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La dolce vita di Fellini ha un po’ di Abruzzo dentro

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La Dolce Vita di Fellini è un film del 1960, diretto da Federico Fellini e considerato uno dei maggiori capolavori del cinema italiano.

La pellicola è un affresco della Roma bene gli anni Sessanta, tra star, cantanti, divertimento. Tutto ciò che oggi continuiamo a chiamare “dolce vita”.

Nel film c’è un po’ d’Abruzzo. O meglio, c’è il genio di Ennio Flaiano, sceneggiatore di origine pescarese, tra i più apprezzati nel mondo della cinematografia italiana.

La dolce vita, film iconico

La dolce vita è un film iconico. Chi non ricorda la scena della fontana in cui Anita Ekberg chiama Marcello (Mastroianni)?

Cast stellare, leggendario e film che entra di merito nella storia del cinema internazionale.

Ennio Flaiano scrisse sia il soggetto che la sceneggiatura de La Dolce Vita, insieme a Tullio Pinelli e Fellini stesso. Due stili diversi, quello di Fellini e quello di Flaiano, che qui hanno funzionato creando un vero e proprio capolavoro.

Ennio Flaiano e l’Abruzzo

Ennio Flaiano nasce a Pescara, vi trascorre l’infanzia e le estati, come racconta in una lettera.

Conserva il ricordo di una Pescara piccola, con pochi abitanti che si conoscevano. Il ricordo del ritorno al mare, l’estate, passando il Tronto; del buonumore dei pescaresi.

Dai toni della lettera, lo sceneggiatore del film la Dolce Vita si sente abruzzese. 

E scrive:

Bisogna prenderci come siamo, gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) – con una sola morale: il Lavoro. E con le nostre Madonne vestite a lutto e le sette spade dei sette dolori ben confitte nel seno. Amico, dell’Abruzzo conosco poco, quel poco che ho nel sangue. Me ne andai all’età di cinque anni, vi tornai a sedici, a diciotto ero già trasferito a Roma, emigrante intellettuale, senza nemmeno la speranza di ritornarci.

Ma le mie “estati” sono abruzzesi, e quindi conosco bene dell’Abruzzo il colore e il senso dell’estate, quando, dai treni che mi riportavano a casa da lontani paesi, passavo il Tronto e rivedevo le prime case coloniche coi mazzi di granturco sui tetti, le spiagge libere ancora, i paesi affacciati su quei loro balconi naturali di colline, le più belle che io conosca. Poco so dell’Abruzzo interno e montano, appena le strade che portano a Roma.

Dico sempre a me stesso che devo tornarci a vederlo. (…) O forse, chissà… questa lettera che mi hai cavato con la tua dolce pazienza non volevo scriverla, per un altro difetto abruzzese, il più grave, quello del pudore dei propri sentimenti”.