«Chiunque dimentichi la verità della storia è destinato a ripeterne l’inganno.» — Hannah Arendt
Israele tra Pappè e Harari
Israele vive un tempo sospeso tra Pappè e Harari. Non solo una crisi politica, ma un collasso morale e culturale che attraversa il suo stesso fondamento: l’idea sionista. Oggi due voci israeliane incarnano le opposte direzioni di questa crisi, due visioni che non si ignorano ma si riflettono come opposti nello specchio della Storia: Ilan Pappé e Yuval Noah Harari. Il primo affonda la penna nel dolore della memoria, il secondo galleggia sulla superficie brillante della globalizzazione. Entrambi parlano del futuro, ma da due dimensioni opposte: Pappé con la profondità di chi vuole guarire una ferita, Harari con la leggerezza di chi preferisce non guardarla.
Israele, oggi, è il luogo in cui si decide quale di queste due voci resterà: la voce della coscienza o quella della comodità.
La profondità contro la superficie: Israele tra Pappè e Harari
Nelle parole e nelle opere di Ilan Pappé, ogni frase è una trincea. Storico, ebreo israeliano, professore all’Università di Exeter, Pappé è il più noto tra i cosiddetti “nuovi storici”, coloro che hanno avuto il coraggio di rimettere in discussione i miti fondativi dello Stato di Israele. La sua tesi è netta: il Sionismo non è una storia di liberazione, ma di colonialismo d’insediamento. Non una promessa di salvezza, ma un progetto politico basato sulla pulizia etnica dei palestinesi, come scrisse nel suo celebre libro del 2006.
Per Pappé, la profondità non è una virtù intellettuale, ma una responsabilità etica. Scavare nella storia significa riconoscere la verità scomoda, anche quando incrina la propria identità. Egli definisce il Sionismo un “errore storico trasformato in dogma”, e Israele, il suo prodotto più doloroso, un Paese nato per proteggere gli ebrei e finito per perseguitare altri popoli nel loro nome.
La sua è una voce eretica, ma necessaria: in un Paese dove la memoria della Shoah è usata come giustificazione politica, Pappé invita a ricordare che il trauma non è un lasciapassare per l’ingiustizia.
Accanto a lui, Yuval Noah Harari rappresenta la perfetta antitesi. Dove Pappé scava, Harari leviga. Dove il primo denuncia, il secondo consola. Harari è il narratore del nuovo Israele post-sionista, quello che vuole liberarsi dalla pesantezza della storia per fondersi nel flusso liscio della tecnologia e del mercato. Nei suoi bestseller globali, da Sapiens a Homo Deus, la storia umana diventa un software narrativo, e l’etica un algoritmo ottimizzato per la sopravvivenza.
Harari ha reso Israele il centro di un nuovo immaginario mondiale: non più la terra promessa, ma il laboratorio del futuro. E in questo laboratorio, le colpe del passato vengono trasformate in dati, le tragedie in statistiche, la sofferenza in storytelling.
Il tramonto del Sionismo come idea
Per Pappé, Israele si trova alla fine del progetto sionista, non nel senso del crollo materiale dello Stato, ma della sua legittimità morale. «L’Israele di oggi – afferma – è diventato il contrario del sogno che l’ha fondato. È uno Stato che non può sopravvivere senza un nemico, un’identità costruita sull’esclusione dell’altro».
La radice del male, secondo lo storico, sta nell’aver confuso l’ebraismo – esperienza spirituale, etica, millenaria – con un nazionalismo etnico. È il tentativo di fare dell’ebraismo una “nazionalità” che ha generato la crisi attuale: una religione travestita da ideologia di Stato.
Il risultato è la spaccatura profonda tra due Israele: lo Stato laico e democratico immaginato dai fondatori e lo Stato di Giudea, messianico, teocratico, radicato negli insediamenti della Cisgiordania e nella retorica della terra promessa.
