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“Giovani e la scuola”, di Arcadio Damiani

Alcuni dati. I “Neet” acronimo anglosassone “Neither in Employment or in Education
or Training” per definire i giovani che non studiano, non lavorano né seguono
percorsi formativi. In Europa sono il 13,4% ma in cima al podio c’è l’Italia col suo
24,1% mentre a livello nazionale il primato va alla Sicilia con il 38,6%, seguita da
Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Basilicata. Già si osserva il divario Nord-Sud
con le regioni del Nord che hanno un tasso di occupazione giovanile del 37,8%
superiore alla media italiana. Quello della “formazione” è un tema cruciale ed è
stata la parte più discussa nel dibattito sul “reddito di cittadinanza” ed in questo la
politica è molto parolaia e molto poco conclusiva! Bisogna formare i giovani secondo
le richieste specifiche del mercato globale ma anche i “formatori” devono essere
all’altezza e preparati. Come riporta Claudio Brachino nel suo pamphlet “Avere o
non avere. Il miraggio dell’uguaglianza nella nostra democrazia” si fa un gran
discutere fra “Apocalittici” ed “Integrati” sull’ultima rivoluzione industriale
dell’Homo Sapiens (ultima perché fra poco non ci sarà più l’homo sapiens), quella
dell’industria 4.0 con l’avvento della intelligenza artificiale. I primi dicono che nel
mondo scompariranno milioni di posti di lavoro, i secondi che gli esseri umani
devono adattarsi alle nuove possibilità. Tim Cook, il CEO di Apple, ha detto che la
lingua universale del futuro sarà il “coding”, ossia la “programmazione informatica”
che i nostri bambini devono apprendere fin dalle elementari e sviluppare il
cosiddetto “pensiero computazionale”, l’attitudine a sviluppare problemi più o meno
complessi, anche attraverso l’interazione con i robot e abituare il nostro cervello a
procedere come un computer utilizzando il suo stesso linguaggio, per la gioia della
rivoluzione transumanistica di Kurzweil. L’agricoltore moderno guiderà un trattore
avveniristico zeppo di schermi, a basso impatto ambientale, che indica i tempi, la
via, la cura, le diagnosi delle coltivazioni e la sera si siede al desco non per
consumare la zuppa di fagioli nella terrina di coccio preparata dalla moglie, come nei
tempi andati, ma per rivedere e memorizzare i dati utili della giornata magari
addentando distrattamente un sandwich. Apprezziamo l’invito del capo di Apple,
una sorta di anelito all’uguaglianza almeno educativa, un’apologia della lingua
universale, nel tutti connessi ma non tutti uguali! I Neet in Italia sono circa 3
milioni, hanno fra i 18 e i 35 anni ed hanno abolito il concetto di “futuro” e se a loro
aggiungiamo i milioni di giovani che un lavoro bene o male ce l’hanno, ma
guadagnano veramente una miseria, spesso anche precari, si capisce che siamo in
presenza di una bomba sociale che tuttavia ha un suo “spread” ossia la differente
condizione sociale dei giovani del Nord e di quelli del Sud: nel 2018 l’occupazione al
Nord è cresciuta del 2,3%, al Sud è diminuita del 4% e qui solo il 28% pensa di
rimanere nella propria città mentre il 43,4% è convinto di trovare lavoro in un’altra regione italiana. Altra voce dello spread è quella dell’accesso all’università e la
possibilità di concludere il corso di studi: la media europea è del 40%, quella del
Nord del 30%, quella del Sud del 21,6%. Complessivamente il nostro Paese è al 18°
posto in Europa per incidenza di laureati e molto elevato il tasso di chi abbandona
l’università e nel decennio 2008-2017 l’occupazione giovanile è diminuita di 11
punti, il peggioramento più significativo nei Paesi della UE, in Germania nello stesso
periodo è aumentata più del 2,5%. Chiaro quindi che la scuola è fondamentale per
il futuro di un Paese, che va ripresa quanto prima, anche durante questa emergenza
pandemica, perché la didattica a distanza (Dad), oltre a sfinire di sforzi le famiglie, e
decostruire la crescita adolescenziale, non sostituisce degnamente l’insegnamento
in classe. Riaprire le aule è necessario per non lasciare sprofondare i nostri ragazzi
nell’abisso dell’ignoranza, dove peraltro stanno già annegando visto che da tempo
gli studenti italiani sono tra i meno preparati dell’Occidente. Tutti lo sanno ma nulla
è stato fatto da questa compagine governativa per rendere possibile la sicurezza a
