua missione “spirituale” ed
immersa in un “temporale” da brivido che non le spetta, una Costituzione che tutela
il “reato” non la giustizia con le sue corti e leggi l’un contro l’altri armate, un potere
mediatico che rulla i tamburi della censura a tutto spiano.

“Ci sono ansie e paure, la
stessa resilienza che confligge con l’idea superomistica che si sia invincibili ed
esonerati dall’esperienza traumatica del fallimento”, è questo il contesto in cui
vivono i giovani di oggi secondo Paolo Maria Reale, Rettore del Convitto Nazionale
di Roma.

E poi c’è quella violenza, fisica e verbale che gioca un ruolo dirompente e
che impone una riflessione “Siamo di fronte ad un’urgenza educativa che chiede
testimoni credibili di valori positivi”.

ANCORA NESSUN COMMENTO

I commenti sono chiusi