Pappé afferma che “lo Stato di Giudea sta inghiottendo lo Stato di Israele”. E ha ragione: il potere politico, militare e culturale è ormai dominato da rabbini, coloni e generali che parlano il linguaggio della Bibbia più che quello della Costituzione.
Israele è diventato il campo di battaglia fra due profezie: quella della giustizia e quella del dominio.
Un ebraismo pericoloso
In questo scenario, Pappé introduce un concetto cruciale: quello di ebraismo pericoloso. Non un’accusa alla religione ebraica, ma alla sua degenerazione politica. È l’ebraismo che ha sostituito la Legge morale con la legge del possesso, la spiritualità con la forza, l’universalismo profetico con il tribalismo nazionale.
È l’ebraismo che benedice i carri armati, che giustifica l’occupazione in nome di Dio, che confonde il trauma con la licenza di uccidere.
Pappé scrive che «quando una fede si fa potere, tradisce se stessa». E questo tradimento, oggi, avviene ogni giorno nei territori occupati, nelle scuole che non insegnano l’arabo, nei manuali di storia che cancellano la Nakba, nella censura che copre il dolore palestinese sotto il velo della sicurezza nazionale.
Un tempo Israele era percepito come rifugio degli oppressi; oggi è diventato una potenza coloniale che teme il proprio specchio.
L’ebraismo universale dei profeti, quello di Amos, di Isaia, di Martin Buber, è stato sostituito da un ebraismo di frontiera, che vive di paura e di eccezione. «Siamo un popolo scelto» è diventato «siamo un popolo al di sopra della legge».
È questa mutazione, secondo Pappé, che segna la fine morale di Israele.
Harari e l’illusione del futuro
Harari, al contrario, non si interroga sulla colpa, ma sul futuro. È il cantore dell’Israele tecnologico, laico, cosmopolita, che ha sostituito il deserto biblico con il data center.
Ma dietro la brillantezza delle sue analisi si nasconde un grande vuoto etico.
La sua filosofia è una fuga dalla responsabilità: nel mondo di Harari, il male non esiste, esistono solo processi evolutivi; non ci sono oppressori e oppressi, ma algoritmi e adattamenti.
È una narrazione perfetta per il mondo occidentale che non vuole più sentir parlare di colpa, di colonialismo, di ingiustizia.
Harari parla di intelligenza artificiale, ma non della disumanizzazione reale che avviene pochi chilometri da casa sua.
È il pensatore ideale per l’era dell’indifferenza: spiega tutto, giustifica tutto, perdona tutto.
La sua leggerezza è affascinante perché anestetizza. Dove Pappé brucia, Harari rinfresca. Dove l’uno invoca giustizia, l’altro suggerisce adattamento.
Eppure entrambi, nel loro modo opposto, descrivono la stessa angoscia: la perdita del senso.
Decolonizzare la memoria
Il cuore del pensiero di Pappé è la decolonizzazione della memoria.
Non basta discutere di confini o di accordi di pace: bisogna smontare il linguaggio stesso con cui Israele e l’Occidente raccontano la Palestina.
Pappé sostiene che ogni progetto politico futuro debba cominciare da un atto di riconoscimento: la Nakba non è propaganda, è storia. La rimozione della catastrofe palestinese del 1948 è il vero peccato originale del Sionismo, la sua menzogna fondativa.
La decolonizzazione, per Pappé, significa riconoscere l’altro come uguale. Non due Stati, ma uno solo, basato sulla cittadinanza e non sull’etnia. Un’utopia, forse, ma – scrive – «le utopie servono a ricordarci che la realtà non è destino».
In un mondo che normalizza l’apartheid, la sua utopia è un atto di igiene morale.
Israele allo specchio tra Pappè e Harari
Israele, oggi, non si guarda più allo specchio.
La società è frammentata, la sinistra antisionista marginale, l’élite liberale disillusa.
Molti israeliani laici lasciano il Paese, altri si rifugiano in un cinismo quotidiano che li tiene al riparo dalle responsabilità.
