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Intelligenza, di Arcadio Damiani

La definizione che dà la Treccani di “intelligenza”, che deriva da “intelligere” ossia
“intendere”, è quel complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono
all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti e le azioni, elaborare modelli
astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono
insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa
quando questa presenta ostacoli all’adattamento, ed è riconosciuta anche, entro
certi limiti, anche agli animali (memoria associativa, capacità di reagire agli stimoli,
comunicare anche in modo complesso). E’ l’attitudine ad intendere bene con facilità,
prontezza e vivacità intellettiva. Lo psicologo Howard Gardner afferma che per
comprendere in modo adeguato l’ambito dell’intelligenza umana è necessario
includere nel nostro esame un insieme di capacità e competenze molto più vasto ed
universale di quello che sono considerate solitamente ed è necessario rimanere
aperti alla possibilità che molte, se non la totalità, di queste capacità e competenze
non si prestino ad essere misurate con metodi standardizzati come ad esempio la
misura del “QI”. Per cui bisogna essere molto cauti quando si giudica il livello di
intelligenza di uno studente o di chi si appresta ad un’attività lavorativa perché
l’intelligenza non si dà una forma “unica”, bensì in una “moltitudine” di forme ed
Umberto Galimberti in un suo saggio a riguardo elenca i possibili errori di giudizio
comunemente espressi. E’ noto ad esempio che i “superdotati” vanno male a scuola
perché il modello di intelligenza che i programmi ministeriali hanno in mente e con
cui vengono misurati i rendimenti scolastici è costruito sulla categoria della
“flessibilità” che nel nostro caso equivale a “mediocrità”. Infatti “flessibile” è
quell’intelligenza che, versata in ogni direzione, non presenta una particolare
“inclinazione” per nulla ed è perciò in grado di dispiegarsi a ventaglio su tutto. Ma
l’inclinazione non può essere misurata essendo una “qualità” mentre le misure
riguardano solo la “quantità” e spesso fornisce una modalità di comprensione del
mondo del tutto diversa da un’altra modalità di comprensione. Questi “diversi” fra i
quali ci sono i superdotati, i cosiddetti “non intelligenti” che a scuola fanno fatica,
esprimono il più delle volte intelligenze “poco flessibili” perché “molto inclinate” e
quindi dotate di una “specificità” che non viene valutata nelle pagelle scolastiche o
nei test psicologici. Così come non dev’essere privilegiata, come fa la nostra
scuola, l’intelligenza “convergente” che è quella forma di pensiero che non si lascia
influenzare dagli spunti di immaginazione, ma tende all’univocità della risposta; più
interessante ma scarsamente apprezzata è l’intelligenza “divergente” tipica dei
creativi, capaci di soluzioni molteplici ed originali perché invece di accontentarsi
della soluzione dei problemi, tendono a riorganizzare gli elementi fino a ribaltare i
termini del problema e dar vita a nuove ideazioni. Già a livello biologico si costatano
differenze abissali per cui già a due anni c’è chi percepisce una sequenza di musica
classica come un’ “armonia” e chi come una “dissonanza”. E chi valuta questa
“intelligenza musicale”? Questa materializza la geometria del suono e la musica non
si dice, si ascolta ed anche le parole cessano di avere un senso per guadagnare un
suono. A dominare non è più il significato ma la voce e il suo tono. Allo stesso modo
c’è un “intelligenza linguistica” per la quale le parole non godono della profondità
ma solo della superficialità, non scopre una parola nella sua radice e nel suo
spessore e significato, ma è molto abile nel trasporre un termine con un altro di
un’altra lingua. Ciò che fa presupporre che chi è padrone di molte lingue ha
un’intelligenza che non è minimamente turbata dalle differenze antropologiche e di
mondo che nei diversi paesi hanno generato linguaggi diversi e per questo Nietzsche
poteva dire “Chi sa le lingue è un imbecille” che non si è fatto partecipe o prigioniero
del senso e della profondità di una parola come fa il filologo. C’è poi un’
“intelligenza logico-matematica” che sulla terra non vede cose ma solo analogie e
rapporti, le cose perdono il loro spessore materiale così che il pesce non rimanda al
mare e i giorni non rimandano alle accadimenti quotidiani. C’è anche un’
“intelligenza spaziale” che dispiega un mondo che sfugge alle coordinate
geometriche per interessarsi di quelle azioni che disegnano la spazialità visiva,
sonora, emotiva e ogni valore sensoriale di ciascun elemento è determinato dalla
sua funzione nell’insieme e varia con questa. Come il navigante che sente il mare
non come uno spazio oggettivo da come un campo di forze a volte benevole a volte
ostili come le onde della burrasca ma nella sua mente e nel suo sguardo intravede la
meta e la possibilità nella forza e nell’azione dei suoi gesti, di pervenirvi. C’è poi un’
“intelligenza corporea” che guarda il mondo non per scoprirlo ma per abitarlo.
