Israele e guerra permanente: un approfondimento sull’identità e le sfide esistenziali che il paese affronta oggi.
”Perché dove le genti sono armate bene, e hanno buoni ordini, le buone armate nascono; e dove sono le buone armate, di necessità conviene che vi sia buono ordine.” — Niccolò Machiavelli
Il destino di Israele appare oggi come un groviglio inestricabile. La geografia tenta disperatamente di rispondere a quesiti metafisici. Lo Stato ebraico, nato come rifugio e promessa di normalità per un popolo perseguitato, si trova a settantotto anni dalla sua fondazione davanti a un bivio esistenziale che mette a rischio la sua stessa sopravvivenza strutturale. L’idea che la sicurezza possa essere garantita solo attraverso un’espansione costante del controllo territoriale ha trasformato il paese. Ne è nata una realtà dinamica ma profondamente instabile. Il confine non è più una linea riconosciuta.
È un fronte mobile e perennemente conteso.
L’identità di Israele nella guerra permanente della sicurezza
Nella mentalità strategica israeliana, lo spazio non è mai stato un concetto neutro. Data la ridotta profondità geografica del paese, ogni chilometro quadrato acquistato o controllato è percepito come un polmone vitale per la difesa della popolazione. Tuttavia, questa ricerca spasmodica di “profondità strategica” ha generato un paradosso: più Israele si espande per sentirsi sicuro, più ingloba popolazioni ostili, aumentando esponenzialmente la propria insicurezza interna.
Il controllo della Cisgiordania (Giudea e Samaria, nella terminologia cara alla destra religiosa) è il fulcro di questa contraddizione. Per i vertici militari, abbandonare le alture che dominano la pianura costiera significa esporsi a minacce esistenziali; per i coloni e i partiti messianici, quelle stesse terre sono il cuore pulsante dell’identità nazionale. Questa sovrapposizione tra necessità tattica e imperativo ideologico ha reso quasi impossibile ogni forma di compromesso territoriale, trasformando l’occupazione in un tratto permanente dello Stato.
L’Europa divisa: il freno di Meloni e Berlino
Mentre il conflitto logora le fondamenta del Vicino Oriente, l’Unione Europea si riscopre incapace di esprimere una voce univoca, paralizzata da veti incrociati che riflettono diverse sensibilità storiche e strategiche. Recentemente, si è consumato uno strappo significativo a Bruxelles: il governo di Giorgia Meloni e il governo tedesco hanno agito in concerto per fare muro contro l’ala più critica dell’Unione.
L’obiettivo dell’asse Roma-Berlino è stato quello di bloccare l’UE nel suo tentativo di recedere dagli accordi di associazione e cooperazione con Israele. Sebbene diversi Stati membri premessero per sanzioni economiche o sospensioni dei trattati, come leva per fermare l’espansionismo in Cisgiordania, l’Italia e la Germania hanno ribadito che la stabilità dello Stato ebraico resta una priorità non negoziabile. Per Meloni, il legame con Israele è un pilastro della politica estera mediterranea e atlantica.
Per Berlino, invece, il sostegno a Gerusalemme resta una questione di “ragion di Stato”, legata alle responsabilità storiche. Questo scudo diplomatico garantisce a Israele una vitale sponda economica e politica. Allo stesso tempo, però, cristallizza l’impasse europea. Di conseguenza, Bruxelles non riesce a esercitare una reale pressione per la de-escalation.
Anche in questo contesto emerge chiaramente il legame tra identità di Israele e guerra permanente.
L’asse Milano-Tel Aviv: la sfida di Giuseppe Sala
In questo scenario di frammentazione, anche la diplomazia delle città diventa un terreno di scontro ideologico. Un esempio plastico è la ferma volontà del sindaco Sala di procedere con il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, una decisione portata avanti contro tutto e tutti. Nonostante le accese proteste di parte del consiglio comunale, delle associazioni pro-Palestina e di una fetta dell’opinione pubblica che chiede il boicottaggio delle istituzioni israeliane, Sala ha scelto la via della continuità relazionale.
Per il primo cittadino milanese, mantenere un canale aperto con Tel Aviv non significa avallare le politiche governative di Gerusalemme.
Significa, piuttosto, riconoscere l’anima liberale, laica e innovativa di una città che spesso si è posta in antitesi al radicalismo religioso dei coloni. Tuttavia, in un clima di polarizzazione estrema, questa procedura di gemellaggio viene letta come una scelta di campo. Dimostra come il conflitto mediorientale non conosca confini. E riesce a condizionare persino le delibere di un’amministrazione locale europea.
Di conseguenza, i leader politici si trovano a gestire pressioni incrociate senza precedenti.
L’identità di Israele nella guerra permanente e il nodo demografico
Il grande spettro che agita le notti di Gerusalemme non è solo di natura militare, ma demografica. Uno Stato che controlla l’intero territorio tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo si trova a dover gestire una popolazione quasi equamente divisa tra ebrei e arabi. Qui risiede il dilemma fondamentale: Israele può essere uno Stato ebraico, può essere una democrazia, oppure può controllare l’intera Terra d’Israele. Non può essere tutte e tre le cose contemporaneamente.
