Hamas si arrende (con riserva)

«La libertà ha un prezzo, e il prezzo è il sangue.» — Ibrahim al-Maqadma

Hamas e il piano di pace USA

Nel turbine di una guerra che da quasi due anni lacera Gaza, la notizia che Hamas abbia accettato — pur con riserve — il piano di pace proposto dagli Stati Uniti e sostenuto da Israele segna un punto di svolta storico e, insieme, una grande ambiguità politica. È una resa che non è una resa, un gesto che oscilla tra la disperazione di un movimento ormai allo stremo e il calcolo strategico di chi vuole ancora conservare un ruolo nel futuro della Palestina. Hamas si arrende, ma con riserva: e questa formula racchiude tutta la complessità del momento.

I termini dell’accordo e le clausole della resa

Il 3 ottobre 2025, dopo settimane di contatti riservati mediati dal Qatar e dall’Egitto, Hamas ha annunciato di accettare “in linea di principio” il piano di pace elaborato da Washington e condiviso da Israele. Il documento, composto da venti punti, prevede il rilascio graduale di tutti gli ostaggi israeliani in cambio di un cessate il fuoco immediato, l’apertura dei corridoi umanitari e la creazione di un’Autorità di Amministrazione Palestinese provvisoria a Gaza, composta da tecnici e indipendenti.

Si tratta, sulla carta, di una svolta epocale: Hamas rinuncerebbe al controllo politico e amministrativo della Striscia, cedendo il potere a un’entità civile che prepari le elezioni entro sei mesi. Ma il diavolo, come sempre, si nasconde nei dettagli. L’organizzazione islamista ha rifiutato di disarmarsi completamente, ha chiesto garanzie internazionali sulla ricostruzione e sul ritiro israeliano, e ha insistito sulla necessità di mantenere “capacità difensive autonome”. In altre parole: nessuna resa incondizionata, ma una sospensione tattica del conflitto.

Dietro questa apparente apertura si cela la consapevolezza che un “no” assoluto avrebbe comportato la distruzione totale di Gaza e la fine del movimento stesso. Accettare “con riserva” permette invece di sopravvivere politicamente, guadagnare tempo e conservare una parte di legittimità di fronte a un popolo stremato e affamato.

Perché non una resa totale

Arrendersi davvero significherebbe, per Hamas, dissolvere la propria identità. Dal 1987, anno della sua fondazione, il movimento si è definito come “resistenza islamica” contro l’occupazione israeliana. Disarmarsi, rinunciare al potere e riconoscere implicitamente la sconfitta equivarrebbe a negare la propria esistenza ideologica.

La leadership di Gaza sa bene che la storia recente non perdona i movimenti che depongono le armi senza ottenere in cambio risultati tangibili. Dalla resa dell’OLP dopo Oslo, percepita come un tradimento, all’isolamento di Fatah in Cisgiordania, ogni compromesso apparente con Israele ha generato divisione e sfiducia tra i palestinesi. Hamas teme di fare la stessa fine: perdere il potere senza ottenere libertà.

Eppure la realtà militare e umanitaria è innegabile. Dopo mesi di assedio, bombardamenti e carestia, con oltre 40.000 vittime e un milione di sfollati, Gaza è un territorio esausto. Le strutture di governo non esistono più, i tunnel sotterranei sono distrutti, e i leader del movimento sono costretti a muoversi di notte per sopravvivere. In questo contesto, la resa condizionata è forse l’unica forma possibile di sopravvivenza politica.

Le reazioni israeliane: richieste severissime

Da parte israeliana, la risposta è stata fredda e inflessibile. Benjamin Netanyahu ha definito l’annuncio “un passo nella giusta direzione, ma ancora insufficiente”, chiarendo che Israele accetterà solo una resa totale e un disarmo completo. I ministri più oltranzisti del governo, come Smotrich e Ben Gvir, hanno già chiesto che, in caso di mancata attuazione, Gaza venga annessa e trasformata in zona di sicurezza permanente.

L’esercito israeliano, intanto, resta schierato ai confini e continua le operazioni mirate contro i capi militari di Hamas. Le bombe non si sono fermate, segno che la fiducia è ancora lontana. Israele vuole garanzie concrete, e teme che la “riserva” di Hamas non sia altro che una manovra dilatoria per riorganizzarsi.

Dietro la fermezza israeliana si intravede anche la volontà di dimostrare al mondo che la forza militare è l’unica via per ottenere risultati. Netanyahu, pressato da una coalizione fragile e da una popolazione traumatizzata, non può permettersi di sembrare debole. Così, anche una resa condizionata diventa un campo minato politico.

