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ITALIANI OGGI

Qualche tempo fa il presidente Mattarella ha paragonato il futuro che ci aspetta ad un nuovo dopoguerra stante le medesime difficoltà economiche e sociali, la necessità di un discreto spirito di sacrificio con impegno di tutti, analoga speranza di un futuro caratterizzato da un nuovo boom collettivo. A dire il vero francamente è molto difficile stabilire analogie con quel periodo post bellico, quando un mondo prevalentemente contadino e poco avvezzo all’ebrezza della libertà di un “dirittismo sfrenato”, si tirò su le maniche come sua consuetudine e consentì di trasformare una nazione a costume prevalentemente rurale e poco istruita in una potenza industriale sorretta da una solida democrazia occidentale. Allora come Presidente c’era Einaudi, al governo c’era Alcide De Gasperi, un trentino molto pragmatico, ancorato ad un’etica solidamente cattolica, che diede luogo a strategie di ricostruzione tese a garantire, in primis, ai cittadini quella libertà d’impresa che permise loro di ricostruirsi un tetto, di dare sfogo alla loro creatività, di permeare il tessuto lavorativo Nord-Sud, di mettere su ex novo siti industriali non per fabbisogno politico-clientelare, bensì per reali necessità produttive che rendessero autonoma la nostra economia senza alcun vincolo o potere interdittivo e soprattutto diede luogo ad un potenziamento dell’istruzione con una ripresa sia dell’edilizia scolastica anche in luoghi lontano dalle città che dei corsi che potessero permettere al lavoratore di seguirli nelle ore serali data la piaga dell’analfabetismo. Certo l’aiuto è stato dato col piano economico Marshall da parte americana che in cambio ha posto le sue basi militari strategiche nel nostro Paese comunque facente parte del Patto Atlantico in contrapposizione ai Paesi del Patto di Varsavia. Ma in pratica l’utilizzo delle risorse messe a disposizione è stato mirato esclusivamente alle imprese e all’urbanistica ricostruttiva avendo compreso come queste siano il volano principale di tutte le economie. In quei giorni la nascita o riconversione civile della Fiat, Magneti Marelli, la Brembo, l’industria chimica di Montecatini col Nobel di Natta per il moplen, l’industria radiofonica e di telefonia, quella degli elettrodomestici (il famoso sogno americano) col frigorifero in testa per la conservazione dei cibi al posto del sale o delle ghiacciaie. E si iniziava con la “partecipazione statale” alle imprese più per garantirle che per distruggerle come avvenuto negli ultimi decenni del secolo scorso. Un Italia uscita malconcia alla fine della guerra, anche civile fra partigiani e tutti gli altri, ma un’Italia orgogliosa, volenterosa, capace di risorgere per la sua ineguagliabile civiltà secolare. Il dopoguerra è stato fame e macerie e c’era da ricostruire tutto, anche la democrazia. Ma c’era libertà, fame di futuro con un lavoro a testa bassa e tanta immaginazione, una visione, un sogno che richiedevano coraggio e perseveranza con l’invenzione della schedina per finanziare le olimpiadi di Roma e poi l’Autostrada del Sole che riuniva l’Italia. Una ricostruzione imperfetta, vista la mafia nascente, comunque esistita. Ed oggi? Non abbiamo più macerie edilizie da bombardamenti o fognature ancora scoperte da intubare sottoterra bensì macerie molto più pesanti, non delle nostre dimore distrutte, ma di quel che resta della nostra civiltà occidentale massacrata da continui attacchi dinamitardi e soprattutto ad opera di kamikaze interni che ne hanno sconvolto, annientandola, la sua architettura per tutte quelle “chiavi di volta” combattute fino a renderle inutili se non pericolose. E per evitare oggi la “palude” stagnante ove virus e batteri la fanno da padroni dovremmo avere il coraggio, uniti, di “riscrivere” l’ “Agenda Italia” come osserva il politologo Alessandro Campi. Diversamente da allora oggi la tecnologia, specie digitale, ha letteralmente sconvolto la piattaforma di vita lavorativa e sociale non più tesa alla valorizzazione ed espressione delle doti umane possedute ma alla totale indifferenziazione dei bisogni, delle qualità, dei sessi, delle scelte. In soldoni una democrazia che al posto del rispetto e della libertà reciproca ha sostituito una forma diretta di controllo delle masse molto poco democratica se non addirittura impositiva. L’Associazione Amici della Luiss ha avviato uno studio per verificare le modalità e le tecniche di condizionamento delle masse attraverso i social network e le nuove tecnologie, nel timore che questi mezzi così diffusi ed accessibili possano favorire la manipolazione dei cittadini attraverso stimoli inconsci. Ed è quello che è accaduto e che sta accadendo. “Democrazia diretta” con riscontro immediato al posto della “Democrazia rappresentativa” più lenta ma più attenta alla pluralità delle esigenze e più capace di comporre le diverse istanze della società. Allarme espresso anche da alcuni filosofi dal francese Houellebech al nostro Agamben in merito a questo virus che conferma la morte della civiltà occidentale e l’accelerazione