“Quando ti senti minacciato, anche un’ombra ti sembra un nemico.” — Confucio
Il racconto ufficiale e la sua semplificazione
Il racconto ufficiale e la sua semplificazione. Nella narrazione prevalente in Europa e negli Stati Uniti, Vladimir Putin è il grande aggressore del nostro tempo, l’uomo che ha riportato la guerra sul continente europeo con l’invasione dell’Ucraina. E su questo punto non ci possono essere ambiguità: l’attacco del 2022 è stato un atto di guerra unilaterale, in violazione del diritto internazionale, e ha causato sofferenze enormi alla popolazione ucraina. Ma proprio per questo, proprio perché il giudizio morale su quel gesto è così netto, diventa ancora più urgente guardare anche alle motivazioni che la Russia afferma di avere, comprese quelle che molti osservatori in Occidente liquidano sbrigativamente come “propaganda”.
L’espansione della NATO: una minaccia percepita
Fin dalla fine della Guerra Fredda, uno degli elementi più controversi e meno dibattuti nei media occidentali è stato l’allargamento della NATO verso est. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, le Repubbliche baltiche e successivamente altri Stati dell’ex blocco orientale hanno chiesto e ottenuto l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. In apparenza si è trattato di un processo legittimo: ogni Paese sovrano ha il diritto di scegliere le proprie alleanze. Ma nella logica della sicurezza, soprattutto nella visione russa profondamente legata alla geopolitica di potenza, questa espansione ha assunto connotati diversi.
Dal punto di vista del Cremlino, l’Occidente ha violato una promessa fatta a parole ai tempi della riunificazione tedesca: quella secondo cui la NATO non si sarebbe allargata “di un pollice” verso est. Anche se quell’impegno non fu mai formalizzato per iscritto, è un nodo che Mosca non ha mai dimenticato. E anzi, è diventato il perno della narrazione secondo cui la Russia sarebbe stata progressivamente accerchiata e contenuta, piuttosto che integrata nel sistema occidentale.
L’Ucraina come linea rossa
L’Ucraina è diventata, agli occhi russi, il punto di non ritorno. Se Kiev entrasse nella NATO, ciò significherebbe portare forze militari potenzialmente ostili a pochi chilometri da Rostov, da Kursk, da Mosca stessa. Nella visione russa, l’Ucraina è parte dello “spazio strategico vitale”, non solo per motivi geografici, ma anche storici, culturali, persino identitari. È quindi comprensibile, anche se non giustificabile, che la sua adesione all’Alleanza Atlantica venga vista come una minaccia esistenziale. In altre parole, Putin interpreta (o usa politicamente) il dossier ucraino non come un semplice problema di politica estera, ma come una questione di sopravvivenza geopolitica.
Una paranoia costruita o una logica di difesa imperiale?
Si potrebbe pensare che tutto questo sia solo frutto di paranoia, di ossessione imperiale, o del desiderio di riportare in vita un’Unione Sovietica 2.0. Eppure, anche alcuni osservatori occidentali indipendenti, come Henry Kissinger o George Kennan, hanno avvertito che spingere la NATO sempre più vicino ai confini della Russia avrebbe potuto generare gravi conseguenze. Kennan, già negli anni ’90, parlava dell’allargamento dell’Alleanza come di un errore strategico, destinato a risvegliare gli istinti difensivi della Russia e ad alimentare un nazionalismo revanchista.
Questi segnali sono stati ignorati in nome di un ideale di sicurezza collettiva, ma la sicurezza — per sua natura — è sempre relativa. Se una parte si sente più sicura, spesso accade che l’altra si senta più minacciata. In questo senso, la percezione russa di accerchiamento non è solo una costruzione ideologica, ma anche la conseguenza prevedibile di politiche concrete.
Capire non è giustificare
Naturalmente, comprendere queste dinamiche non significa assolvere Putin né giustificare l’invasione dell’Ucraina. I bombardamenti sui civili violano i diritti umani in modo inaccettabile. Putin ha annesso territori con la forza, calpestando ogni principio di sovranità. Nessuno può giustificare simili atti, nemmeno sotto pretesti storici o geopolitici. Tuttavia, la vera diplomazia richiede uno sforzo maggiore: ascoltare anche le ragioni dell’altro, per quanto scomode o difficili possano sembrare. Infatti, chi negozia efficacemente distingue tra giudizio morale e comprensione strategica. Il primo condanna, il secondo costruisce ponti e apre spiragli di dialogo anche nei conflitti più complessi.
Il racconto ufficiale: La strada verso la pace passa anche da qui
Se davvero si vuole arrivare alla fine di questo conflitto, prima o poi si dovrà avere il coraggio di affrontare anche questa realtà: la Russia percepisce la NATO come una minaccia. È una percezione infondata? Forse. Esagerata? Probabile. Ma per chi governa il Cremlino, è reale. E se non si parte dal presupposto che le percezioni contano tanto quanto i fatti, ogni tentativo di dialogo sarà destinato a fallire.
Nel frattempo, il mondo subisce una guerra senza soluzione, mentre le minacce aumentano e riaffiora il rischio di uno scontro diretto tra potenze nucleari. Le potenze mostrano i muscoli, ma nessuno riesce a spezzare l’impasse diplomatica. Chi ha il coraggio di porre domande scomode può aprire nuovi scenari e alimentare il cambiamento. Solo chi sfida il pensiero dominante contribuisce davvero a immaginare un futuro diverso.
Perché, Confucio ci ricorda un fatto essenziale: chi vive nella paura percepisce minacciosa anche l’ombra più innocua. L’Occidente e la Russia devono superare questa logica della paura. Solo così possono costruire una sicurezza autentica, basata su fiducia e rispetto reciproci. La vera sfida consiste nell’abbandonare sospetti e minacce per aprire un dialogo concreto e stabile.