Roma si specchia nel suo cinema: tra applausi, riflessi e consensi alla Festa del Cinema

Il cinema non è il riflesso della realtà, ma la realtà di un riflesso.”
— Jean-Luc Godard

La festa del cinema (e dell’autocompiacimento): Roma si specchia in Paola Cortellesi e nel film di Milani, tra retorica, carezze e buoni sentimenti a chilometro zero

La festa del cinema di Roma, ottobre. Il cielo è grigio, il traffico è rosso, ma i riflettori sono d’oro. Come ogni anno, l’Auditorium Parco della Musica si trasforma nel grande specchio narcisista del cinema italiano: sorrisi, abbracci, dichiarazioni e il solito profumo di autocompiacimento culturale. È iniziata la Festa del Cinema di Roma, e come sempre è un po’ festa, un po’ sfilata, un po’ convegno di buoni sentimenti riciclati.

A inaugurare la rassegna, Riccardo Milani con il suo nuovo filmLa vita va così, titolo che suona come un atto di resa preventiva, una specie di alibi poetico per chi ha già deciso che la rivoluzione, quest’anno, può aspettare.

Milani, il regista della coscienza a orario d’ufficio

Riccardo Milani è un autore garbato, onesto, quasi disarmante nella sua coerenza: il regista che ti racconta i mali del Paese senza mai alzare la voce, come un professore di liceo che non mette mai note ma si limita a sospirare. Il suo cinema è civile, ma non civico; sociale, ma non sovversivo; politico, ma solo quanto basta per non disturbare.

InLa vita va così, racconta di un pastore sardo che resiste alla speculazione turistica di un imprenditore senza scrupoli. La Sardegna diventa la metafora perfetta dell’Italia che non vuole svendersi — ma lo fa comunque, solo con un po’ più di dignità. C’è la natura incontaminata, c’è la giustizia ferita, ci sono i buoni che soffrono e i cattivi che sorridono. Tutto calibrato, tutto rassicurante.

Il film commuove, fa sorridere, indigna un po’ e poi consola. È cinema da tisana serale: ti scalda, ma non ti scuote. Un cinema che si batte contro le ingiustizie, ma con la delicatezza di chi teme di rompere il vetro del consenso.

Geppi Cucciari, l’ironia sotto vetro

Nel ruolo della giudice che difende i giusti, Geppi Cucciari è precisa, misurata, irresistibilmente ironica — ma addomesticata. È la Cucciari “istituzionale”, quella che fa sorridere senza disturbare, che alleggerisce ma non ribalta, che fa satira senza mai sfiorare la bestemmia politica.

Il suo personaggio è un balsamo narrativo, una pausa tra una lacrima e una morale. Eppure, chi conosce il talento comico feroce di Geppi sa che dietro quella compostezza c’è un potenziale esplosivo, trattenuto, quasi represso. È la metafora perfetta del cinema italiano contemporaneo: brillante, intelligente, ma imbavagliato da un eccesso di buone maniere.

L’ironia di Cucciari non morde, accarezza. Non spinge, accompagna. In un Paese in cui la satira viene applaudita solo se non dà fastidio, il suo personaggio funziona come il sorriso del farmacista che ti consegna la medicina sbagliata ma dice: “Va bene lo stesso, no?”.

Paola Cortellesi, santa subito (ma con stile)

E poi lei, Paola Cortellesi, presenza inevitabile, magnetica, e ormai simbolica. Non si può parlare di cinema italiano oggi senza evocare il suo nome. Da quandoC’è ancora domaniha spaccato botteghini e coscienze, Cortellesi è diventata la santa laica della rinascita cinematografica: la donna che ha riportato il pubblico in sala e l’etica nei talk show.

Presidente di giuria, ospite onnipresente, musa invisibile, la sua aura aleggia su ogni conversazione, su ogni intervista, su ogni post promozionale. Tutti la citano, tutti la amano, tutti la rispettano. E, paradossalmente, proprio per questo, nessuno osa metterla in discussione.

Cortellesi è il volto luminoso di un cinema che vuole essere civile, popolare, femminile, moderno e profondamente morale — tutto insieme. Solo che, in questo abbraccio universale, rischia di diventare monumento prima ancora di diventare eredità.

Le basta sorridere sul red carpet perché il pubblico si commuova. Le basta un discorso per far partire la standing ovation. Eppure, in quel successo perfetto, c’è un rischio enorme: la trasformazione del talento in culto, della regia in religione, dell’impegno in protocollo.