dell’obsolescenza delle relazioni umane. Oggi l’italiano è vittima di una propaganda mediatica che ne limita la libertà, il pensiero, caricandolo di terrore per una sicurezza sanitaria imprecisa ed una sopraggiunta regressione economica. Così privato di quella libertà redentrice atta a ricostruire deve fare i conti con la sola possibilità rimasta: quella di elemosinare per sopravvivere! Il sociologo Luca Ricolfi in una recente intervista non è andato tanto per il sottile “La nostra società, se non si cambia rotta molto alla svelta e forse è già tardi, è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della “società signorile di massa” (il suo ultimo libro) ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione “involutoria” come forse la chiamerebbe un matematico”. E spiega che nella società signorile il parassitismo di chi non lavora (maggioranza) convive in discreto benessere con chi produce (minoranza); in quella parassita la maggioranza dei non lavoratori è schiacciante, mentre la produzione è rimasta in mano ad un manipolo di imprese sopravvissute al “lockdown”, alle follie di uno Stato iper-statalista ed anti-impresa, che non può assicurare più una ricchezza da condividere, inghiottito dalla recessione e dai debiti. Allora i nuovi parassiti non vivranno più una condizione “signorile” ma in continua dipendenza dalla mano pubblica che potrà assicurare un tenore di vita molto modesto, dilatando a dismisura la loro “mente servile” ben definita da Kenneth Minogue. Ma è questa la generazione che si dovrebbe farsi carico di una possibile ricostruzione? I 20-40enni che si sono abbandonati all’opulenza negli ultimi anni preferendo consumare ricchezza invece di creare reddito? Spero che lo sforzo coinvolga anche anziani e pensionati che li guidino verso l’autoimprenditorialità più che sull’attesa messianica di un posto di lavoro oggi sempre meno probabile anche se questa riconversione appare difficile e che si possa mettere fine a quella infrastruttura paraschiavistica degli immigrati di cui sembra non sarà possibile farne a meno, regolarizzandoli come veri lavoratori. Ed invece? Nulla di tutto questo si intravvede nelle discussioni governative! Tutta la compagine al potere impegnata nella salvaguardia dei propri scranni, nel ragionare allegramente di elezioni anticipate viste come il drappo rosso per il toro, nel dare seguito ad una politica generosa di sussidi, che peraltro non trovano risorse adeguate, a pioggia finalizzata al consenso elettorale con la scusa dell’equità sociale in realtà ingrassando la sfera dei dipendenti pubblici e bancari, magistratura, scuola che lo stipendio lo prendono lo stesso lavorando da casa ed il meno possibile e strangolando l’economia produttiva, quella delle imprese e del lavoro autonomo. Come trattare un cancro con l’aspirina! Questo assistenzialismo di massa a spese delle finanze pubbliche è proprio quello di cui il nostro Paese non ha bisogno anzi appare profondamente dannoso perché svuota le casse e non crea sviluppo. Non solo ma la carenza dello Stato nell’aiutare le imprese in difficoltà con prestiti a fondo perduto rende un grande favore alle “Mafie” che non vedono l’ora di andare incontro a bisognosi e disperati per ampliare il loro raggio d’azione ed il proprio business, come ha denunziato oggi Franco Bechis sul “Tempo” ove riporta il sequestro di otto locali a Roma di cui tre comprati durante il “lockdown”: col governo assente e gli usurai scatenati sempre più negozianti sono costretti a svendere. E l’ermeneutica del messaggio del nostro premier chiarisce la sua idea di governo che non è propria di uno Stato per costituzione liberale ma ricorda molto quella dello “Stato servile” secondo una definizione nel lontano 1912 dello scrittore inglese Hilaire Belloc che profetizzò un futuro ove ritornava lo schiavismo di una piccola classe di tecnici e politici che avrebbe dominato sulla maggioranza dei cittadini, offrendo loro in cambio della libertà, sicurezza. Ma è proprio in questo contesto, grande occasione, che bisognerebbe ridisegnare l’architettura del nostro Stato nei più diversi ambiti e maccanismi spesso molto farraginosi. Bisogna risvegliare energie sopite, perché ve ne sono prima che scompaiano del tutto per altri lidi, sotto la bandiera di una “coscienza unitaria” e nazionale. E le cose che andrebbero fatte non sono poche come spazi urbani da riprogettare, una politica industriale vera, indipendente e libera per non risultare perdenti nel gioco della post-globalizzazione, una politica meno conflittuale fra Stato centrale, Regioni e autonomie territoriali, la creazione di una “rete infrastrutturale” più avanzata con nuove politiche del lavoro alla luce delle potenzialità offerte dalla tecnologia, politiche sociali a misura di una popolazione che invecchia e politiche demografiche tese a compensare l’allungamento fisiologico della vita media, un approccio finalmente pragmatico al tema dell’immigrazione, una burocrazia pubblica più snella e funzionale, un sistema fiscale più attento a chi evade e meno oppressivo a chi produce ricchezza