Il dilemma palestinese: sopravvivere o resistere

Per la popolazione di Gaza, dilaniata tra fame e macerie, la priorità non è più la resistenza, ma la sopravvivenza. Molti palestinesi vedono nella tregua una speranza minima di tornare a vivere, anche a costo di accettare un compromesso umiliante. Altri, invece, temono che questa resa con riserva significhi consegnare definitivamente la causa palestinese all’oblio internazionale.

Le proteste degli ultimi mesi — inedite per intensità — hanno mostrato un popolo esausto che chiede la fine del dominio di Hamas, ma non necessariamente la fine della lotta per l’indipendenza. È un paradosso tipico della storia palestinese: volere la pace senza accettare la sconfitta.

Nel frattempo, la comunità internazionale osserva con prudenza. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea spingono per l’attuazione immediata dell’accordo, ma la fiducia è scarsa. Troppi sono i precedenti falliti, troppe le promesse infrante da entrambe le parti.

I pericoli di una resa con riserva

Le riserve di Hamas non sono soltanto una formula diplomatica: rappresentano una trappola potenziale per il futuro. Se Israele o gli Stati Uniti dovessero violare anche solo una delle clausole — ritardando la ricostruzione, mantenendo il blocco, o interferendo nella composizione del nuovo governo palestinese — Hamas avrebbe il pretesto per denunciare la violazione e riprendere le ostilità.

Ma i rischi più gravi sono interni. Una parte del movimento, soprattutto le brigate più radicali, potrebbe rifiutare l’accordo e continuare la guerriglia, trasformando Gaza in un mosaico di milizie incontrollabili. Allo stesso tempo, la perdita di potere politico rischia di far emergere nuovi attori, forse ancora più estremisti, che si proporranno come i “veri difensori” della causa.

Inoltre, la resa condizionata potrebbe spaccare la società palestinese: da una parte chi chiede la fine della guerra a ogni costo, dall’altra chi teme che la pace imposta equivalga a una resa storica.

Hamas e il piano di pace: Una resa tattica, non definitiva

Molti analisti ritengono che Hamas stia giocando una partita lunga. Accettare oggi le condizioni imposte dagli Stati Uniti e da Israele serve a ottenere una tregua, tempo per riorganizzarsi e sopravvivere politicamente. È una strategia di sopravvivenza che affonda le radici nella storia del movimento: arretrare per poter colpire di nuovo, ritrarsi per evitare l’annientamento totale.

Tuttavia, questa volta la situazione è diversa. La guerra ha distrutto non solo le infrastrutture, ma anche la fiducia. Hamas non ha più la stessa forza militare, né il sostegno unanime del popolo palestinese. Eppure, paradossalmente, potrebbe sopravvivere proprio grazie al suo “sì con riserva”. Se Israele o gli Stati Uniti mancheranno agli impegni, potrà dire di essere stata tradita; se invece l’accordo reggerà, potrà presentarsi come parte del nuovo equilibrio politico.

Cosa potrà succedere

Il futuro dipende da ciò che accadrà nelle prossime settimane. Il rilascio degli ostaggi sarà il primo test, seguito dal graduale ritiro israeliano e dall’insediamento della nuova autorità palestinese. Ma la vera partita si gioca su un terreno più profondo: chi controllerà la sicurezza, chi ricostruirà Gaza, chi gestirà i confini e i rapporti economici.

Gli osservatori più realisti ricordano che nessuna pace potrà reggere se non verranno affrontate le cause strutturali del conflitto: l’occupazione, la mancanza di uno Stato palestinese riconosciuto, le disuguaglianze, le umiliazioni quotidiane. Senza un progetto politico credibile, ogni tregua rischia di essere solo una pausa tra due guerre.

Conclusione: Hamas e il piano di pace con riserva

Hamas si arrende, ma non del tutto. È una resa dettata dalla necessità, non dalla convinzione; un atto di sopravvivenza più che di pace. Dietro le dichiarazioni ufficiali si intravede la fragilità di un movimento che cerca di salvare se stesso mentre il suo popolo affonda. Israele, dal canto suo, non concede nulla senza garanzie assolute.

Il risultato è un equilibrio precario, una tregua che somiglia a un sospeso respiro. Eppure, in mezzo alle macerie, resta la possibilità che questo “sì con riserva” apra un varco verso una pace imperfetta ma reale — l’unica forse possibile dopo tanto sangue.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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