L’Italia è maestra nel trasformare le sue artiste migliori in icone — e poi in statue. E il rischio, oggi, è che Paola Cortellesi, con la sua intelligenza e grazia, venga incastonata in un ruolo che non merita: la custode della morale nazionale. In un Paese che ha ancora paura delle voci femminili libere, si preferisce incoronare una regina piuttosto che ascoltare una ribelle.

La festa del cinema di Roma: Il Festival del consenso

La Festa del Cinema di Roma è da anni un evento perfettamente calibrato tra glamour e diplomazia. È il festival del consenso estetico, dove ogni parola deve essere corretta, ogni foto impeccabile, ogni emozione controllata. Le dichiarazioni scorrono come vino biologico: “Il cinema unisce”, “Roma è una città che respira arte”, “Il pubblico è la nostra forza”.

Sullo sfondo, la solita fila di ministri, sottosegretari e funzionari della cultura che applaudono compunti, come a un matrimonio dove non conoscono bene gli sposi ma apprezzano il buffet.

Il tappeto rosso, poi, è un universo parallelo: qui l’Italia appare bellissima, elegante, entusiasta. Fuori, Roma è ancora bloccata in tangenziale, ma dentro l’Auditorium tutto è luce e applausi. Il contrasto è talmente surreale che quasi commuove.

Milani & Cortellesi: la coppia perfetta del cinema civile

In fondo, Milani e Cortellesi (sul set, nella vita e nell’immaginario collettivo) rappresentano la coppia ideale di un certo cinema italiano: affettuoso, impegnato, empatico e sempre “giusto”. Lui dirige con eleganza e misura, lei interpreta con profondità e grazia. Insieme hanno costruito una poetica che funziona come una carezza: mai un colpo basso, mai una nota stonata.

È il cinema che ci piace perché ci rassicura di essere persone perbene. Ci mostra le ingiustizie, ma sempre in modo compostamente cinematografico, come se il male avesse firmato una liberatoria. Non è provocazione, è pedagogia emotiva. E va detto: la fanno benissimo.

Solo che, a lungo andare, anche la perfezione stanca. Serve un po’ di disordine, un pugno nello stomaco, una voce che urla invece di spiegare. Perché se il cinema non rischia più nulla, allora non ci salva più — ci intrattiene, e basta.

E il film? Bravo, corretto, commovente. Ma non necessario.

La vita va cosìè un film ben costruito, interpretato con misura, diretto con mestiere. Si ride, ci si emoziona, ci si indigna nei punti giusti. Eppure, finita la proiezione, resta un senso di déjà-vu. Tutto è al posto giusto, ma nulla sorprende davvero.

È cinema che piace a tutti perché non ferisce nessuno. Un’opera che potrebbe tranquillamente essere mostrata in una scuola, in una rassegna ambientalista o in un circolo di anziani progressisti: ovunque, insomma, dove l’accordo è più importante del dubbio.

C’è la Sardegna spettacolare, ci sono i dialoghi scritti per fare riflettere, c’è la Cucciari che illumina, e c’è la morale finale che consola. È cinema di qualità, ma sterilizzato, incapace di sporcarsi le mani nella realtà.

La morale (amara) della serata

La Festa del Cinema di Roma, ancora una volta, si apre nel segno del consenso e dell’autocelebrazione. Il cinema italiano applaude sé stesso, si commuove dei propri valori e si dichiara salvo — mentre il pubblico, fuori, continua a preferire Netflix.

Forse il vero problema non è la mancanza di talento, ma l’eccesso di comfort. Il nostro cinema non osa più sbagliare: è diventato educato, gentile, istituzionale. Denuncia con garbo, riflette con grazia, protesta con il permesso del Comune.

Paola Cortellesi è — giustamente — la più ammirata. Ma in un sistema che premia la perfezione e punisce il rischio, anche il genio rischia di diventare routine. Milani continua a raccontarci chi siamo, ma raramente chi potremmo essere. E Geppi Cucciari, nel suo ruolo “comico di coscienza”, rappresenta la misura di un Paese che ha paura del sarcasmo, ma ama l’ironia da salotto.

Insomma, tutto funziona. Tutto è curato. Tutto è corretto. E proprio per questo, tutto è — stranamente — immobile.

La festa del cinema di Roma: In fondo, va così.

E forse Milani, con quel titolo tanto semplice quanto disarmante, ha ragione:La vita va così. Il cinema pure. Ci emoziona, ci accarezza, ci fa sentire buoni. Poi però si spegne la luce, si riaccendono i telefoni, e tutto torna come prima.

E Roma, ancora una volta, rimane bellissima e distratta, spettatrice di sé stessa.

diCarlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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