- Se mantiene il controllo territoriale senza concedere diritti civili ai palestinesi, scivola inevitabilmente verso un modello di apartheid che lo isola dalla comunità internazionale.
- Se concede il diritto di voto a tutti, smette di essere uno Stato a maggioranza ebraica, tradendo la sua missione originaria.
- Se si ritira dai territori, teme il collasso della sicurezza e una guerra civile interna contro il movimento dei coloni.
I coloni, che oggi superano le 500.000 unità in Cisgiordania, non sono più un’appendice della società israeliana, ma ne costituiscono ormai il baricentro politico. Molti di loro sono mossi da una visione teologica secondo cui il possesso della terra è un mandato divino che precede e supera le leggi dello Stato o i trattati internazionali. Questa deriva ha creato una frattura profonda tra l’Israele liberale e cosmopolita di Tel Aviv e l’Israele nazional-religioso, portando il paese verso una potenziale autodistruzione sociale.
La trappola della guerra permanente
La dottrina militare israeliana si è storicamente basata sulla “deterrenza” e sulla “decisione rapida”. Tuttavia, negli ultimi decenni, il paese è scivolato in uno stato di guerra permanente contro attori non statali e proxy regionali (come Hamas e Hezbollah). In questo contesto, il concetto di “vittoria” è evaporato, sostituito dalla pratica del “tosare l’erba”: operazioni periodiche per degradare le capacità del nemico, sapendo che esse si rigenereranno inevitabilmente.
Questa strategia del conflitto perpetuo ha costi umani, economici e morali altissimi. Una società che vive costantemente sotto le armi tende a irrigidirsi, a vedere il compromesso come un segno di debolezza e l’altro come un nemico ontologico. La vittoria impossibile non è dovuta a una mancanza di potenza di fuoco — Israele resta la forza militare dominante della regione — ma all’assenza di un obiettivo politico raggiungibile. Senza un orizzonte di pace o almeno di stabilizzazione politica, la forza militare diventa fine a se stessa, logorando le istituzioni democratiche e la coesione interna.
L’influenza dei radicalismi religiosi
Un fattore determinante in questa deriva è l’ascesa degli estremisti religiosi all’interno dei gangli del potere. Per decenni, il sionismo è stato un movimento prevalentemente laico e socialista. Oggi, la componente messianica vede nella guerra e nell’espansione non una tragedia necessaria, ma un’opportunità per accelerare la redenzione nazionale. Questo approccio elimina ogni spazio per la diplomazia razionale: se la terra è un dono divino, cederla non è un errore politico, ma un peccato mortale.
Questa visione si scontra frontalmente con la realtà di un Medio Oriente che, pur essendo cambiato, non ha mai smesso di considerare la questione palestinese come una ferita aperta. Si pensi, ad esempio, agli Accordi di Abramo. L’illusione che si potesse normalizzare il rapporto con il mondo arabo, ignorando il destino di milioni di palestinesi sotto occupazione, è crollata.
È crollata sotto i colpi della realtà brutale dei conflitti recenti.
L’identità di Israele e la guerra permanente: esiste una via d’uscita?
Uscire da questo labirinto richiede un atto di coraggio politico che al momento sembra mancare a tutte le parti in causa. Le opzioni sul tavolo sono poche e tutte dolorose:
- Disimpegno unilaterale coordinato: Una riedizione della mossa di Sharon a Gaza, ma su scala più ampia e con garanzie internazionali, per preservare l’integrità demografica dello Stato.
- Soluzione a due Stati (o confederale): Ormai considerata “clinicamente morta” da molti osservatori, resta l’unica proposta che offra dignità nazionale a entrambi i popoli, sebbene la frammentazione del territorio dovuta agli insediamenti la renda quasi impossibile tecnicamente.
- Riformulazione dell’identità statale: Il passaggio da uno Stato etnico-religioso a uno Stato di tutti i suoi cittadini, opzione che però segnerebbe la fine del sionismo come lo abbiamo conosciuto.
Israele si trova in un vicolo cieco perché ha scambiato la tattica (il controllo del territorio) con la strategia (la sopravvivenza a lungo termine). La forza delle armi può garantire il presente, ma solo la legittimità politica può garantire il futuro.
Se il paese non troverà la forza interna di porre un limite alla propria espansione e di definire finalmente i propri confini, rischia di implodere. Il peso è quello di una vittoria che non arriva mai. E di una sicurezza che, più viene inseguita con la forza, più sembra allontanarsi. La vera sfida per la leadership israeliana del futuro non sarà sconfiggere il nemico esterno. Sarà, invece, ricucire lo strappo tra le diverse anime della propria nazione. E accettare che la sovranità, per essere duratura, deve saper convivere con l’esistenza dell’altro.
Senza questo scarto di coscienza, il cammino verso l’autodistruzione rimarrà l’unica strada tracciata su una mappa sempre più affollata e insanguinata.
Il futuro dipenderà da come Israele saprà ridefinire la propria identità dentro una guerra permanente.