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GIOVANI E PANDEMIA

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Ma come hanno affrontato la pandemia i nostri ragazzi 12-18enni? In realtà non si sono tanto fatti sentire e questo la dice lunga sulla loro condizione psicologica che induce forse a qualche riflessione. Hanno dimostrato di essere molto disciplinati? Di sicuro lo sono stati ma forse come prosieguo di un isolamento iniziato già molto tempo fa. Addomesticati? Più probabile e se sono riusciti a tener fermi i ragazzi per noi adulti non c’è speranza riguardo la tenuta della democrazia. La democrazia nasce dalla negazione del potere paterno, del monarca come descrivono bene John Locke e Kant per i quali non può esistere un superiore che addomestica gli inferiori. Antropologicamente l’uomo si educa, si istruisce, si forma e l’errore è addomesticarlo. E l’ultima forma di “paternalismo” superato è stato quello “medico” ove si esercitava un indiscusso potere su ciò che bene o male per la salute del paziente che non poteva non adattarsi alla prescrizione data. Oggi subentra la “concertazione” medico-paziente con la condivisa decisione sui rischi-benefici da ambo le parti. Ma oggi come dice Paolo Becchi Lo “stato di diritto” si è trasformato in “stato terapeutico” ove le decisioni le prendono solo i medici, gli esperti del settore che all’incertezza del divenire scientifico sovrappongono l’ineluttabilità delle imposizioni e contromisure. Tutti dentro, fasciati, lavati, annichiliti! Agli ordini, obbediamo e ci adattiamo al virus oggi, domani a qualcos’altro! Ai miei tempi se non si poteva uscire fuori a fare “due tiri” a pallone incominciavano le crisi miocloniche da irrequietezza motoria alla ricerca del libero sfogo quali pupazzi di neve o lotte di quartiere a “pallate” o slittini improvvisati con qualsiasi materiale disponibile in casa per calmare le “fregole” da coercizione. Questi oggi non fremono fisicamente ma probabilmente più psicologicamente e come riportato da qualche segnalazione alcuni genitori ignari si sono ritrovati nella necessità di dover racimolare un po’ di erba per i loro ragazzi in astinenza da droga cosiddetta “leggera”. Per il resto qualcuno ha studiato di più, accettando le regole anche della nuova didattica “online”, altri hanno esagerato con la “playstation” o con film, musica, tv e rete, una risibile minoranza alla lettura di un buon libro, ma tutti si sono ritrovati nei social, un mondo aperto per la comunione ma esente da comunità. Ecco questo nuova “insiemistica” virtuale che se da un lato è stata provvida in questi casi, dall’altro rivela i timori e le ansie di una generazione che forse teme il confronto diretto vis-a-vis. Certo la vita è fuori dove a questa età se non si infrangono le regole ed i confini o non si provano esagerazioni non si cresce e non si diventa pronti ad affrontare la vita con la sicurezza di aver commesso gli errori giusti e formativi. Riavranno la libertà ma comunque hanno perso qualcosa, quella improvvisazione creativa ed incosciente che d’ora in poi dovrà passare al vaglio di una opportunità concessa o inibita. Quella “notte prima degli esami” i maturandi di quest’anno non la vivranno mai, ridotta la prova “di confine” ad un semplice lasciapassare “orale”. Non che le cose non fossero arrivate ad un punto di squallido empirismo sociologico protratto senza alcuna penalizzazione nel nome del diritto a tutti i costi ma ci poteva stare un piccolo enigma del risultato che decretasse quel dualismo vittoriosi-sconfitti che cementifica il rapporto cameratesco e che dura tutta la vita come si evince dalle “cene di revival” anche dopo 40-50 anni dal diploma di maturità. Perché come diceva Aristotele l’uomo è un animale sociale e ha bisogno degli altri, di far parte di una ”comunità” e per il filosofo l’ ”amicizia”, cui dedica la sua opera per il figlio “Etica Nicomachea”, è la forza basilare del “buon vivere”. Sono gli amici i nostri grandi alleati nell’avventura della vita e stare in loro compagnia ci dà la forza per andare avanti. E ne descrive almeno tre forme di questa profonda e necessariamente vitale condizione dell’anima, nessuna che abbia i crismi della pur minima “sudditanza”, le cui differenze sono determinate semplicemente dal motivo per il quale si diventa amico di un’altra persona. In primo luogo si può diventare amico di qualcuno al solo scopo di ricavarne qualcosa di utile. Ecco questa forma è piuttosto diffusa. L’ “amicizia interessata” come quando tu hai qualcosa di materiale che mi puoi prestare all’occorrenza e questo ci fa stare bene perché possiamo contarci ma questo rapporto necessita di reciprocità nel senso che se ti faccio godere un mio bene tu ne avrai un altro diverso che può interessarmi. Di questi esempi trabocca il consenso politico fino alla corruzione e allo scambio francamente illegale fra eletto ed elettore. Se vien meno l’utile l’amicizia cessa! In secondo luogo c’è da stabilire che il bene interessante può non essere “materiale” ma solo un piacere, sensazione, una simpatia nello stare insieme magari perché è brillante, o ci fa ridere, o gode di una bellezza e carisma che può esserci utile per i nostri futuri rapporti amicali o passionali. Anche qui qualsiasi cosa possa turbare quell’atteggiamento di “empatia” come una tristezza o un danno sopravvenuto spazza via questa frequentazione. In entrambi i casi l’amico possiede un qualcosa ma non il tutto e lo amiamo solo da un lato come una donna bellissima con la quale desideriamo fare sesso ma nessun’altra cosa. Rapporti che mai potrebbero durare dati i presupposti. Infine nel grado più alto dell’amicizia troviamo il rapporto fra due persone che condividono le stesse idee e che praticano le stesse virtù e che conducono al perfezionamento morale di entrambi. Questo rapporto non produce effetti sicuramente immediati di benessere o piacere né ha bisogno di continui bilanciamenti nel “do ut des” ma traggono un continuo profitto spirituale nello stare insieme e desiderano sempre l’uno il bene dell’altro, senza invidia o rancore, amicizia salda e duratura che non viene scalfita se non dalla morte. Ecco tutti noi diciamo che abbiamo molti amici ma se poi andiamo a vedere ne frequentiamo con assiduità ben pochi. Non importa la quantità dei legami ma la loro qualità secondo quelle “affinità elettive” tanto care ad Emile Zola. E’ questa terza forma l’amicizia “vera” che richiede de tempo, capacità di ascolto, sacrificio, impegno come dice Spinoza “tutte le cose splendide sono tanto difficili da ottenere, quanto rare”. Ma sono anche quelle per cui valga veramente la pena di lottare. Ecco che allora la comunità, il convivio, la condivisione che deve perseguire virtù comuni non un semplice effimero assenso di approvazione fine a sé stesso semplicemente per accrescere l’autostima. In questo i giovani, i ragazzi dovrebbero focalizzarsi per gustare appieno e dare un senso alla loro esistenza. Purtroppo la tecnologia ha limitato molto questo aspetto formativo della condizione umana e del rapporto sociale perché dovunque si esprima necessita di un’approvazione senza discutere. E la democrazia non può essere questa! La dignità dell’essere umano va oltre la sicurezza e la protezione dello stato di salute. Per quella “libertà vo cercando che sì cara come chi sa chi per lei vita rifiuta” che Virgilio dice a Catone l’Uticense nel primo canto del Purgatorio glorificando il suicidio come supremo atto di libertà. C’è di che riflettere se siamo ancora abituati!
Pescara li 5-5-2020 F.to Arcadio Damiani

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