rispettando le regole. Per fare tutto questo ci vogliono soldi ma soprattutto ci vogliono uomini e idee che sentano la responsabilità del ruolo che ricoprono. E certamente non è questo il clima politico che abbiamo in atto con attori più commedianti che consapevolmente “drammatici” con un cromatismo “giallo-rosso” che gode di scarsa luce odierna e futura, tendente a perseverare nello “status quo” ed una opposizione ancora divisa e priva di un progetto omogeneo. Ripensare il lavoro ove la crisi pandemica ha visto non tanto la diminuzione degli occupati quanto quella delle loro retribuzioni appena al disopra della soglia di povertà (vedi i rider), il raddoppio dei lavoratori part-time e i titolari di un rapporto a tempo determinato che il sindacato non riesce ad intercettare. Lavoratori che saranno costretti ad imparare più mestieri per ridurre la loro precarietà col ruolo sempre più marginale dei sindacati che non possono più mediare a nome di un’intera categoria. Sindacati che dovrebbero pagare pegno per un passato ove non hanno mai assunto una personalità giuridica, hanno ricevuto finanziamenti dello Stato per l’erogazione dei servizi pubblici (patronati) senza prima passare per una gara, sono oggi pieni di pensionati mentre il loro statuto stabiliva il “diritto di garantire i lavoratori all’interno del luogo di lavoro”. Se il sindacato non cambia struttura organizzativa e ed operativa, se non ritornerà ad essere il “corpo intermedio” fra dirigenti ed una sconfinata e multiforme classe media non ha alcuna possibilità di sopravvivenza, anche se questo governo molto incautamente lo ha investito di nuovo nella mediazione fra prestito dello Stato e le imprese “costringendole” illegalmente, essendo private, di fronte a diminuiti introiti a mantenere lo stesso livello occupazionale. Una sinistra allo sbaraglio in cerca di una nuova leadership e sembra averla trovata nel segretario della Cgil Maurizio Landini nel ruolo di paladino del popolo con il placet dell’establishment e del sublime Eugenio Scalfari. Allucinante! I sindacati infatti hanno legittimato la UE, i trattati di Maastricht, l’euro e la globalizzazione avendo coperto nel modo migliore per l’establishment questi venti anni di deflazione salariale, di disoccupazione indotta, di delocalizzazioni e distruzione sociale aggrappandosi alla bandiera dei diritti civili e bruciando quella dei diritti sociali ed in Tv già parla come futuro premier sull’idea di come vogliamo l’Europa in futuro. E per chiudere vorrei riportare le considerazioni di Dario Scannapieco, vicepresidente della “Bei”, apparse sul “Messaggero” che mi sembrano molto attinenti alla situazione attuale e alla possibile risoluzione di problemi. E parte da un’allegoria appropriata quella della necessità di un viaggio in auto ma che ha problemi al motore e che non ci assicura di poter arrivare alla meta allora ci preoccupiamo di fare scorta di carburante o ci doliamo di non vare fatto in precedenza la manutenzione della sua meccanica? Per analogia discutiamo oggi sul ricorso al MES o ad altre fonti europee (carburante) ma si rischia di deviare l’attenzione da un problema più importante: la capacità di crescita dell’Italia (meccanica dell’auto). Dal 2000 al 2019 il Pil italiano ha avuto una crescita media annua dello 0,4% mentre il Pil francese è aumentato del 32%, quello tedesco del 30,6%, quello spagnolo del 43,4%, quello italiano del solo 7%. E a fine anno il nostro debito pubblico sarà del 160% sul Pil. Contenere le spese correnti è politicamente difficile ma sarà inevitabile! Ma quello su cui non si può perdere un attimo è rimuovere tutti quei vincoli che negli ultimi 30 anni si sono stratificati e che bloccano la nostra crescita al massimo al 2% annuo. Bisogna ripartire ed in fretta col rilancio degli investimenti pubblici da noi il più basso in percentuale ma abbiamo bisogno di discontinuità e riforme ambiziose in primis il tabù della “immodificabilità della nostra Costituzione” che sconta la sua non più conforme anti-modernità con un saggio intervento di manutenzione; eliminare le zone di sovrapposizione di poteri Stato-Regioni con scarsa chiarezza sulle regole e autorizzazioni che sicuramente non attrae investimenti; riformare settori come Giustizia, Fisco e Formazione ( l’Italia è al penultimo posto in Europa per numero di laureati) verso una drastica semplificazione; rivedere la macchina amministrativa pubblica che devono snellire i percorsi autorizzativi per la realizzazione degli investimenti; rafforzare le spese per la ricerca e sviluppo e i cluster industriali d’eccellenza che ancora abbiamo sono decisioni non più rimandabili. Solo il mercato potrà credere in una storia di rinnovamento e rilancio ma per essere credibili occorrono serietà, capacità lungimiranza doti che attualmente non si vedono, come diceva qualcuno “Il successo viene prima del sudore solo nel dizionario”. Come dargli torto o definirlo sovranista razzista xenofobo come in uso dal politically correct?
Pescara li 10-5-2020 F.to Arcadio Damiani

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