Abitare non è conoscere ma è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci
ignora, trasfigurare le cose caricandole di sensi che trascendono la loro pura
oggettività. L’intelligenza corporea cattura quella verità che non è mai al di là di ciò
che percepisce e non è mai percorsa dal sospetto che la sua percezione possa essere
un’illusione rispetto alla realtà perché proprio confrontando le percezioni ha
imparato a riconoscerla. C’è poi infine una “intelligenza psicologica” per la quale il
mondo è uno specchio di sé cioè proiettando i propri vissuti gli uomini hanno
iniziato a catalogare la natura secondo i miti dell’anima costituendo un mondo
immaginario di cui poeti, artisti, mistici sono i gelosi custodi ed a loro si deve la
nobiltà delle nostre passioni. Ma oggi queste intelligenze sono cadute in disuso
ostacolate nella loro espressione dall’ ”intelligenza scientifico-tecnica” divenuta
egemone. Ed è per questo che la scuola si deve declinare in maniera più aperta e
pluralistica a tutte quelle forme di intelligenza in cui sono custodite le diverse
possibilità di senso annientate da un mondo sempre più strutturato in modo
“funzionale”. Una delle caratteristiche, forse la più importante dell’intelligenza,
risiede nella sua “capacità di mimetizzazione”. E Galimberti osserva che se tutti
siamo intelligenti in modo diverso, tutti vogliono mostrare, ogni volta che se ne
presenti l’occasione, la specificità della propria. Ma con quali risultati? Non proprio
lusinghieri: o la “mortificazione” di quanti sono costretti ad assistere all’esibizione, o
l’ “invidia” che, mascherata, trova sfogo nella maldicenza di quella persona, o il
“disinteresse” per ciò che la persona intelligente va dicendo. E conclude che a parità
di capacità intellettuali è più intelligente non chi eccelle in una determinata abilità
mentale ma chi è in grado di percepire in anticipo l’effetto che un’eventuale
esibizione può produrre in chi ascolta. Mimetizzare la propria intelligenza significa
saperne modulare l’espressione a seconda del contesto in cui ci si trova, percependo
in anticipo il livello di comprensione di coloro che ci ascoltano e le possibili reazioni
che l’intervento può produrre. Purtroppo oggi risulta molto carente questa
“proprietà anticipatoria” specie a livello dei politici con i loro editti “a prescindere”
ma non sono immuni scienziati, artisti che imbevuti dalla gloria di sé non si curano
della platea che spesso acclama, ignara, ma che talora non fa sconti sul loro
discutibile operato spesso mandandoli all’oblio o nelle assise tribunalizie, non
avendo avuto l’accortezza di “mettersi nei panni degli altri”. Gli “antichi filosofi”
erano diversi dai “sapienti” perché mentre questi ritenevano di possedere la
“verità”, quelli sapevano distinguere la “verità” dalla “comprensione della verità” e
per questo hanno costruito scuole, a partire da Socrate, persuasi com’erano che una
verità non compresa non serve a niente. Meglio non fare paragoni con quanto
veniamo a contatto tutti i giorni ove anche la più semplice verità dev’essere resa
con tutti gli sforzi “incomprensibile” onde evitare la libertà di pensiero e di
decisione, nel segno del “tutti allineati e coperti”. A condizionare la comprensione
non sono solo fattori culturali ma soprattutto ed eminentemente fattori “emotivi”
per cui se una classe di studenti è amata dal suo maestro ecco che l’apprendimento
è facilitato come se un messaggio viene veicolato da un testimonial molto amato dal
pubblico, sarà più facilmente recepito. La “mimetizzazione” dell’intelligenza è una
grande virtù: degli insegnanti che non sfoggiano tutto il loro sapere ma solo quello
che può essere recepito; degli psicoanalisti che pur individuando dopo due sedute di
cosa soffre il paziente attendono molte sedute affinché il paziente pervenga da sé
alla sua verità; dei genitori che, pur avendo presenti le capacità dei figli che
potrebbero tradurre in arte e professioni, attendono che le riconoscano da soli,
sorreggendo i loro percorsi; dei politici che hanno il polso del paese reale e non solo
degli obiettivi che vogliono perseguire per se stessi, indipendentemente dal
consenso o dissenso che ne potrebbe scaturire, ma sarebbe il caso di stendere un
velo pietoso sulla condotta dei nostri governanti sempre ad occuparsi delle loro
cadreghe, dei loro emolumenti, e del loro potere invece di combattere una giusta
causa per alleviare le sofferenze dei governati che paradossalmente li seguono se