scuola, con trasporti adeguati, ingressi differiti, docenze alternate. Ma non è affatto
l’emergenza virale che stiamo vivendo che giustifica la malattia cronica della
scuola, quella può solo mettere in luce i suoi molti vizi e le sue poche virtù. Se uno
studente di qualsiasi ordine e grado è un somaro la sua ignoranza si manifesterà sia
in presenza che da remoto, una non-cultura giovanile che sembra ispessirsi con un
ritmo inesorabilmente crescente. E sarebbe ingeneroso e scorretto attribuire una
mole così consistente di ignoranza solo a lezioni on-line. La riflessione dev’essere più
ampia sia sulla deriva culturale e del linguaggio che coinvolge le nuove generazioni,
sia mettere sotto la lente il ricco repertorio di situazioni che riguardano le modalità
d’insegnamento, i concorsi, i consigli di facoltà, in pratica la preparazione e la qualità
del corpo docente troppo prono ai diktat di indottrinamento che hanno poco o nulla
di formativo. E con la Dad si tocca il fondo come nel 1968 scriveva Agostino Viviani,
noto marxista “Il docente, autentico despota, segue il mandamento o decide il
contenuto dei corsi senza fornire a riguardo spiegazione alcuna. Inoltre la lezione si
riduce ad un monotono soliloquio. Lo studente è un uditore, che può capire o non
capire, essere convinto o meno, avere o non avere idee da esprimere; il professore va
per la sua strada che è un binario a senso unico…Questo sistema si colloca
perfettamente in una società classista perché tende a schiacciare la personalità dello
studente, ad abbassare la soglia del potere critico, a scoraggiare ogni atteggiamento
autonomo”. Come dargli torto? E vorrei che i troppi intellettuali del politicamente
corretto e radical chic rileggessero le pagine di questo rivoluzionario “sessantottino”
per comprendere di come hanno ridotto la scuola, altro che proteggere i propalatori
di odio dissenziente alla Saviano! Ma siamo in pieno regime Minculpop come narra
la storia di Alfonso D’ambrosio, preside a Vò Euganeo messo sotto inchiesta disciplinare per aver manifestato sui social alcune critiche civilissime al ministro
dell’Istruzione, come il numero degli studenti positivi in relazione alla popolazione
scolastica anziché al totale dei contagiati, o i trenta dirigenti scolastici scelti dalla
Azzolina senza una specifica rappresentatività o sulla reale utilità dei banchi a
rotelle. L’amarezza di D’Ambrosio è ancora più giustificata se si mette in relazione la
sua vicenda a quella della prof Rosa Maria Dell’aria che avrebbe consentito ai suoi
studenti, in un compito, di fare un paragone fra Hitler e i decreti Salvini, sospesa
sotto Bussetti ma difesa e reintegrata dalla Azzolina perché “la libertà
d’insegnamento va esercitata senza condizionamenti”. Altra ennesima prova della
inadeguatezza della guida attuale della scuola! Ora ammesso che si possa governare
a singhiozzo l’economia di un grande Paese, alternando autorizzazioni e divieti,
ristori ridicoli e bizantini, di certo non si può gestire con queste modalità ballerine il
mondo della scuola e dell’insegnamento a meno che non si abbia l’obiettivo di
distruggerlo senza dirlo. Sul malessere delle famiglie a corto di connessioni e sui
guasti che la prolungata lontananza dei ragazzi dai luoghi deputati alla loro
formazione anche psicologica si è detto molto. Dai ritardi cognitivi, specie per i più
giovani, alla perdita di socialità malamente compensata dal ripiegamento solipsistico
nei social e nei strumenti digitali che per milioni di ragazzi in questi mesi sono
diventati l’alternativa forzata alla crescente mancanza di relazione con i loro
coetanei e anche, se non soprattutto, con il docente che modula le sue parole e i
suoi atteggiamenti anche in funzione degli sguardi di chi ha difronte e molti ragazzi
si stano rendendo conto, pur avendo l’impronta di “nativi digitali”, a quale
importante pezzo della loro vita stanno rinunciando. Tanto più che gli studi hanno
acclarato che non sono state le aule, i corridoi e i cortili i luoghi di propagazione del
contagio. Come osserva Alessandro Campi la scuola è il luogo per definizione dove
si compensano le disparità sociali, si pongono le basi di tutti i processi di formazione
e si costruiscono le energie umane e professionali che danno continuità alla vita
sociale. Non comprendere tutto questo è un segno di forte miopia politica e sociale.
