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“Fratelli tutti”, a cura di Arcadio Damiani

"Fratelli tutti", a cura di Arcadio Damiani

È l’ultima enciclica di papa Francesco e non si può non essere d’accordo sulla necessità di una fratellanza universale che coinvolga proprio tutti gli abitanti della Terra e che ponga fine ai troppo numerosi conflitti che ancora oggi si manifestano in ogni angolo del Globo, proponendo un’alleanza fra fedi e culture per cambiare il mondo e se nella relazione della “Laudato sì” il Papa ha avuto come fonte ispiratrice suo “fratello” Bartolomeo, il patriarca ortodosso che ha proposto con molta forza la cura del Creato in quest’ultima enciclica si è sentito stimolato dal grande Imam Ahmad al Tayeb col quale ha ricordato che “Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”.

Ed è un fatto storico molto importante perché per la prima volta il capo della Chiesa sottoscrive un documento a “quattro mani” con un altro leader religioso, per di più islamico, aprendo scenari nuovi sul piano spirituale e politico e parla anche di Gandhi, Martin Luter King, Desmond Tutu, del monaco Charles de Foucauld che “andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano”.

Infine il testo si inscrive in quella continua rivisitazione di San Francesco di cui ricorda “la sua visita al Sultano Malik al Kamil in Egitto, visita che comportò per lui un grande sforzo a motivo della sua povertà, delle poche risorse che possedeva, della lontananza e della differenza di lingua cultura e religione. Tale viaggio in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti”.

Trasversalità e vicinanza spirituale per combattere le distopie del tempo presente: dal dominio della finanza al capitalismo della sorveglianza costruito intorno all’onnipotenza della rete, dalla crescita delle disuguaglianze alla costruzione di barriere per escludere poveri e migranti, mettendo al centro, all’opposto, la salvaguardia degli ecosistemi, i diritti umani, una società aperta e plurale, il lavoro.

Questa la nuova dottrina sociale della Chiesa bergogliana. Il concetto di “cittadinanza” scrive il Papa si basa sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia e per questo “è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto di “piena cittadinanza” e rinunciare all’uso discriminatorio del termine “minoranze” che porta con sé i semi del sentirsi isolati discriminati e dell’inferiorità”.

E parla del “populismo” come “una violenza potenziale in quanto rappresenta l’espressione dell’egoismo nella sua dimensione politica che sfocia in forme di egoismo collettivo, da qui si arriva al nazionalismo e infine alla guerra, a nuovi conflitti” e la strada per evitarli secondo Francesco non è utopica e propone ad esempio una riforma dell’ONU ove prevalga la forza del diritto sul diritto della forza altrimenti è una giungla e non nasconde critiche al sistema economico globale come è strutturato, a forme pervasive di capitalismo che collocano il mercato e il profitto ai primi posti della scala dei valori collettivi, quasi come fossero idoli o feticci intangibili.

Come non deve essere intangibile la “proprietà privata” in quanto subordinata al principio della “destinazione universale dei beni della Terra” e al “diritto di tutti al loro uso”. E riporta alla considerazione dell’importanza del “lavoro” quale forma di emancipazione dalla solitudine sociale, dall’emarginazione, strumento capace di restituire un’identità individuale e collettiva “in una società realmente progredita il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non è solo un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo di crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere se stessi, per condividere doni, in definitiva per vivere come popolo”.

Come si fa a non essere d’accordo col Pontefice? Tutto logico e desiderabile ma la sua condotta appare finalizzata a questi scopi e soprattutto crea unità d’intenti fra i fedeli o viceversa non appare talora divisivo e di non univoca interpretazione? Una cosa riluce in tutta la sua evidenza: il caos che regna nelle stanze vaticane nella lotta non più oscurabile fra un’ala progressista e una conservatrice delle alte gerarchie ed il Papa per gran parte delle sue esternazioni appare molto più ascrivibile alla prima che alla seconda.

Ed il vaticanista Aldo Maria Valli che ben conosce l’ambiente parla di un pontefice che ha metodi da “junta” facendo saltare teste in base all’umore. E denuncia che le finanze vaticane sono senza pace da decenni: basta pensare al licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi che voleva fare pulizia dello Ior o risalendo fino agli anni ’70 al coinvolgimento del monsignor Paul Marcinkus nel crac del banco ambrosiano ed in altre vicende oscure. Nelle casse vaticane confluiscono da tutto il mondo somme enormi ma molti amministratori hanno fatto in modo di non dover rendere conto a nessuno. Ne sa qualcosa il cardinale George Pell, ostacolato dal segretario di Stato Pietro Parolin e dallo stesso Becciu volendo centralizzare le finanze della Santa Sede e trovandosi di fronte a conti che nemmeno esistevano o stilati in modo approssimativo in una situazione del tutto anarchica. E Pell finì travolto dal processo per abusi in Australia in cui alla fine è stato assolto. Altro agnello sacrificale monsignor Carlo Maria Viganò che tentò di razionalizzare le spese e di stroncare il clientelismo e parlò col Papa di sperperi di denaro fenomeni di corruzione e operazioni finanziarie o appalti opachi per essere poi allontanato e trasferito negli Stati Uniti come Nunzio.