non addirittura li ammirano nell’inveramento di una sindrome di Stoccolma di massa
prodotta dal prolifico ed auspicato “analfabetismo funzionale”. La mimetizzazione
dell’intelligenza con va confusa con la “mimesi” o imitazione dell’intelligenza
rappresentata dall’ “intelligenza informatica” che i nonni invidiano ai nipotini così
lesti a smanettare sullo schermo di un computer. In realtà quella informatica è una
forma di intelligenza molto elementare perché lavora col più semplice dei codici,
quello “binario” capace di dire solo sì o no, uno o zero, buono o cattivo, vero o falso
senza ulteriori capacità di problematizzazione. Ma il dramma è che questa forma
rischia a tutti i livelli, dalla scuola al lavoro, di diventare la forma più diffusa se non
l’unica forma di intelligenza, abilissima nel calcolo ma in difficoltà nel formulare un
pensiero per il quale si sono massimizzati gli sforzi nel produrre quella “intelligenza
artificiale” (AI) che sembra in grado di formulare un pensiero, una opinione, una
scelta, comporre un’armonia, scrivere un testo originale. Per fortuna la strada
appare ancora lunga per dotarla di quella “dimensione emotiva” che si basa solo
sul vissuto umano. Ma sono evidenti i tentativi di invertire il problema: non di
dotare di emozioni un computer ma di digitalizzare il pensiero umano affinchè
comprenda ed applichi alla sua esistenza il linguaggio del computer come
testimoniano gli assistenti vocali tipo “Alexa” o “Google Assistant” che ci consiglia al
mattino anche che camicia indossare. Da brivido, se pensiamo che non avremo più
bisogno di memoria sulle cose da fare o quando agire o controllare: pensa tutto l’
“Assistant” cosicché ci avviamo verso una “demenza precoce” se è vero che
l’esercizio della memoria tiene sveglio e giovane il nostro cervello! Allora quali
forme di intelligenza sono necessarie per il futuro che, diversamente dal passato,
mette a disposizione un’infinità di informazioni, di culture, di modi di pensare? E’
questa la domanda che si pone Howard Gardner persuaso che l’ “intelligenza
convergente” tipica della scuola e dei programmi ministeriali non sia più sufficiente
per affrontare le sfide del futuro. Secondo lui il futuro richiederà la versatilità di
cinque forme di intelligenza a partire da 1) “Intelligenza Disciplinare” che, con
chiari messaggi che consentono di acquisire la differenza fra il vero e il falso, il reale
dal fantastico, l’astratto e il concreto, si consegue nei primi dieci anni di vita con una
buona scuola elementare in grado di consegnare al bambino i codici di lettura del
mondo in cui vive non sollecitando spontaneità e libertà espressive che già fa parte
del loro essere, bensì disciplinando tutto quello che l’emisfero cerebrale dx produce
in modo immaginifico per allenare l’emisfero sinistro che presiede la razionalità. Su
questa base deve impiantarsi 2) l’ “Intelligenza Sintetica” capace di assemblare
informazioni che provengono da più fonti in modo da pervenire ad una sintesi
unitaria. E senza sintesi non si dà intelligenza. Come a scuola l’importanza del
“riassunto” in una pagina di un racconto di dieci pagine. Anche questo mezzo
educativo scomparso dalle condotte scolastiche per allevare menti morbide e
manipolabili nell’era moderna e globale! Resta da addestrare 3) l’”Intelligenza
Creativa” che può essere allenata non ripetendo quello che il professore ha spiegato
ma ponendo domande inusuali e non previste allo scopo di sollecitare risposte
inesplorate e magari ribaltare i termini del problema formulato. L’intelligenza
creativa non è in contrasto con quella disciplinare perché senza disciplina non si
perviene alla creatività ma si rimane allo stato infantile della spontaneità. Segue 4) l’
“Intelligenza Rispettosa” perché non si oppone alle differenze e all’alterità. Questa
disposizione mentale, di matrice illuminista, è essenziale ed il suo terreno culturale è
quel sano “relativismo” che permette la tolleranza senza la quale nessun dialogo è
possibile. Infine occorre promuovere 5) l’ “Intelligenza Etica” che si fa carico delle
esigenze della società e della responsabilità collettiva non arroccandosi su posizioni
preconcette della propria buona coscienza. Ritornando ad oggi a cosa stiamo
assistendo ad una metamorfosi costruttiva dell’intelligenza o ad un suo
progressivo declino? Sembra più probabile il secondo come puntualizza in un suo
articolo Marcello Veneziani. E lo fa riportando una denuncia di Christophe Clavè “Il
QI medio della popolazione mondiale era sempre aumentato ma nell’ultimo