E Mario Ajello in un suo articolo si pone una domanda cruciale “Come si rinnova il
nostro Paese, come si fa rinascere l’Italia nei prossimi anni?”. Risposta semplice da
enunciare e difficile da praticare: “puntando sull’eccellenza della futura classe
dirigente, su elite capaci i diventare tali, formate sul criterio della competenza,
consapevoli che nella sfida sul mercato internazionale dei cervelli bisogna starci ben
attrezzati e senza perdere un giro”. E noi con le scuole chiuse il giro lo stiamo
inesorabilmente perdendo visto che negli altri paesi sono aperte. Occasioni
lavorative in meno se ci si forma a singhiozzo, minori capacità di interagire ad alto
livello con i coetanei stranieri se prevenienti da università importanti in pienezza di
preparazione e noi no. La formazione dev’essere di qualità e continua e la forza e la qualità di una classe dirigente sono collegate a questo! Una politica seria dovrebbe
pensare ad un sistema tale che aiuti la formazione dell’eccellenza anche in tempi di
Covid, perché il dopo richiederà capacità professionali ancora più sofisticate e non si
diventa vera elite se non si va all’estero a studiare, a fare esperienza e conoscenza
canonica ma anche a praticare la “tacit knowledge”, cioè il sapere tacito che non
deriva dai libri ma dalle reti di persone di valore, dalla condivisione di orizzonti e
progetti, da un “idem sentire” tra migliori. E non ci si può arrivare “deboli”! Ma
terrificanti statistiche ci informano che stiamo diventando sempre più scemi. Nel
mondo occidentale c’è un lento e progressivo abbassarsi del QI, test sicuramente
arbitrario ma pur sempre indicativo. Silvana De Mari, medico e saggista, lo
riconduce essenzialmente a tre fattori. Il primo è l’uso ricreativo di simpatiche
sostanze, in primis la cannabis, poi metanfetamina, cocaina ed eroina. Possiamo dire
che la nostra intelligenza è data dal numero dei neuroni del nostro cervello ma
soprattutto dalla più o meno ampia connessione dendritico-sinaptica. Tante sono le
occasioni che posso danneggiare la vita dei nostri neuroni, oltre la carenza
nutrizionale o le infezioni anche le sostanze stupefacenti. Maggiore è il numero delle
cose che impariamo a scuola ove la concentrazione è regina, maggiori le sinapsi,
maggiore la nostra capacità di risolvere i problemi. Il secondo fattore è l’uso di
Internet e dei social che hanno condotto alla cosiddetta “frammentazione”. Chi usa
troppo questi mezzi si disabitua alla concentrazione tanto è vero che molti
adolescenti non sono più in grado di leggere un’intera pagina di libro senza perdere
il filo. Ma il danno maggiore l’ha fatto la scuola dove è stato scardinato del tutto il
principio di “Autorità” e senza questo nessun apprendimento è possibile. La guerra
al cosiddetto nozionismo è la distruzione delle fondamenta su cui si costruisce il
sapere. Le tabelline devono essere imparate in 2°-3° elementare e chi non è in grado
di fare una divisione a due cifre non sarà mai in grado di volare o amare la
matematica perché viene meno la “passione”. Solo dalla nozione nasce il “pensiero
critico”. Altrimenti viviamo solo di concetti e dogmi! Steve Baldwin e Karen Holgate
nel loro libro “Dalle matite ai preservativi: la squallida verità sulle scuole pubbliche
americane” descrivono il progressivo decadimento del livello scolastico statunitense
con le scuole europee che hanno seguito lo stesso iter. A questo declino della
capacità intellettiva e delle competenze fa riscontro un’impennata verso l’alto delle
conoscenze di un erotismo osceno, racchiuso in allucinanti lezioni di educazione
sessuale, anaffettivo, deresponsabilizzato con distribuzione di condom e con l’avviso
che nel casi di incidente l’aborto è cosa normale. Ma si può? Ma se le “elementari”
stanno distruggendo la capacità di apprendimento. Le università stanno
distruggendo la cultura, troppo sessista, non inclusiva, razzista e omofoba. Le grandi
università americane vietano già lo studio dell’arte rinascimentale italiana, quelle europee stanno per vietare Shakespeare e Dante Alighieri. Quindi ragazzi fate
dispetto al potere che vi vuole sufficientemente idioti per manipolarvi: studiate il
più possibile. La sera spegnete il televisore e dilettatevi col latino: lingua antica ma
formidabile per sviluppare connessioni sinaptiche. Nel 1972 vi fu la storica finale di
scacchi fra l’americano Fischer ed il russo Spasskij, divenuta la continuazione della
guerra fredda, vinta dall’americano. Un nostro giornalista intervistò il campione che
si dimostrò sorpreso di come l’Italia, ove si studiava latino, non producesse campioni
all’altezza nel gioco degli scacchi. Il giornalista con la coda fra le gambe confessò che
in Italia il latino è solo nei programmi ma molto poco studiato e amato. E non
dimentichiamo quanto lo studio di questa lingua abbia allenato cervelli tanto che
mezzo secolo fa solo chi proveniva dal liceo classico poteva adire a tutte le specialità
universitarie. La direttrice del CERN di Ginevra Fabiola Giannotti proviene dal liceo
classico! Roba dei tempi andati! Un vero peccato! Oggi siamo felicemente cretini ma
digitalizzati!