Ed è ovvio che chi lavora per la trasparenza viene estromesso in quanto le amministrazioni vaticane voglio restare svincolate da ogni controllo inclusa la Segreteria di Stato. Ed è il Papa che fa? Dal momento che tutti i principali incarichi nella curia romana sono ricoperti da persone scelte da lui adotta solo provvedimenti repentini che di tanto in tanto fa saltare qualche testa e lo stesso Becciu si è lamentato di questa sorta di giustizialismo e non è improbabile pensare che il problema stia proprio nelle caratteristiche psicologiche di questo pontefice perché il vaticanista rileva dai suoi più stretti collaboratori come Francesco passi rapidamente dall’entusiasmo per una persona alla sua condanna tagliando teste poggiandosi sul “mi dicono” in un clima da “Junta” sudamericana.

Ma da dove dovrebbe partire la pulizia delle finanze vaticane? Dall’indagine affidata tre cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi da Benedetto XVI avendo quest’ultimo consegnato a Bergoglio uno scatolone pieno di documenti di cui non si parla più! Nella vicenda dell’immobile di Londra colpisce la facilità con cui gli investitori ecclesiastici sono stati avvicinati da speculatori inaffidabili proprio perché la mancanza di trasparenza e la sensazione di essere svincolati da ogni regola attirano i disonesti. Ed è risaputo che monsignor Becciu da Nunzio apostolico in Angola intratteneva frequentazioni amicizie quantomeno sospette e possibili investimenti nel petrolio.

Il tutto si è risolto facendolo rientrare in Italia. Per non parlare del monsignor Gustavo Zanchetta accusato in Argentina di abusi sui seminaristi ma nonostante il sinodo sugli abusi ove è emersa una volontà punitiva quasi giustizialista il monsignor in questione continua a ricoprire un incarico gerarchico vaticano. In questa totale mancanza di trasparenza e di rigore si vede un grande calo di fiducia nelle gerarchie che si sta trasformando in un calo di donazioni per avere finalmente “una Chiesa povera per i poveri” e qui al vaticanista sorge un dubbio: non è che destrutturando il governo centrale della Chiesa, togliendo anche risorse, ci troviamo di fronte ad una Chiesa sempre più annacquata, mescolata al mondo, priva di identità, sempre più simile a una grande Ong? Quella della Chiesa povera per i poveri è una retorica assurda! Per evangelizzare, la Chiesa ha bisogno di risorse a deve trovarli in modo onesto e trasparente. Francesco ha annullato l’incontro col segretario di Stato americano Mike Pompeo molto critico nei suoi confronti per la sua scelta incomprensibile di cedimento al regime comunista di Pechino.

Nelle relazioni dalla Cina parlano di un peggioramento delle condizioni dei cattolici da quando è stato firmato l’accordo con il regime due anni fa. Rinnovarlo oggi sarebbe perseguire sulla stessa linea ed è ancora secretato per chi dovrebbe conoscerlo come il povero cardinale Joseph Zen perché qui è in gioco la “libertas Ecclesiae”. Scendere a compromessi con il regime significa anche mancare di rispetto a schiere di martiri come Kung Pinmei o Giulio Zhiguo per anni imprigionati e il primo morto in esilio. Basti pensare che personaggi di spicco in Vaticano come l’arcivescovo Marchez-Sorondo, molto ascoltato Francesco, dicono che “la Cina è il paese nel quale la dottrina sociale della Chiesa applicata meglio”: follia pura che va urlata del nome di chi in Cina tutti i giorni patisce la persecuzione! Padre Bernardo Cervellera missionario e direttore di “Asia news” è d’accordo con il segretario di Stato Mike Pompeo quando denuncia la violazione dei diritti umani in Cina.

Sia i cattolici ufficiali che quelli sotterranei non riconosciuti dal governo parlano di situazione soffocante. La cacciata dei sacerdoti dalle parrocchie è assai frequente e riguarda tutti i preti che rifiutano di firmare il documento sul riconoscimento della “Chiesa indipendente” dal Vaticano ma “dipendente” dal partito comunista. In pratica l’accordo col Vaticano trasforma i sacerdoti in “funzionari di Stato” che accettano la supremazia del Partito, devono contribuire allo sviluppo del Comunismo, evitare i rapporti con gli stranieri anche cristiani, vietare ai minori di 18 anni di entrare in chiesa e di ricevere educazione religiosa ed esercitare il ministero solo fra le mura della parrocchia. Per tenersi aperto questo rapporto con la Cina il pontefice è disposto anche a “svendere” tutto come osserva il cardinale di Hong Kong Zen. Allucinante la riscrittura del Vangelo secondo il Partito Comunista Cinese: in un libro di testo destinato alle scuole secondarie pubblicato dall’editrice governativa, vi è una leggera modifica alla versione originale contenuta in Giovanni 8,1-11. Quando la folla sembra rinunciare all’idea di punire l’adultera Cristo improvvisamente esclama “Anch’io sono un peccatore. Ma se la legge potesse essere seguita solo da uomini senza macchia la legge sarebbe morta”. E si accanisce sulla donna fino ad ucciderla. Praticamente un Gesù assassino e non come lo conosciamo da un paio di millenni in occidente! E lo fa in nome della superiorità della legge, secondo una teologia con caratteristiche “cinesi”, secondo il culto positivo ed immanente dello Stato, lo fa in nome di Cesare o di Mao o di Xi Ping, un capovolgimento integrale della rivoluzione filosofica cristiana: che fine ha fatto l’autorità morale della chiesa bergogliana secondo il “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?”?

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