ventennio è in calo a partire dai paesi più sviluppati”. Si è invertito l’effetto Flynn, lo
scienziato che conduceva studi sul QI e ne vedeva lo sviluppo continuo nella
popolazione nell’arco del ‘900. E ne sono conferma altri studi condotti negli USA,
GB, Germania. Ma cosa sta succedendo e soprattutto perché? Sembra essere
riduttivo, alla luce di quanto sopra descritto, l’utilizzo della valutazione del solo QI
per l’intelligenza ma è comunque un segnale se confrontato con i precedenti
risultati. Tralasciamo le motivazioni genetiche, ambientali ed alimentari che
spiegano solo in parte il declino progressivo dell’intelligenza umana e
soffermiamoci invece sul nostro sistema di vita, di relazione, di educazione, il
rapporto con le tecnologie e soprattutto sul nostro “LINGUAGGIO” perché è qui che
si stringe il lavoro di Clavè. Oggi usiamo un lessico molto più povero del passato,
magari pratichiamo più lingue ma conosciamo sempre meno la ricchezza della lingua
madre e, come annota Veneziani, al posto del “volgare illustre” usiamo un “volgare
plebeo”, sincopato, tecnico-commerciale, povero di forme espressive. Lo scarso
lessico atrofizza l’intelligenza che si esercita meno nella scelta dei vocaboli e dei
tempi più appropriati, facilitati dai tutorial e dai correttori automatici e sembriamo
essere più liberi con meno doveri ma senza dubbio con una mente impoverita che
chiaramente coincide con un maggiore malleabilità ad essere veicolati dai “regimi di
sorveglianza” e dai “sistemi totalitari”. Basta leggere “1984” di George Orwell. Di
questi giorni una pura follia nelle università inglesi: correggere gli errori
grammaticali è discriminatorio! Sic! Molti atenei stanno infatti chiedendo ai
professori di non tenere conto di questi “svarioni” nel voto finale, dal momento che
farlo sarebbe un “gesto elitario” discriminante gli studenti delle minoranze che
vengono da altri Paesi o da famiglie meno acculturate. Ma così si finisce per
ghettizzarli davvero come incapaci. E nel nome dell’accoglienza le università
britanniche rischiano di tradire uno dei pilastri dell’accademia, ovvero la selezione
dei migliori che sono anche gli studenti che sanno parlare e scrivere con competenza
e precisione, in nome dell’ “inclusive assessment”. Lancia l’allarme il professore
Alan Smithers che insegna alla Buckingham University secondo cui una buona
proprietà di linguaggio ed un’accurata conoscenza grammaticale sono fondamentali
per pensare in modo chiaro. Ed infatti si sta spegnendo il confronto col pensiero,
con la storia, con la religione, con la tradizione, con le differenze e le identità il tutto
ridotto al solo “mondo presente” globale, esteso ma ridotto ad un solo canone che,
quando diventa ideologico, assume le vesti del “politically correct”. Una vita sempre
più amministrata, mediata, surrogata dai mezzi di cui disponiamo, delegata alla
potenza tecnologica e ad un benessere preconfezionato, una vita che si cimenta
sempre meno con l’imprevisto, le variazioni e le necessità che da sempre aguzzano
l’ingegno. Il mondo ci arriva direttamente a casa nostra, basta pagare! Per dare una
periodizzazione storica a questo declino, secondo Veneziani, potremmo dividerla
in tre fasi. La prima parte dalla metà degli anni ’70 quando gli effetti del benessere
correlato alla contestazione globale hanno prodotto un rigetto dell’educazione e
pertanto una prima tendenza involutiva della nostra intelligenza. La seconda degli
ultimi vent’anni, con l’espansione prodigiosa del web, ha ridotto ulteriormente la
sfera del pensare con i flussi informativi che hanno sostituito i percorsi formativi. La
terza è ancora in corso: la clausura planetaria del lockdown, la DAD, l’interruzione di
ogni forma di relazione civile, sociale, culturale salvo quello che arriva via video, di
certo non può non provocare danni indelebili sulla nostra intelligenza ed in
particolare su quella dei ragazzi. Ma come può tutto questo essere considerato un
progresso? Torniamo al monito di Heidegger “Ciò che è veramente inquietante non
è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più
inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del
mondo, è che non siamo, ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero
meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra
epoca”. Possono essere “epigoni” i sostituti alla Ferragnez? Come siamo caduti in
basso ridotti ad esprimere le nostre passioni con gli emoticon altro che il dolore del
giovane Werther!