Tel Aviv continua a danzare mentre Gaza brucia. È la “società dell’inerzia morale” descritta da Pappé: un popolo che vive nella contraddizione fra modernità e barbarie, innovazione e occupazione, democrazia e apartheid.
«Il 99% degli ebrei israeliani non parla arabo» ricorda Pappé, e questa semplice frase dice tutto: il colonialismo non è solo politico, è linguistico, culturale, mentale.
Un popolo che non conosce la lingua dei suoi vicini non potrà mai essere in pace con loro.
È la rimozione dell’altro che condanna Israele a vivere nell’assedio permanente, nell’identità della paura.
Fine o inizio?
Quando Pappé parla della “fine di Israele”, non annuncia una catastrofe, ma una trasformazione inevitabile.
Gli Stati non muoiono: mutano. Ma ogni mutazione comporta una crisi morale.
Israele ha perso la capacità di essere credibile come democrazia, e sta perdendo l’appoggio anche dei suoi alleati storici.
L’Occidente comincia a riconoscere la contraddizione tra l’ideale sionista e la realtà dell’apartheid.
Il rischio è che Israele diventi un ghetto armato, circondato da ostilità, sostenuto solo dalla sua forza militare e dal ricatto della memoria.
La Shoah, da trauma universale, è diventata scudo identitario. E quando la memoria diventa arma, la verità diventa vittima.
Due Israele, due futuri
Oggi convivono due Israele: quello laico, tecnologico, che parla inglese e pensa in dollari; e quello biblico, messianico, che vive negli insediamenti e sogna la Giudea eterna.
Il primo è una democrazia fragile; il secondo, una teocrazia in espansione.
Pappé prevede che la bilancia penderà verso quest’ultima, perché la religione mobilita più della ragione.
Tel Aviv balla, Gerusalemme prega. E nel conflitto fra musica e preghiera, il potere sceglie la voce più forte: quella che promette la redenzione.
È qui che l’ebraismo diventa pericoloso: quando smette di interrogarsi e comincia a giustificarsi.
Quando si sente investito di una missione divina anziché di un dovere umano.
Quando trasforma la storia in teologia e la teologia in dominio.
Fra profezia e algoritmo: Israele tra Pappè e Harari
Ilan Pappé e Yuval Harari non sono solo due intellettuali, ma due simboli della frattura morale del nostro tempo.
Il primo crede nella verità come compito, il secondo nella narrazione come sollievo.
Pappé parla di giustizia, Harari di sopravvivenza.
Pappé scava nella colpa, Harari la dissolve.
Eppure entrambi raccontano Israele: il Paese dove la profezia si è trasformata in algoritmo, e dove la Storia, invece di redimere, viene programmata.
Forse, per comprendere davvero Israele – e noi stessi – bisogna ascoltarli entrambi: la profondità dolorosa di chi non smette di scavare e la leggerezza seducente di chi teme di farlo.
Perché la verità, come scriveva Arendt, non è mai comoda. Ma è l’unica cosa che può ancora salvarci.
Nota biografica: Israele tra Pappè e Harari
Ilan Pappé (Haifa, 1954) è storico israeliano, professore all’Università di Exeter (Regno Unito). Autore de La pulizia etnica della Palestina, La storia della Palestina moderna e Ten Myths About Israel, è uno dei principali esponenti dei “nuovi storici” israeliani. La sua opera unisce rigore documentario e coraggio politico, proponendo una lettura decoloniale del conflitto israelo-palestinese.
Yuval Noah Harari (Kiryat Ata, 1976) è storico e saggista, docente alla Hebrew University di Gerusalemme. Con i suoi libri Sapiens, Homo Deus e 21 lezioni per il XXI secolo, tradotti in oltre 60 lingue, ha ridefinito la divulgazione storica contemporanea. Le sue analisi sull’intelligenza artificiale e il futuro dell’umanità lo hanno reso una delle voci più influenti (e discusse) del pensiero globale.